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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

NOI LIBERALI, POCHI MA BUONI (e INCAZZATI n.d.r.)!

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

 

La battaglia sul Fisco dal volto umano la facciamo qui. Ma non siamo soli e attraversiamo più generazioni. Solo che nel centrodestra non troviamo alcun ascolto e a questo punto poco importa. C’è una tribù senza patria politica in un Paese che ha smarrito la politica.

 

Antonio Martino

 

Fossimo negli Stati Uniti avremmo titolato: «What’s next?». Cosa c’è dopo? Ma la lingua italiana è dolce e ha bisogno di più battute per cui il nostro titolo è questo: «La manovra c’è, il governo forse». Dopo c’è l’incertezza totale e la tentazione del papocchio tecnocratico. Mentre il Parlamento licenziava una manovra piena di gabelle, il presidente del Consiglio in aula dichiarava: «Resto per ridurre le tasse». Giuro, mi sono stropicciato gli occhi. Berlusconi davvero lo pensa? Perché di liberali in questo governo non ce ne sono e in Parlamento scarseggiano. Questa è la realtà. C’è il partito della spesa, del neocorporativismo, del formalismo contabile, del socialismo irreale, ma non quello liberale.

 

I liberali stanno fuori dal governo e perfino dal Parlamento. Ma nel Paese ci sono. Su Il Tempo hanno liberissima tribuna Antonio Martino, Francesco Perfetti, Davide Giacalone, Marlowe. La battaglia sul Fisco dal volto umano la facciamo qui. Ma non siamo soli e attraversiamo più generazioni. Solo che nel centrodestra non troviamo alcun ascolto e a questo punto poco importa. C’è una tribù senza patria politica in un Paese che ha smarrito la politica. Cito il passo di una lettera di Federico Pontoni, un economista liberale che insegna alla Bocconi, all’amico Oscar Giannino: «Oggi è definitivamente chiaro che liberali e liberisti, se hanno un minimo di amor proprio, devono divorziare da questo governo. Di più, devono scendere in piazza e ricusare un esecutivo che di destra liberale non ha niente». Sì, siamo pochi. Ma buoni.

 

Mario Sechi, Il Tempo - 16 luglio 2011


Ripreso da: ConfContribuente Piemonte

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Condivido. Ricordo solo che qualche LIBERALE c'è, anche in Parlamento, da Enrico MUSSO, v.segretario Nazionale del PLI, ad Antonio MARTINO nel PdL, ma fino a quando?

E poi, nel paese, tante Associazioni e Movimenti che si battono per la LIBERTA', guidate e guidati dai Principi del Libero Mercato e del Liberalismo in tutte le sue declinazioni, Liberiste, Libertarie, Conservtrici, fieramente antistataliste, dalla parte dell'Individuo, dei Produttivi, delle Partite Iva.

Dai Tea Party, a ConFcontribuenti, ai Comitati per le Libertà, a Società Libera, al Movimento Libertario, a Magna Cartha, a Libertiamo, a Libero Pensiero, all'Unione per le Libertà, ai tanti Blog e siti web, come Toqueville, IBL....(vedi il ns. BlogRoll), ai quotidiani (come l'Opinione dellle Libertà o Rivoluzionbe Liberale e altri), ai periodici.

Dunque che fare? Credo che non ci resti che unire tutto ciò in un unico meta gruppo/fedrazione di Movimenti e Associaizoni, forse in un nuovo partito, quello dei LIBERALI ITALIANI. Una casa comune, cioè, da ritrovare al più presto, o da "rifondare". Perchè divisi non si va da nessuna parte. Perchè quella RIVOLUZIONE LIBERALE incompiuta, vista la situazione, non può più aspettare. Perchè ora di ribellarsi, di rioprendere la nostra LIBERTA' e dignità di Uomini Liberi. Non sarà facile, lo so, troppe gelosia, la voglia di esser tutti generali.

Ma una COSTITUENTE LIBERALE, si impone. Oggi più che mai. Prima che sia troppo tardi.

 

Noi, come UpL Unione per le Libertà, per quel poco che può servire e quei pochi che siamo,  ci siamo. Se ci siete anche voi, battete un colpo.

Un saluto libero e Liberale.

 

Galgano PALAFERRI

Coordiantore Nazionale

Unione per le Libertà

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Una bella foto del lavoro della politica italiana.

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DAL BLOG DELLE ICR (IMPRESE CHE RESISTONO)

Pubblicato da ICR su luglio 15, 2011

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Certo che avere una azienda con dei risultati simili e degli amministratori strapagati a livello dei nostri…. BRAVI!

E poi dicono che NOI non siamo capaci di amministrare le nostre aziende.

Guardate i loro risultati in ambito di debito pubblico e di rapporto debito e pil in un paese dove da sempre le tasse sono salite. Con questi risultati come dobbiamo credere ad una manovra che aumenta il prelievo già esoso dalle nostre tasche, senza insieme provvedere a delle “riformeeeeeeeeeeeeeeeee” che possano mettere fine alla NON CRESCITA INTERNA?

QUESTI O SONO      S O M A R I  O CI PRENDONO PER I FONDELLI.

IL GRAFICO LO TROVI QUI':

http://icrl.wordpress.com/2011/07/15/una-bella-foto-del-lavoro-della-politica-italiana/

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E SE DOMANI I MERCATI CI FACESSERO UN "C***" COSI'?

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

NON SO VOI, MA IO STO CON PAOLO REBUFFO. LEGGETE IL RESTO DEL POST E POI FATEMI SAPERE!

<Gal.Pal>

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Alla fine, quassù fra le montagne, ho letto l testo “definitivo” della manovra economica 2011-2014.

Questa Manovra Economica porterà l’Italia ad essere l’unico grande paese sviluppato con un deficit azzerato nel 2014 (non più 2015).

Detto questo , La Manovra Economca testè varata fa schifo sia dal punto di vista qualitativo che dell’equità. Dirò di più, una manovra economica di questo genere oltre ad essere stata un gigantesca occasione persa  per liberlalizzare l’Italia, dal punto di vista dei mercati NON BASTA.

Non Basta perchè, (caro Berlusconi) da qui al 2014 la pressione fiscale italiana aumenterà dell’1,4% (dell’1,7% sull’economia emersa), devo dire che, dopo avere letto i provvedimenti presi, mi sono chiesto per quale motivo dovrei votare di nuovo l’imitazione del centrosinistra attualmente al potere!  Tra i due molto meglio gli originali, almeno non sono così ipocriti da dirsi liberali (oddio in effetti lo sono, ma meno).

Ad ogni modo il punto negativo vero di questa manovra economica è che è fatta per 20 miliardi su 48 di nuove TASSE e per i restanti 28 di tagli che non riducono la regina delle spese improduttive ovvero il costo di province, piccoli comuni, gli ultraprivilegi di parlamentari nuovi e vecchi e il costo dell’esercito di boiardi di stato (spesso,con il pannolone ) che mangiano ogni mese (con mega stipendi e mega pensioni che non hanno minimamente costruito attraverso i versamenti) la possibilità per la minoranza di Italiani che tiene in piedi la baracca, di crescere.

E allora francamente mi auguro di cuore che i mercati da domani mattina ci facciano un culo così!

Mi auguro che il nostro debito pubblico veda schizzare sulla luna gli spread con i tedeschi e che ci si renda finalmente conto che per “ridare fiducia ai mercati” l’unica politica possibile è tagliare ogni singolo capitolo di spesa improduttiva.

Vorrei non sottrarmi alla responsabilità di indicare dove sarebbe necessario intervenire subito per riequilibrare la manovra economica nel senso di un abbassamento della pressione fiscale.

Oltre l’ovvio tagli dei così detti costi della politica, non so voi, ma io stò vivendo con odio e non più con fastidio la gigantesca ingiustizia per cui io, i miei coetanei e i miei figli dovremmo andare in pensione con 45 anni di contributi e un assegno che sarà dal 30% al 60% in termini reali di quello che riceve oggi un novello pensionato.

Vivo con odio la consapevolezza che una parte enorme delle tasse che pago serva a ripianare ogni anno i conti dell’INPS, trovo persino insopportabile che il taglio delle pensioni sopra i 90.000 euro annui sia stato fatto a prescindere da quanto effetivamente versato. Se esistesse (ne dubito ma facciamo finta di si) un pensionato d’oro che ha effettivamente versato abbastanza, in termini contributivi, per ricevere anche 10 milioni di euro di pensione all’anno, beh signori, quelli sono soldi SUOI, è salario differito e tassarggeli è un FURTO.

Allo stesso modo dico che è un furto nei miei confronti e nei confronti dei miei figli il fatto che ad oggi l’età vera di pensione media sia 61 anni (propio cosi’), mentre la mia sraà 69 e sopra ogni cosa che l’assegno che ricevono i pensionati attuali,  nella stragrande maggioranza dei casi stia in piedi solo grazie a trasferimenti dalle mie tasse, mentre per me da quelli stessi pensionati sia stato preparato un futuro da pensionato con sistema contributivo.

Allora ecco la proposta:

Fatte salve le pensioni al minimo deve essere fermato subito ogni adeguamento all’inflazione di tutte le pensioni esistenti fino a quando non abbiano raggiunto il livello corretto calcolato sulla base dei contributi effettivamente versati. Ovvero il livello che toccherà a me e a quelli che verrnno dopo. I risparmi dovranno essere impiegati per un drastica diminuzione delle tasse sui redditi da impresa e da lavoro.

Resto a 3000 metri.

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LA CRISI FINANZIARIA IN ITALIA? COLPA DEI MEDIA!

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

L’Italia si merita l’enorme pressione finanziaria ed economica che le è piombata addosso settimana scorsa. E’ l’opinione di Hans-Peter Burghof in un’intervista pubblicata sul settimanale tedesco Der Spiegel.
Burghof, docente universitario e direttore dell’Institute of Banking and Financial Services dell’Università tedesca di Hohenheim, ritiene che gran colpa sia da attribuire ad un incomprensibile silenzio dei media.
 
Quotidiani e televisioni italiane non dedicano spazio sufficiente alla crisi e questo è un segnale allarmante, secondo Burghof. Significa che il paese preferisce restare separato dalla realtà e non affrontare seriamente i suoi problemi: una strategia perdente e pericolosa, perchè rinvia le azioni necessarie a risolvere i problemi economici più gravi, primo fra tutti l’altissimo debito pubblico, spingendo i mercati a colpire l’Italia.
 
L’economista tedesco non è d’accordo con quei politici che ritengono che i mercati finanziari decidano sulla spinta emotiva, reagendo in preda al panico. I mercati finanziari sono invece molto attenti alle cifre e non si lasciano tranquillizzare dagli annunci populisti e propagandisti dei governi.
“Giulio Tremonti sarebbe in grado di garantire credibilità alla politica economica italiana – spiega Burghof – ma sono le chiacchiere imprudenti di Silvio Berlusconi a scatenare le reazioni del mercato, in particolare quando mette in discussione i richiami all’austerità di Tremonti.
Gli investitori sanno che l’Italia è molto indebitata ma adesso si rendono conto che un investimento in questo paese è sempre meno sicuro, dunque colpiscono scommettendo su un peggioramento della situazione.”

 

(Fonte: Wall Street Italia)

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E DUNQUE NON CI RESTA CHE ASPETTARE L'ENNESIMA STANGATA, LACRIME E SANGUE.

O SARA' MEGLIO COMINCIARE AD ORGANIZZAZRCI PER LA RIVOLUZIONE?

ATTENDIAMO COMMENTI E PROPOSTE "OPERATIVE". CHE ORMAI LE CHIACCHERE STANNO A ZERO.


<UPL>

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QUANTO CI COSTA LA CAMERA.

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

COSE DA PAZZI. MA QUANTO MI COSTI E CHI PAGA? MA FINO A QUANDO? 

OTALIA, SVEGLIA! TUTTI A CASA, RESETTIAMO TUTTO E RIPARTIAMO DA ZERO!

GAL.PAL

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LA CAMERA CI COSTA 1 MILIARDO

2011 - Spesa annua complessiva 1.070.994.520
2013 – (previsione) 1.114.219.354

Stanziamento previdenziale (vitalizi)
2011 – 138.200.000
2013 – 143.200.000

Deputati che prendono la pensione ad oggi 1813
1329 + 484 familiari che godono della reversibilità 
Media mensile a testa: 6.352 euro

Spese per affitti
2011 – 35.625.000
2013 – 36.695.000

Presidio medico interno
1.615.000

Segreteria degli onorevoli
27.900.000
(Questa spesa ha subito un taglio di 500 euro al mese a testa, ma su questa cifra non c’è nessun controllo.E su 630 deputati solo 260 risultano aver stipulato contratti regolari con i loro portaborse).

Stipendi del personale
2011 – 235.500.000
2013 – 246.500.000

Servizi di ristorazione e spesa mercato
6.000.000
Rientro a bilancio: 440.000

Spese per vitalizi e pulizie
2011 – 7.720.000
2013 – 7.840.000

Spese telefoniche
2.315.000

Stampa atti parlamentari
7.150.000

Spese trasporto
12.905.000

Aggiornamento professionale
1.340.000

Beni servizi e spese diverse
2011 – 59.530.000
2013 – 59.880.000

Contributi ai gruppi parlamentari
2011 – 36.250.000
2013 – 36.150.000

Spese attività interparlamentari e internazionali
2.190.000

Spese per il cerimoniale
710.000

Spese per impianti di sicurezza
2.150.000

Applicazioni informatiche e software 9.400.000

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TOH, CHE SI RIVEDE: L'ISPO E I SUOI SONDAGGI!

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

 

DOPO 5 MESI TORNA L'ISPO.

Si risveglia Mannheimer questa mattina sul Corriere della Sera e certifica anche lui il sorpasso del CSX sul CDX. Ora la coalizione progressista avrebbe 5 punti secchi di vantaggio.
In forte calo il PDL, superato dal PD. Male anche FLI, seppur Mannehimer gli assegni un dignitoso 3,7%. Bene l'UDC, il POLO della NAZIONE, che avanza nonostante FLI, l'IDV al quale la campagna "anticasta" evidentemente giova.
Poi alle urne, magari, sarebbe tutta un'altra storia, quindi prendiamoli con beneficio di inventario.

Autore: ISPO
Data Pubblicazione: 17 luglio 2011
Committente: Corriere della Sera
 



POPOLO DELLA LIBERTA': 27,1% ( -3,5%)
LEGA NORD: 9,6% (  -0,3%)
LA DESTRA: 1,2% (-0,1%)
CENTRODESTRA: 37,9% (-3,9%) 

PARTITO DEMOCRATICO: 28,2% (+2,4%)
ITALIA DEI VALORI: 6,2% (+1,0%)
SINISTRA, ECOLOGIA E LIBERTA': 7,4% (+0,5%)
FEDERAZIONE DELLE SINISTRE: 1,1% (-0,2%)
CENTROSINISTRA: 42,9% (+3,7%) 

UNIONE DI CENTRO: 7,0% (
+1,6%)
FUTURO E LIBERTA' PER L'ITALIA: 3,7% (-1,2%)
POLO DELLA NAZIONE: 10,7% (+0,4%)


MOVIMENTO 5 STELLE: 2,5% (+0,8%)
ALTRI: 6,0% (-0,5%)
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SCUOLA DI CHICAGO VS. SCUOLA AUSTRIACA

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

UN PO' DI TEORIA, OGNI TANTO, NON GUASTA.

DA: www.rischiocalcolato.it PROPONIAMO QUEST'OTTIMO POST. BUONA LETTURA.

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FriedmanMises La Scuola di Chicago vs. la Scuola AustriacaPubblico questo articolo su sollecitazione di alcuni utenti che richiedevano delucidazioni sulle differenze tra la scuola di Chicago e la scuola Austriaca. Ultimamente infatti, dato forse il fermento per la fine del QE2, si vedono vari cretini che si improvvisano economisti ed è davvero esilarante osservare come scelgono accuratamente alcuni argomenti (sempre i soliti, in realtà; basta che si screditi la scuola Austriaca) di cui trattare senza però capire (volenti o nolenti) quello che stanno dicendo (ogni riferimento alle scemenze di Uriel è puramente voluto, dato che ha scritto immonde cazzate non conoscendo gli argomenti). Infatti si tende sempre a fare un calderone di argomenti buttando dentro di tutto, accumunando addirittura Scuola di Chicago con Scuola Austriaca. Un abominio. Sono deLumpen InvestoriatDato che Luca sta facendo un lavoro eccellentenell’analizzare le bestialità del sopracitato Uriel punto per punto, mi limito qui a fornire un’immediata differenza tra le due scuole d’economia.
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di Robert P. Murphy

 

Le persone spesso mi chiedono: “In che modo sono differenti gli Austriaci dagli economisti della Scuola di Chicago? Non siete tutti tizi di libero mercato che si oppongono ai Keynesiani del big-government?”

Nell’attuale articolo evidenzierò alcune delle principali differenze. Sebbene sia vero che gli Austriaci concordano con gli economisti della Scuola di Chicago su molte questioni di strategia, nonostante ciò il loro approccio allascienza economica può essere abbastanza differente. E’ importante spiegare queste differenze, almeno per respingere la lamentela comune che l’economia Austriaca sia semplicemente una religione che serve a giustificare le conclusioni libertarie.

Prima di iniziare, lasciatemi indicare un paio di chiarimenti: non parlo a nome di tutti gli economisti Austriaci ed in questo articolo discuterò dei seguaci Austriaci moderni della tradizione di Ludwig von Mises e Murray Rothbard (sulla metodologia in particolare, gli Austriaci nel campo rothbardiano differiscono in qualche modo da coloro che seguono più Friedrich Hayek ed Israel Kirzner). E inoltre importante notare che non tutti gli economisti della Scuola di Chicago pensano allo stesso modo. Anche così, spero che le seguenti generalizzazioni siano rappresentative.

 

Metodologia

Gli Austriaci sono degli stravaganti tra gli economisti professionisti per il loro focus su argomenti metodologici in primo luogo. Infatti il capolavoro di Mises, l’Azione Umana, dedica l’intero secondo capitolo (41 pagine) ai “Problemi Epistemologici delle Scienze dell’Azione Umana”. Non c’era un simile trattato nell’ultimo libroFreakonomics.

Sebbe la maggior parte degli economisti nel ventesimo secolo e nel nostro tempo sarebbe in forte disaccordo, Mises insisteva che la teoria economica stessa era una disciplina a priori. Quello che voleva dire è che gli economisti non dovrebbero scimmiottare i metodi dei fisici proponendo ipotesi e sottoponendole a test empirici. Al contrario, Mises pensava che il copro principale della teoria economica poteva essere logicamente dedotto dall’assioma “dell’azione umana”, ovvero, il concetto o il punto di vista che ci sono altri esseri consapevoli che usano la loro ragione per raggiungere scopi soggettivi (per ulteriori dettagli sui punti di vista metodologici di Mises, si veda questo e questo).

Al contrario, l’articolo influente della Scuola di Chicago sulla metodologia è “The Methodology of Positive Economics” del 1953 scritto da Milton Friedman.[Scarica il PDF] Lungi dal derivare principi economici o leggi che sono necessariamente vere (come suggerisce Mises), Friedman invoca invece lo sviluppo di modelli con affermazioni false. Queste false premesse non intaccano una buona teoria, comunque:

«La domanda rilevante da chiedere sulle “supposizioni” di una teoria non è se sono “realistiche”, poiché non lo sono mai, ma se sono approssimazioni sufficientemente buone per lo scopo sotto mano. Ed a questa domanda si può trovare risposta solo vedendo se la teoria funziona, il che vuol dire se fornisce previsioni sufficientemente accurate.»

Sebbene l’analisi di Friedman paia perfettamente ragionevole e la personificazione della “scientificità”, Mises pensava che fosse una seducente trappola per gli economisti. Per un’illustrazione veloce della differenze di prospettiva, lasciatemi proporre un esempio dalla mia esperienza d’insegnante.

Era una classe sui principi di microeconomia e stavamo usando un (eccellente) libro di testo di Gwartney, Stroup, et al. Nel primo capitolo c’era una lista di diversi punti guida o principi sul modo di pensare in economia. Come ricordo, sono pezzi del tipo “Le persone rispondono agli incentivi” e “Ci sono sempre scambi”. Queste sono cose indiscutibili con cui ogni economista concorderebbe come molto importanti per far imparare agli studenti a “pensare come un economista”.

Tuttavia, un indicatore guida che risultava come un gigante tra i pigmei era: “Per essere scientifica, una teoria economica deve fare previsioni testabili”. Spiegai alla classe che anche se questa era una visione popolare tra gli economisti professionisti, non era una di quelle che condividevo. Spiegai che ogni cosa che avremmo imparato nell’intero semestre dal libro di testo di Gwartney, Stroup, et al. non avrebbe reso previsioni testabili. Al contrario, avrei semplicemente insegnato loro un modello con cui avrebbero potuto interpretare il mondo. Gli studenti avrebbero dovuto decidere se il modello sarebbe stato utile, ma in ultima istanza la loro decisione non si sarebbe ridotta a: “Questi strumenti della domanda e dell’offerta hanno fatto buone previsioni?”

Dopo che esposi il mio imbonimento, uno dei miei studenti fece un’eccellente osservazione per cui non uno degli altri indicatori guida forniva una previsione testabile. Aveva ragione! Per esempio, come qualcuno può testare l’affermazione che “Le persone rispondono agli incentivi”? Potrei dire ad una persona: “Ti do 20$ se ti tagli l’alluce”. Nonostante quello che accada, la mia affermazione è sicura ed inattaccabile. Se la persona non si taglia l’alluce, dimostra semplicemente che non gli ho offerto un incetivo abbastanza grande.

Questo non è solo un discorso filosofico. Mises sottolineò che l’importante eredità di un pensiero economico competente non è una collezione di affermazioni empiricamente testate sul comportamento delle variabili economiche. Piuttosto, la teoria economica è un modello intrinsecamente coerente per interpretare “i dati” in primo luogo.

E’ vero che certe applicazioni d’economia coinvolgono prove storiche — come investigare se la Federal Reserve abiba giocato un ruolo importante nella bolla immobiliare — ma questa è tutt’altra cosa dalla tipica giustificazione degli economisti mainstream per la costruzione di modelli matematici.

 

Boom & Bust

Un’altra grande divergenza tra le Scuole di Chicago ed Austriaca è la loro spiegazione per i boom e le loro ricette stretegiche per i bust. I lettori di questo articolo avranno probabilmente familiarità con la visione Austriaca, quindi eviterò un’altra discussione.

Gli economisti della Scuola di Chicago ovviamente hanno punti di vista sfumati, ma parlando in generale sottoscrivono le “ipotesi dei mercati efficienti”. Nella loro forma più forte le IME negano che ci possa anche essere una cosa simile alla bolla immobiliare (si veda qui e qui). Date le loro supposizioni sugli attori razionali e sui mercati che si ripuliscono velocemente, e dato che mancano di una sofisticata teoria del capitalenell’economia, gli economisti della Scuola di Chicago sono forzati a spiegare le recessioni come un ambiente “equilibrato” sbilanciato da improvvisi “shock”.

Storicamente non hanno considerato le distorsioni causate da tassi d’interesse al di sotto del mercato (che sono ovviamente l’ingrediente chiave nella teoria Austriaca del ciclo economico). Tuttavia, di recente sempre più critici dalla Scuola di Chicago hanno puntato il dito alla FED sottolineando i pericoli della politica del tasso d’interesse a zero di Ben Bernanke.

Ironicamente, l’area strategica dove gli Austriaci e la Scuola di Chicago differiscono di più è quella che riguarda il denaro, l’argomento in cui si è specializzato Milton Friedman. Friedman (e la sua co-autrice Anna Schwartz) criticò la Federal Reserve per non aver stampato abbastanza denaro all’inizio degli anni trenta per compensare il declino alimentato dagli assalti agli sportelli. Nel nostro tempo alcuni economisti della Scuola di Chicago — che legittimamente puntano allo stesso Milton Friedman per giustificarsi — incolpano per la crisi dell’autunno 2008 le politiche di “ritrettezza monetaria” di Bernanke. Naturalmente questi punti di vista sono un’anatema per i moderni Austriaci che seguono la tradizione di Murray Rothbard, secondo cui le banche centrali dovrebbero essere abolite.

 

Legge ed Economia

Infine, la maggior parte dei membri delle Scuole di Chicago ed Austriaca hanno idee molto divergenti quando si parla del campo conosciuto come “Legge ed Economia”. Che ci si basi sulla legge naturale o sull’eredità tradizionale della legge comune, gli Austriaci tendono a pensare che le persone abbiano oggettivamente diritti di proprietà, punto, ed una volta che specifichiamo questi diritti può iniziare l’analisi economica. Al contrario, alcune delle più estreme applicazioni di quello che potrebbe essere chiamato “approccio di Chicago” direbbe che l’assegnazione dei diritti di proprietà stessi dovrebbe essere determinata sulla base dell’efficienza economica (nella reductio ad absurdum di Walter Block, un giudice decide se un uomo ha rubato la borsetta di una donna chiedendo quanto pagherebbero per essa entrambe le parti).

Questa è un’area particolarmente sottile che non posso adeguatamente riassumere in questo articolo. E’ sufficiente dire che gli economisti Austriaci e della Scuola di Chicago possono apprezzare le straordinarie idee — e le sfide della critica Pigouviana del mercato — contenute nel famoso articolo di Ronald Coase. Tuttavia la tradizione della Scuola di Chicago ha portato il lavoro di Coase a conclusioni che molti (forse la maggior parte) dei moderni Austriaci trovano repellenti.[Scarica il PDF]

 

Conclusione

Sugli argomenti caratteristici come il salario minimo, le tariffe, o lo stimolo della spesa del governo, gli economisti Austriaci e quelli della Scuola di Chicago possono essere tranquillamente accumunati come economisti di “libero mercato”. Tuttavia sul denaro ed in altre aree — in particolare argomenti di pura teoria economica — le due scuole sono completamente differenti. Da economista Austriaco, incoraggerei i fan del libero mercato che conoscono solo Friedman ad aggiungere alle loro letture Ludwig von Mises e Murray Rothbard.

 

[*] traduzione di Johnny Cloaca

da Freedonia di Johnny Cloaca

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IL DUBBIO: la cultura americana senza invidia sociale

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ESTERI

DA "LIBERALE" E PER TUTTI COLORO CHE PENSANO DI ESSERLO, VOGLIONO ESSERLO,  UN ARTICOLO DA LEGGERE, RILEGGERE E MEDITARE. FATELO E MI DARETE RAGIONE. ALMENO CREDO.

GAL.PAL

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GRADITI I COMMENTI.

Si attribuisce la fortuna del vicino alla capacità più che alla corruzione

 

L a notizia che un Comune pugliese ha indetto un concorso per l' assunzione di 27 addetti alla delazione di potenziali evasori fiscali ha suscitato l' entusiasmo di molti miei lettori, che mi rimproverano di aver condannato l' iniziativa. Portano ad esempio gli Stati Uniti, il Paese dove «tutti pagano (pagherebbero) le tasse» e c' è persino un sito per denunciare (anonimamente) i sospetti evasori. Ma neppure gli americani sono contenti di pagarle. Lo testimonia la nascita dei tea party , che non sono contro le tasse, ma contro lo Stato federale che è diventato spendaccione e fiscalmente vorace. La delazione è la regressione all' homo homini lupus , di tutti contro tutti; la condizione cui il totalitarismo riduce gli uomini per farli propri complici e soggiogarli meglio. Lo Stato democratico-liberale moderno è nato, invece, come Magistrato che amministra la giustizia sulla base di Leggi impersonali e universali, ad evitare che i cittadini si facciano giustizia da sé, secondo il proprio soggettivo giudizio (quale è la delazione). Nell' Urss di Stalin, la delazione aveva, almeno, una giustificazione ideale nella fede nel comunismo e nella fedeltà al partito. Da noi, l' elogio della delazione è l' espressione della soggezione collettiva a una pressione fiscale eccessiva e ingiusta, cui non si pensa di opporsi, come fanno democraticamente i tea party americani, ma che si subisce passivamente con la consolazione - figlia dell' invidia sociale per «i ricchi» che si presume evasori - che sarebbe accettabile se le tasse le pagassero tutti; una sorta di compensazione di un' ingiustizia con la sua estensione a tutti fondata su un' idea di egualitarismo che livella tutti alla condizione peggiore. La cultura americana - che è competitiva e poco incline all' invidia sociale - ha origine nella convinzione che ogni uomo sia artefice del proprio destino; non tende ad attribuire le fortune altrui a comportamenti illeciti e le proprie sfortune alla società, come accade, invece, da noi. Ho cercato di spiegarlo con l' esempio di chi, negli Usa, pensa che ce la farà anche lui se il vicino si è comprato una nuova auto. Ma i lettori in questione ne hanno dedotto che se l' è comprata perché evade le tasse, mentre il vicino non può permetterselo perché non le evade! Ma non erano convinti che gli americani le paghino tutti? Non si può neppure dire che la cultura politica di questi nostri concittadini sia consapevolmente illiberale. È solo rozza, pre-moderna e inconsapevolmente totalitaria; figlia di una scuola ideologica che non insegna informando, ma «forma» cittadini con la logica dello Stato etico; alimentata da un giornalismo moralista che non parla dei problemi reali della gente, ma la lascia cuocere nelle sue frustrazioni e ne alimenta l' anti-politica (che è fascismo al primo stadio). Mi rendo conto, con ciò, di non essere molto popolare. Ma continuo a scrivere quello che penso. Senza pretendere di convincere qualcuno, o di essere condiviso da tutti; cercando, almeno, di far pensare, anche a costo di irritarne alcuni. postellino@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA

Ostellino Piero

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SPESA PUBBLICA, VA RIDOTTA DI PIÙ.

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

La dilatazione dello Stato

Tutti i governi - sia di centrodestra, sia di centrosinistra - sono condannati a fare la stessa politica finanziaria: spesa pubblica elevata; pressione fiscale elevata per farvi fronte. I costi dello Stato hanno cancellato la storica distinzione fra destra e sinistra. La mancata rivoluzione liberale del Popolo della libertà di Berlusconi fa il paio con l'ambiguo riformismo del Partito democratico di Bersani. Se si inverte l'ordine dei fattori - Tremonti e Visco - il prodotto (fiscale) non cambia.

Il centrodestra giustifica la pochezza della sua riforma fiscale - che prevede tre nuove aliquote Irpef al 20, 30, 40% - con l'enorme debito pubblico e l'esigenza di ridurlo. Ma l'alibi del debito è guardare il dito invece della luna. Ha ragione Tremonti quando dice che gli Stati producono più deficit che Pil. Bisognerebbe, allora, smetterla di guardare il dito e incominciare a guardare la luna. Che è lo Stato come si è sviluppato dal secondo dopoguerra ad oggi. Un esempio delle ragioni per cui gli si chiede troppo, rispetto a ciò che può socialmente dare, e, di conseguenza, per cui finisce col togliere fiscalmente più di quanto dovrebbe, sta nell'articolo 3 della Costituzione: «...È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della personalità umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In sintesi, si passa dalla constatazione di un dato di fatto - l'esistenza di diseguaglianze economiche e sociali fra i cittadini - all'impegno, da parte dello Stato, a realizzare eguaglianze dello stesso ordine. Ma la contraddizione è sanabile solo imponendo l'eguaglianza con la forza, in violazione delle libertà individuali, come hanno fatto i regimi di «socialismo reale»; ovvero producendo un eccesso di spesa pubblica e di pressione fiscale che mortificano lo sviluppo, come accade in molte democrazie liberali. La prima eguaglianza, per via totalitaria, era «l'eguaglianza nella povertà» del comunismo, della quale, sotto il profilo economico e sociale, parlava Churchill; la seconda eguaglianza, per via democratica, è, comunque, irraggiungibile perché gli uomini, ancorché uguali di fronte alla legge, restano, in regime di libertà, diversi per capacità, merito, fortuna. Auspicare che gli uomini siano eguali sul piano economico e sociale equivale a dire: piove, ma non dovrebbe piovere. Lo Stato, dilatato oltre ogni ragionevole misura, è l'irrazionale deduzione di un giudizio di valore (staremmo meglio se non piovesse) da un giudizio di fatto (piove). In una democrazia liberale, si usa l'ombrello (le provvidenze dello Stato sociale), ma non si può pretendere che non si bagni nessuno (eliminare le diseguaglianze).

Giulio Tremonti, che è il ministro socialista di un governo che si vuole liberale, ha disegnato una riforma fiscale che fa in modo che non si bagni nessuno; ma che non ubbidisce all'imperativo liberale dello sviluppo: rassegniamoci che le diseguaglianze permangano, ma cerchiamo di stare meglio tutti. La riforma si propone di perequare i redditi, riducendone le aliquote in modo pressoché uguale. Così, finisce col mancare i suoi obiettivi: 1) di elevare in modo consistente le condizioni dei ceti meno fortunati, cui i pochi euro in più non cambieranno la vita; 2) di produrre la ripresa economica, grazie all'aumento dei consumi, abbassando radicalmente quelli medio alti, che hanno una maggiore capacità di spesa.

Reagan s'era trovato davanti allo stesso dilemma. Ma Laffer - l'economista della «curva» omonima secondo la quale una elevata pressione fiscale provoca una forte evasione e una diminuzione del gettito, mentre una bassa pressione accresce il gettito perché (quasi) tutti pagano le tasse - lo aveva consigliato di ridurre in misura maggiore le tasse sui redditi medio-alti. E l'economia degli Stati Uniti era ripartita.Se, anche da noi, non si prende atto che il problema è, innanzi tutto culturale, cioè etico-politico - le abnormi dimensioni dello Stato, l'eccesso di spesa pubblica e di pressione fiscale; la necessità conseguente di ridurre le dimensioni dello Stato e di diminuire l'una e l'altra - non ne usciremo mai.

Piero Ostellino 

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L'UE COME L'URSS?

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DI REDAZIONE

Di seguito alcuni appunti tratti da una conferenza di Vladimir Bukovsky, dissidente sotto il regime sovietico, autore de “Gli archivi segreti di Mosca”, ed Spirali, 1999.

“Per quasi 50 anni abbiamo vissuto insieme un grande pericolo, all’ombra dell’Unione Sovietica, un paese aggressore che voleva imporre il suo modello politico a tutto il mondo. Diverse volte nella mia vita ho visto per puro miracolo sventare il sogno dell’Urss. Poi abbiamo visto la bestia contorcersi e morire davanti ai nostri occhi. Ma invece di esserne felici, siamo andati a crearci un altro mostro. Questo nuovo mostro è straordinariamente simile a quello che abbiamo appena seppellito”.

Che cos’era l’URSS? Un’unione di repubbliche socialiste.

Che cos’è l’UE? Un’unione di repubbliche socialiste.

Chi governava l’URSS? Quindici persone, non elette, che si sceglievano fra di loro.

Chi governa l’UE? Venti persone non elette che si scelgono fra di loro.

Come fu creata l’URSS? Soprattutto con la forza militare, ma anche costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente.

Come viene creata l’UE? Costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. (la crisi dei debiti sovrani è la chiave di volta di questo progetto. I PIIGS sotto tutela economica della BCE è solo l’inizio, ndr).

Per la politica ufficiale dell’URSS le nazioni non esistevano, esistevano solo i “cittadini sovietici”. L’URSS creò una nuova entità, chiamato popolo sovietico.

L’UE non vuole le nazioni, vuole solo i cosiddetti “europei”.

In teoria, ogni repubblica dell’URSS aveva il diritto di secessione. In pratica, non esisteva alcuna procedura che consentisse di uscirne.

Nessuno ha mai detto che non si può uscire dall’Europa. Ma se qualcuno dovesse cercare di uscirne, troverà che non è prevista nessuna procedura.

Nell’URSS esisteva la corruzione tipica di una repubblica socialista: una corruzione organizzata dall’alto.

DA: www.movimentolibertario.com

Nell’UE i sintomi della corruzione sono uguali, tipicamente sovietici.

L’UE promette più uguaglianza, più equità, più giustizia. Questa è una promessa bolscevica, tipica dell’URSS.

L’Urss aveva i gulag.

L’UE non ha dei gulag che si vedono, non c’è persecuzione tangibile, ma ci sono i gulag intellettuali. Gli oppositori sono completamente isolati e marchiati come asociali. Sono messi a tacere, gli si impedisce di pubblicare, di fare carriera universitaria, ecc.. Questo è il loro modo di trattare con i dissidenti. I risultati dei gulag intellettuali sono gli stessi di quelli sovietici.

L’URSS era aggressiva. Poteva sopravvivere solo annettendo nuovi paesi.

L’UE agisce nello stesso modo, partita con 6 paesi oggi è a 27 ed altri ne verranno annessi.

Si tratta solo di somiglianze superficiali?

Dopo aver fatto alcune ricerche sono arrivato alla decisa conclusione che non si tratta di coincidenze.

Semplicemente parlando, la storia dell’Europa del dopoguerra è una lotta di Bolscevichi contro Menscevichi, cioè di Comunisti contro Socialisti.

P.S. Ho deciso di pubblicare questo breve documento che avevo in archivio, dopo aver letto il libro “LA TRAGEDIA DELL’EURO” di Philipp Bagus. L’autore del libro, non solo riprende i concetti di cui sopra, ma spiega che oggi la vera chiave di volta per realizzare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Europee (URSE) è l’euro, non a caso conosciuta come “moneta unica”! (Elleffe).

...........

Sicuramente non e’ l’Unione Europea che avevano in mente i padri costituenti (Spinelli, Gaetano Martino, Aedenauer, De Gapuòe). e tutto quello che si legge nel post è purtroppo, a oggi, l’amara realtà. Un po' agghiacciante, a pensarci bene. E lo scrivo da Europeista convinto. Non di questa Europa, ma degli Stati Uniti d'Europa.

Di là ancora a venire e, che forse, non verrà mai più! Purtroppo, viste le crisi in atto, o meglio la crisi in atto. E le nuove sfide provenineti dai nuovi colossi economico-religiosi mondiali: Cina, India, Islam.

<Gal.Pal>

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