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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

OVVERO COME SPUTARE SUL PIATTO......

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DA KULISCIOFF

Scandaloso spiderTruman

Sarà pure un fake, sto spiderTruman – il sé-dicentesi “portaborse precario” che col blog I segreti della casta di Montecitorio, da un paio di giorni dissemina in Rete le già note consuetudini dei mangia-casta a tradimento che sono i beneamati rappresentanti del Popolo. Si dice: ma questo perché parla solo ora? Evidentemente, gli è andato bene così finché è stato anche lui beneficiario del sistema, da portaborse speranzoso magari di poter passare, un giorno, dalla parte del titolare della borsa da portare. E visto che gli è andata male, si mette, per rivalsa, a sputtanare.

E poi, ci dicesse almeno qualcosa di inedito: ne avevano parlato Stella e Rizzo, ad esempio, dei trucchetti dei legislatori per utilizzare al meglio, per sé e famiglie, i denari da noi tutti versati come obolo fiscale al loro soddisfacente auto-mantenimento in vita; ma anche le indagini (e lo sciopero della fame) della radicale Rita Bernardini avevano fatto luce sullo spreco dissoluto degli affitti di Palazzo.

Niente scoop, quindi.  E poi il grosso dell’oscenità sta altrove: nei rimborsi elettorali, ad esempio. Bene, e allora? Un tour dei parlamenti civili europei consente di sottolineare cosa c’è che non va, in queste inezie di nostrana sprecopoli: niente palazzi in affitto fuori-mercato, da quelle parti, né trattamenti benessere all inclusive per deputato e consorte né commessi strapagati in livrea né scorte o auto blu o insopportabili minchiate da arricchiti di campagna né regimi previdenziali più favorevoli di quelli imposti a tutti gli altri, i cittadini-sovrani.

Alcuni amici liberali attribuiscono a questo improvviso surrogato d’indignazione 2.0 la medesima matrice forcaiol-qualunquista che ha sotterrato il bambino democratico primo-repubblicano lasciando invece che l’acqua sporca continuasse impunemente a sgorgare. Certo, il rischio quello è: un neo-manipulitismo farlocco di ritorno. Però, signori, qui la bolletta di quell’ormai economicamente insopportabile rappresentazione di pseudo-democrazia si fa cara assai, e per unilaterale decisione. E allora mi chiedo: ma in un regime liberale, non è il cittadino, il sovrano?

............

BEH, FACILE SPUTARE SUL PIATTO QUANDO TE LO TOLGONO DA SOTTO LA BOCCA. FARLO PRIMA, NO? COSI' E' DAVVERO TROPPO FACILE, MOLTO VENDICATIVO, DOPPIAMENTE MESCHINO.

<UpL>

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VITTORIO FELTRI INTERVISTA IL MINISTRO BRAMBILLA.

17 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

ECCO IL TESTO DELL'INTERVISTA DI VITTORIO FELTRI A MICHELA VITTORIA BRAMBILLA. MINISTRO DEL TURISMO E ANIMALISTA CONVINTA. COME NOI!

 

Signora Ministro, sulla Stampa, Federico Geremicca ha scritto un articolo in cui prevede uno scossone definitivo che farà crollare, forse domani stesso, un altro pezzo di economia e l’intero governo. Lei ha già preparato le valigie o non si lascia impressionare dal cicaleccio menagramante?

Agli interventi esterni per sovvertire la volontà popolare siamo abituati. E ritengo che la fonte da lei citata ecceda nel catastrofismo. Il Governo ha dimostrato di avere la forza e la capacità per portare a compimento una manovra molto impegnativa. Io farò la valigia quando sarà il voto a decretare che devo andarmene. A parte il cicaleccio e le trame da corridoio, questi sono i fatti e i menagramo, si sa, votano tutti dall'altra parte.

Davanti alla situazione che si deteriora ogni giorno, che tipo di discorsi fa con Berlusconi? Ha potuto capire se lui ha qualche carta importante da giocare per raddrizzare il timone?
Il timone del governo è talmente dritto da riuscire a condurre in porto un’azione che risponde con efficacia a tutti gli attacchi di questi giorni non solo contro l’Italia ma anche contro la moneta europea. E aggiungo che con il presidente Berlusconi  e gli altri ministri si parla solo delle cose che stiamo facendo e di quel che dobbiamo ancora fare. Di tutto il resto, compresi i gossip, non ce ne frega nulla.

Lei è l’unica nel Governo ad essere riuscita a piazzare un provvedimento autenticamente liberale: cioè la flessibilità dei giorni di apertura e degli orari dei negozi nelle città d’arte e in quelle turistiche. Non sarebbe il caso di estendere il provvedimento lasciando a ciascun commerciante la facoltà di gestirsi come gli pare?
Certamente. Del resto, è da quando sono entrata in politica che mi  batto perché si realizzi un reale e strutturato processo di liberalizzazioni e di privatizzazioni, che è poi quanto serve all’economia per crescere. Ma è una lotta estenuante perché bisogna combattere contro anacronistiche logiche corporative che i governi di sinistra non hanno fatto nulla per sradicare.

Come mai la famosa rivoluzione liberale è rimasta lettera morta?
La crisi economica ha purtroppo imposto anche al nostro governo priorità diverse da quelle che  erano state in precedenza enunciate. Oggi l’area dell’euro è sotto attacco ed è compito dei paesi che fanno parte dell’Unione difendere la nostra moneta e i fondamentali delle nostre economie.

Quasi tutti i commentatori giudicano la manovra di Tremonti penalizzante per le famiglie e non risolutiva del problema debito pubblico. Qual è la sua opinione?
Chi sostiene questa tesi non si rende conto dei gravi rischi che il nostro paese sta correndo a causa dell’enorme debito pubblico. I commentatori dovrebbero prendersela con i governi che con le loro dissennate politiche hanno permesso di accumulare, negli anni, un debito così devastante. Io penso che il governo non potesse fare di più e di meglio di quel che ha fatto.

Quante e quali sono le cause delle principali difficoltà dell’esecutivo?
Penso che, in questa strategia destabilizzante, la parte più politicizzata della magistratura abbia avuto un ruolo primario. Come non vanno sottovalutati gli effetti prodotti dalla crisi economica che ha, di fatto, impedito al governo di realizzare, nei tempi che erano stati previsti, i punti più qualificanti del suo programma di riforme.

Quanto pesano sull’efficienza del Governo le preoccupazioni personali di Berlusconi,  sempre accerchiato da avversari più o meno scorretti?
Pesano meno di quanto non si creda e molto meno di quanto scrivano i giornali. Silvio Berlusconi è un combattente  dalle spalle larghe e con  un grande allenamento nel respingere bordate, che non condizionano né potranno condizionare l'azione di governo.

Fino a un paio di settimane fa, nonostante le grane, l’Italia sembrava lontana da ogni pericolo di instabilità finanziaria, poi all’improvviso si è trovata al centro della bufera. Cosa ha determinato questa svolta negativa?
Io penso che l’obiettivo di questi assalti non sia l’Italia, ma l’euro e la politica monetaria dell’Unione. Perché è evidente che non potrebbe più esserci né moneta europea né Europa senza l’Italia. E credo che si sia sottovalutata la forza dei poteri finanziari che da tempo operano per distruggere il progetto europeo.

Si parla ogni due minuti di governo tecnico. E’ un’ipotesi realistica?
Per fronteggiare problemi così seri i cosiddetti governi tecnici sono del tutto inadeguati e, difatti, in Europa non c’è paese che abbia pensato ad un’eventualità del genere. Le vere emergenze possono essere gestite solo dalla politica.

Con Alfano segretario, il partito si dovrebbe riorganizzare ed essere più unito, più forte. Questo in teoria. Ma in pratica cosa succederà? 
Una forte accelerazione del programma organizzativo sul territorio, che coinvolga tutte le risorse del partito e in maggiore misura la nuova classe dirigente rappresentata dai quarantenni. E poi certamente la scelta dei responsabili di tutti gli organismi territoriali  attraverso il sistema delle primarie.

Quali sono le cose che funzionano bene nel partito e quali non funzionano affatto? 
I punti di forza del partito sono il suo leader, il massimo conquistatore di consensi che esista nel panorama politico, e quel sistema di valori, al quale  anche Angelino Alfano ha fatto riferimento, che sono condivisi dalla grande maggioranza degli italiani. Il difetto è quello di non avere avuto abbastanza tempo per lavorare alla formazione di una classe dirigente sul territorio. E poi l’incapacità di comunicare pienamente i risultati raggiunti dall’attività di governo. Ma questo non è tutta colpa nostra…

Lo stato di salute del turismo italiano è migliorato, peggiorato o è stabile rispetto al giorno in cui ha assunto la responsabilità del ministero? 
Nonostante la crisi economica, in questi due anni il turismo italiano ha realizzato performance migliori di tutti i paesi europei, dimostrando di essere un asset indispensabile per lo sviluppo della nostra economia. L’Italia è tornata in cima alla classifica dei paesi più attrattivi per i turisti di tutto il mondo e ha saputo migliorare e ampliare la sua offerta.

Quali sono le cose che ha fatto per incrementare il settore e quelle che rimangono da fare?
Solo negli ultimi due mesi, è diventata legge la prima riforma del turismo della storia della repubblica. Un testo che riconosce tutele, trasparenza e assistenza al turista, che sostiene le imprese  e che ristruttura la nostra offerta  per renderla in grado di competere nello scenario internazionale. Mentre stiamo erogando 118 milioni di euro al territorio per finanziare progetti di eccellenza per il settore, abbiamo poi messo sul piatto anche tre miliardi e seicento milioni di euro che sono da subito a disposizione dei nostri bravi operatori per investimenti e  riqualificazione. Resta il problema del potenziamento delle infrastrutture, sul quale siamo fortemente impegnati.

Quali sono i motivi che inducono gli italiani a fare le vacanze all’estero anziché qui? E quali sono quelle che scoraggiano gli stranieri a venire da noi?
A dire la verità, anche quest’anno, la stragrande maggioranza delle vacanze degli italiani (l’80%) ha come meta l’Italia. Sarà merito del fatto che il nostro è il più bel paese al mondo, e che la nostra offerta turistica ha saputo migliorare i servizi e attuato una politica di prezzi più efficace e forse anche degli spot che continuiamo a trasmettere. E’ altrettanto vero che proprio l’anno scorso e nei primi sei mesi del 2011 abbiamo assistito ad un incremento notevole di flussi dall’estero.

Il Mezzogiorno in particolare non è capace di sfruttare il turismo che, invece, potrebbe essere una miniera d’oro e arricchire zone attualmente depresse. 
Recentemente sono arrivati da alcune aree del sud segnali molto confortanti, che segnano un cambiamento di tendenza. Certo il problema ora è quello di dotare il sud di un sistema di servizi che sappia intercettare sempre di più la domanda internazionale. Così come di risolvere la palese incapacità di utilizzo dei fondi europei o statali da parte di molte amministrazioni locali.

Molti si chiedono se Michela Vittoria Brambilla si occupi di turismo o animalismo. Sono due cose inconciliabili?
Non lo sono. Io mi occupo anche dell'immagine del nostro Paese. E devo difenderla dall'inciviltà. I maltrattamenti agli animali, suppongo tutti convengano, sono pubblicità negativa, in un contesto internazionale nel quale si registra una crescente sensibilità nei loro confronti.

Ma sì, ci parli un po’ di bestie. Non mi riferisco a quelle che frequentano il palazzo, ma a quelle che ama.
Le ho sempre amate tutte - quelle a quattro zampe s’intende - e sto cercando di difenderle dalle insidie di una società che troppo spesso mostra di non avere nei loro confronti alcun rispetto. Ma le confesso, ho perso la testa per una tigre, la più bella del mondo. E mi risulta che il nostro amore sia oramai di dominio pubblico. Ma forse voi ne sapete qualcosa…

 

Vittorio Feltri, “il Giornale”, 17 luglio 2011


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DX,SX E LA MANOVRA ECONOMICA: COSI' DISTANTI, MA COSI' SIMILI!

16 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DESTRA E SINISTR A DAVANTI ALLA MANOVRA ECONOMICA: APARENTEMENTE DISTANTI, MA COSI' SIMILI.

 

ANTONIO MARTINO ha definito, in un'intervista, la nuova manovra finanziari come “socialista”. Può sorprendere, e sembrare paradossale, tale definizione, avendo la sinistra lanciato strali contro Tremonti e contro la finaziaria appena epprovata. Ma in realtà così non è. Al di la dei toni propagandistici usati da Bersani, Finocchiario e C. anch'essa averebbe, probabuilmente agito allo stesso modo.

Riflettiamo sulla politica economica di questo Governo, nei tre anni trascorsi da Berluscoini a Palazzo Chigi, dopo le ultime elezioni.

Di Liberalizzazioni, cavallo di battaglia, uno dei cavalli di battaglia dell'attuale maggioranza, non vi è traccia, tranne che per un emendamento cheche impegna il Ministro dell'ecoinoma a mettere a punto entro il 31.12 2013 “uno o più programmi per la dismissione di partecipazioni azionarti dello Sato e di enti pubblici non territoriali”. Dunque campa cavallo...e nel frattempo, nulla sarebbe stato fatto.

Capitolo Province, altro caposaldo del programma elettorale, dovevano essere abolite, per recuperare un bel po di euro da destinare a miglior causa: sono ancora lì, cresciute e moltiplicate.

Tanto i loro costi, continuiamo a pagarle noi, poveri cittadini, sempre più vessati da un fisco rapace e dissipatore d'altrui ricchezza.

Sistema pensionistico: malgrado tutto quello che la propaganda di una certa sinistra vorrebbe farci credere, è uno dei più generosi di quelli in vigore nei paesi occidentali.

Si va in pensione mediamente a 61,1 anni, ovvero circa tre anni sotto la media dei paesi OCSE. Vero che la manovra è intervenuta, chi ha 40 anni di contributi andrà in pensione un mese più tardi nel 2012, due nel 2013, 3 nel 2014. Ma si tartta di misure molto leggere, non certo di quello che servirebbe.

E, malgrado tutto ciò, ci mermettiamo il lusso di un patrimonio statale immobiliare non inferiore ai 250 miliardi di Euro. E nessuno che pensi di dismetterlo. Ma proprio per nulla.

E se così stan le cose, ci chiediamo che altra manovra sarebbe stata possibuile fare, se non questa, lacrime e sangue per i soliti noti. E la “casta” a gozzovigliare, alla faccia dei soliti noti. Ceto medio, sempre più impoverito, ceto medio-basso, senza più, ormai, neanche gli occhi per piangere.

Altro che roboanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio. “Non metteremo le mani nelle tasce degli italiani”. Si è visto, si vede. Tiket sanitari, bolli sui depositi, tasse giuridiche sui divorzi e sulle cause di lavoro, accise....e queste cosa sono, elargizioni generose nelle nostre tasche o prelievi forzosi? E la sinistra, e torniamo al paradosso iniziale, quello della definizione di Martino della presente manovrea (che lui non ha votato!), come “socialista”, che avrebbe fatto?. Esattamente la stessa cosa, forse peggio.Per la fondamentale e decisiva ragione che questa sinistra, su molte delle questioni elencate prima (liberalizzazioni, abolizione delle province, dismissioni, difesa dei privilegi della casta, sistem pensionistico), la pensa alla stessa maniera della destra, di questa destra. Assai poco Liberale, mostro statalista, assai corporativa, finaco “socialista”.

Dunque “quieta non movere”, “cambiare tutto perchè nulla cambi”. Tutti fermi e immobili.

Senza rendersi conto, chi ci governa e chi vi si oppone (un'unica melassa, indistinta, ormai, al di la degli scontri....di facciata, per il pubblico!), che se non si intervuene celermente e in modo deciso sui grandi interessi parassitari delle varie consorterie, caste, ordini e quant'altro, se non si introduce concorrenza vera nella nostra economia, se non si è in grado di innescare un processo di crescita del Paese, se non si fanno partire le liberalizzazioni, quelle vere, ad iniziare dal settore energetico, fra non molto dovremo pensare all'introduzione di nuove tasse, prelevandole dai soliti noti, purtroppo, se li troveremo ancora in vita. Lo ha detto DRAGHI, che nessuno ascolta, purtroppo, una delle poche menti illuminate, sagge, al di sopra delle parti, in grado di analisi precise e inconfutabili. Ma che nessuno vuole ascoltare, almeno tra i nostri politici. E il TITANIC affonda.  

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CETI PRODUTTIVI VS CETI PARASSITARI.

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DI FILIPPO MATTEUCCI

Penso che tutta la storia e la mappatura filosofica delle ideologie siano da riscrivere, per lo meno a partire dall’Illuminismo. Ai soggetti provenienti da famiglie prive di identità che ci vengono a dire come deve andare il mondo, quando essi stessi non sanno né chi sono né perché esistono, non possiamo che opporre lo ius naturalis e i suoi capisaldi: la proprietà privata e il libero mercato. Proprietà privata e libero mercato impongono di buttare le ideologie nel pattume, una volta per tutte: gli errori mentali e il regresso di civiltà dei nostri nonni del Novecento, un secolo di istupidimento di massa e di follia collettiva, non dobbiamo pagarli noi.

Occorre piuttosto imparare a riconoscere quando democrazie formali delegate nascondono tirannie oligarchiche e stataliste: le famiglie dei tiranni e i loro clientes, in questo caso, vogliono controllare e ingessare il mercato, e pretendono di vivere sulle spalle dei cittadini contribuenti, dei ceti produttivi. Per impossessarsi della ricchezza creata e guadagnata dai ceti produttivi, tassano gradualmente ogni azione che il lavoratore compie nella sua vita, ogni ambito della sua esistenza. Salari e stipendi, consumi, atti amministrativi, risparmi, case, trasferimenti di proprietà, il pieno di benzina o di carburante per il riscaldamento, tutto diventa occasione per imporre balzelli ed estorcere così denaro a chi se lo è sudato.

Oggi, vengono a raccontarci che vogliono diminuire le tasse sul reddito da lavoro dipendente; i soldi per far ciò però li trovano raddoppiando le tasse sui risparmi dei lavoratori dipendenti, dei poveri Cristi, di coloro che non possono emigrare o almeno portare i loro risparmi all’estero. In questo consiste la famigerata armonizzazione (o riordino), cioè l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Le quali ovviamente non sono rendite, ma sono i sudati, tartassati, inflazionatissimi risparmi di lavoratori e pensionati, che già non rendono nulla, visto che a causa dell’inflazione i rendimenti reali sono oggi negativi. Chi vive di rendita sono caso mai i membri del “politburò”, i maggiordomi dei padroni, coloro che hanno venduto il loro consenso in cambio di uno di quei posti pubblici d’oro o di comode poltrone politiche, con scarso engagement e lauti stipendi: rendite, appunto.

I dominanti di oggi possono essere raffigurati da una piramide: al vertice abbiamo le odierne famiglie reali, le famiglie della grande impresa assistita, sovvenzionata, sussidiata, i padroni assoluti dello Stato, e le famiglie dei boss delle cosche. Nel mezzo troviamo i maggiordomi privilegiati, coloro che occupano le poltrone ben retribuite delle cariche politiche, amministrative e burocratiche, il “Politburò”. Alla base abbiamo quella parte di dipendenti pubblici assolutamente inutile, coloro che, per timore di dover combattere sul libero mercato, hanno venduto il loro consenso in cambio di un “posto” pubblico, per un misero stipendio, disprezzati dai loro stessi protettori. Tutti gli appartenenti a questa piramide producono poco e male: il sistema si regge e va avanti utilizzando la ricchezza creata da altri, dai ceti produttivi: piccole e medie imprese, dipendenti del settore privato, lavoratori autonomi, e quella parte del pubblico impiego realmente necessaria al paese.

La tirannia e l’oppressione consistono nel costringere questi ceti produttivi a mantenere, per forza e contro la loro volontà, gli altri ceti parassitari. Il fisco serve prevalentemente a questo. Oggi la lotta di classe non è più tra proletari contro borghesi, ma tra lavoratori contro parassiti, tra ceti produttivi contro il “Politburò”.

Il fine degli attuali dominanti è lo sterminio dei ceti medio-bassi, ai quali deve essere tolta ogni velleità di formarsi un piccolo patrimonio familiare. La logica redistributiva toglie ai medio-piccoli per dare ai grandi e grandissimi, con una evidente finalità di proletarizzazione (leggi: schiavizzazione) di chiunque non appartenga alle famiglie e alle cosche al potere. Questo processo di proletarizzazione è stato studiato e progettato fin nei minimi dettagli, ed è uno strumento di mantenimento del potere. Ovviamente viene travestito da “redistribuzione a favore delle famiglie, dei lavoratori dipendenti, dei proletari” proprio nel momento in cui sono le famiglie e i lavoratori a essere colpiti, penalizzati, impoveriti dal continuo aumento della pressione fiscale. Tassare salari e stipendi, tassare consumi, tassare risparmi, tassare case, tassare i carburanti o quant’altro è sempre la stessa cosa: sono tutti aumenti della pressione fiscale contro il popolo e a favore dei dominanti e dei loro lacchè. Socializzazione dei costi del consenso vuol dire semplicemente che i dominanti si pagano servi e consenso coi soldi pubblici, coi soldi nostri, quelli che ci tolgono con le tasse.

Oggi, il massimo a cui un cittadino qualunque può aspirare, è che gli venga graziosamente concesso un posto pubblico, un boccone di pane, e, per i più ligi al regime, per quelli che portano più consenso, qualche poltrona d’oro. Non si azzardi il cittadino qualunque a mettersi in proprio, a iniziare un lavoro autonomo o imprenditoriale, un’attività produttiva: verrà immediatamente strozzato dalla burocrazia e dal fisco, e lavorerà per altri, per i poteri forti e per il loro stuolo di lacchè politici e burocrati. Manterrà col suo lavoro e con le sue tribolazioni i ceti parassitari.

Per questo evitare l’ulteriore appesantimento della tassazione sui risparmi degli italiani rappresenta una sorta di “linea del Piave”, sulla quale dovrebbero attestarsi tutte quelle forze politiche, quei tributaristi e quegli economisti ancora dotati di un minimo di ragionevolezza, equità e dignità.

I risparmi sono già tartassati dall’inflazione e dall’imposta sostitutiva: ancora non basta?

Tutte le famiglie si sono accorte che il potere d’acquisto dei loro poveri risparmi è stato decimato dall’inflazione. E l’inflazione è una tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo di cui già si avvantaggia lo Stato. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in Italia c’è un’inflazione ben superiore a quella ufficialmente dichiarata dall’ISTAT: questa inflazione reale è il tributo che i risparmiatori già pagano al fisco, cui si aggiunge l’attuale imposta sostitutiva del 12,5% che ora si vorrebbe iniquamente aumentare, con un intento demagogicamente e ideologicamente espropriativo. E, sottolineo, è assolutamente falsa, falsissima, l’affermazione ricorrente che il rendimento del risparmio è tassato meno dei redditi da lavoro o d’impresa.

Il carico fiscale che le imprese subiscono, è di fatto contenuto: l’aliquota sul reddito d’impresa è fittizia, visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare l’imponibile del reddito d’impresa. Tutta una serie di fasce esenti, deduzioni e detrazioni sono poi previste per tutti gli altri tipi di reddito, a cominciare dal reddito da lavoro dipendente. Ciò non accade invece per l’imposta sostitutiva, che è un tributo ben diverso dall’imposta sul reddito. Ed è proprio l’imposta sostitutiva che già oggi colpisce i rendimenti dei risparmi: le sue aliquote si applicano quindi senza sconti su tutto il reddito nominale (ben maggiore di quello reale!) dei risparmi, fino all’ultimo centesimo, non essendovi alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall’imponibile, né fasce esenti. Si applicano anche sulle perdite da inflazione! Quindi il paragonare l’aliquota solo nominalmente più alta del reddito d’impresa o di lavoro a quella del 12,5% sui redditi finanziari nominali non ha senso, e chi, in possesso delle dovute conoscenze giuridico-tributarie, fa tale paragone fra aliquote di imposte strutturalmente diversissime, lo fa in malafede, per infinocchiare chi di tributi non se ne intende.

E quel neokeynesianesimo imperante, quel tassa e spendi, che tanto fa comodo ai ceti parassitari, è talmente insensato da illudersi che tassando i risparmi fino a ucciderli si spinge la gente a consumare di più, stimolando l’economia. No, non è così. L’effetto di una maggiore tassazione è esattamente il contrario: le possibilità economiche delle famiglie sono decimate dal calo dei rendimenti dei loro risparmi e dall’aumento dei costi per le abitazioni. Le famiglie si tengono ancora più stretti i loro risparmi, non consumano, non domandano i prodotti che le imprese offrono. Gli imprenditori di conseguenza non investono, e l’economia regredisce.

Capiamoci, con l’assalto dei ceti parassitari ai risparmi dei lavoratori (le rendite finanziarie) il passaggio è epocale: nessun governo, anche ferocemente statalista, in passato era mai arrivato a tanta iniquità. Per impadronirsi dei nostri risparmi non si accontentano più dell’inflazione, oggi l’attacco espropriativo contro i risparmi degli italiani è diretto, frontale e pesantissimo: aumento, quasi raddoppio dell’imposta sostitutiva, che, si badi bene, e lo ripeto, è per sua struttura e per base imponibile molto più pesante e vessatoria, a parità di aliquota percentuale, della normale imposta sul reddito, con la quale in troppi, per ignoranza o malafede, la confondono. All’esproprio dei risparmi seguirà, già annunciato, l’attacco fiscale agli immobili, facilmente attuabile attraverso una revisione al rialzo delle rendite catastali. E, una volta tartassati risparmi e case, troveranno qualcos’altro da tassare, che so, i balconi (già ci hanno provato!), o i cessi dei laboratori degli artigiani, o le bottiglie di acqua minerale, o i cani e i gatti che ci teniamo in casa, in un’infinita pauperizzazione, un infinito asservimento di chi lavora e produce, di chi non è dei loro. Se non li fermiamo ora non li fermeremo più. Per questo la battaglia in difesa dei nostri risparmi va combattuta fino in fondo, questa “linea del Piave” non deve essere sfondata.

Come sono bravi, coloro che vivono sulle nostre spalle, nel falsare il significato del linguaggio, nel camuffare con l’ideologia gli espropri che perpetrano a loro esclusivo vantaggio.

Che fantasia affermare: “Vogliamo abbassare le tasse sui salari dei lavoratori, quindi raddoppiamo le tasse sui loro risparmi…”.

Quanta gente sprovveduta e in buona fede si lascerà ancora prendere per i fondelli? Quanti poveri Cristi non capiranno che i tartassati sono sempre loro, che lavorano per far fare la bella vita a qualcun altro? E ripeto un mio vecchio suggerimento: chiediti sempre nelle tasche di quali famiglie vanno i soldi che lo stato ti toglie.

http://www.movimentolibertario.com/2011/07/15/ceti-produttivi-ceti-parassitari/

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E QUINDI?

MENO STATO, MENO CASTA, MENO SCHIAVI, PIU' IMPORESA, PIU' INDIVIDUO, PIU' LIBERTA'.

CHE LA RIVOLUZIONE LIBERALE, NE' A DX, NE' ASX, NE' AL CENTRO, MA DALLA PARTE DELL'INDIVIDUO, DEGLI UOMINI LIBERI, NON PIU' SCHIAVI,  ABBIA INIZIO. E' ORA!

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MANOVRA: MIUSURE DA NEURODELIRI!

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

 

1. TASSA SUL DIVORZIO

2. TASSA SULLE CAUSE DI LAVORO.

 

 

 

Se un antico proverbio ci ricorda che la a mamma degli scemi è sempre incinta, quella dei politici ladri sforna parti plurigemellari.

Dal “Sole24ore” apprendiamo increduli che con l’ultima manovra è stata inventata una gabella anche per le coppie che non vanno più d’accordo.

Di seguito l’articolo:

“Un’altra tegola per i coniugi che si apprestano a diventare ‘ex’. Per fare domanda di separazione si dovrà infatti pagare il contributo unificato: 37 oppure 85 euro a seconda che la procedura sia consensuale o no. Nelle pieghe del decreto legge della manovra, all’interno del capitolo «Disposizioni per l’efficienza del sistema giudiziario e la celere definizione delle controversie», c’è infatti una norma che cancella un riferimento nell’elenco dei procedimenti da svolgere in tribunale per i quali non si paga nulla.

Si tratta del ‘capo’ relativo ai procedimenti in materia di famiglia. Da mercoledì (data di entrata in vigore della manovra), la presentazione in tribunale della domanda di separazione personale non è più senza oneri. I richiedenti devono infatti versare il contributo nelle due misure stabilite dalla manovra stessa: nel caso si scelga la via consensuale, bisogna pagare 37 euro; nel caso invece la crisi coniugale abbia anche scatenato questioni patrimoniali o relative alla prole, ed è dunque richiesto l’intervento del giudice, il contributo balza a 85 euro.

La tassazione più alta colpisce anche i procedimenti di modifica delle condizioni stabilite nel corso della separazione stessa, come l’assegno di mantenimento o interventi legati alla prole o l’assegnazione della casa familiare. Secondo la relazione tecnica della manovra, il contributo dovrebbe comportare un gettito di circa 10 milioni e mezzo (grosso modo un ottavo dei maggiori proventi derivanti dal complesso degli aumenti sulla tassa-giustizia). Stime basate sui dati 2010, in cui si sono registrati quasi 114mila separazioni e oltre 66mila divorzi. Nel 70% dei casi la strada è stata quella consensuale”.

 

MA NON E' FINITA.

La MANOVRA TREMONTI introduce la TASSA per le CAUSE di LAVORO UN PROVVEDIMENTO ODIOSO DA RESPINGERE PER RISTABILIRE LA GRATUITA’ DEL PROCESSO DEL LAVORO E PREVIDENZIALE. DALLA PARTE DEI PIU' DEBOLI.

La manovra di Tremonti (decreto legge 98/2001) ha introdotto l’obbligo del versamento del «contributo unificato» anche per le cause di lavoro, già dal primo grado di giudizio: è una tassa odiosa da eliminare; la misura colpisce sia i dipendenti pubblici che privati (sono esentati solo coloro che hanno un reddito annuo lordo inferiore a 21.256 euro). Finora tutte le cause di lavoro erano esenti dal pagamento di questa tassa: un’esenzione giusta considerando che il lavoratore è parte debole di fronte alle aziende, una gratuità che è stata riconosciuta per poter meglio tutelare i diritti dei  lavoratori di fronte all’arroganza del padronato. Già con la Legge Finanziaria 2010, il Governo aveva introdotto la tassa per i ricorsi in Cassazione, ma da oggi il versamento del «contributo unificato» diviene obbligatorio già dal primo grado di giudizio, una tassa che, se pur diversificata secondo il reddito del lavoratore e secondo il valore della causa, disincentiva un diritto fondamentale dei lavoratori: basti pensare che per impugnare un licenziamento si dovrebbero pagare, da subito, più di 500 euro. Dopo il Collegato Lavoro, che ha introdotto scadenze capestro per impugnare i licenziamenti e i contratti precari, il Governo si accanisce ulteriormente introducendo nuovi ostacoli: pagare una nuova tassa prima ancora di iniziare una causa. Il provvedimento, avendo effetto immediato, sta già procurando gravi danni ai lavoratori, con blocchi dell’avvio delle cause e le richieste di pagamento della nuova tassa.

Di altre misure, altrettanto odiose, come la reintroduzione dei tikets sanitari e sul pronto soccorso in codice bianco, o l'ennesimo aumento delle accise sui carbranti, già sono stati scritti post e versati fiumi di inchiostro, nn ci ripetiamo.

Che dire? Probabilmente solo che la vergogna non ha residenza nei dintorni di Palazzo Chigi, ma in altri luoghi, altre dimore, altre magioni, occupoate a loro insaputa, dai "potenti" si turno.

TUTTO QUESTO SI CHIAMA CASTA. E NOI CONTINUAIAMO AD ESSERE SERVI. SCHIAVI. DI LORO SIGNORI. UNITI, DX, SX, CENTRO, PER DIFENDERE I LORO PRVILEGI. CHE SQUALLORE.

FINO A QUANDO TUTTO CIO'?!


 

 

 

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PIEMONTE: CON LA LEGA AL GOVERNO GLI SPRECHI AUMENTANO.

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #PIEMONTE

DI: LEONARDO FACCO

Chi ha avuto la possibilità di leggere il mio libro su Bossi – “UMBERTO MAGNO” – lo sa: la lega Nord, ad immagine e somiglianza del suo capo, è un partito fondato sulla menzogna. Non fosse per la compiacenza di certa stampa, la propaganda leghista verrebbe smascherata in pochi minuti.

Ora, ricordate la campagna anti-sprechi, fulgido cavallo di battaglia tanto caro alla Lega Nord che proprio sulla riduzione di consulenze e delle spese in immagine ha costruito gran parte della propria campagna elettorale in Piemonte?

La domanda se la sono posta la ex-governatrice Mercedes Bresso e l’ex-assessore Eleonora Artesio, che l’hanno poi girata in un’interrogazione presentata a Palazzo Lascaris al signor Cota. La risposta, in vero, è arrivata dalla Corte dei Conti, per la quale nel primo anno di governo regionale guidato dal centrodestra ha rilevato un aumento significativo del ricorso a incarichi esterni e un incremento altrettanto sensibile dei costi in promozione e convegnistica. “Nel 2010 si evidenzia un consistente aumento delle consulenze del 35,4 per cento, passando dai 2.811.545 del 2009 ai 3.808.271 nel 2010 – spiegano le due esponenti del centrosinistra forti dei documenti della Corte – Stesso discorso emerge nell’altra voce di spesa: per pubblicità, mostre e convegni si è passati dai 13.511.990 del 2009 ai 15.156.657 del 2010, con un aumento percentuale di 12,1”.

Ma la vera anomalia la si tocca con mano in ambito sanitario: “Asl e le Aso hanno aperto i cordoni della borsa, arrivando a sborsare oltre 172mila euro contro i modesti 10mila dei predecessori (in percentuale un aumento del 1.608 per cento”. Senza dimenticare il ginepraio “parentopoli” che è stato attribuito proprio all’enfant prodige leghista oggi a capo della Regione Piemunt.

I leghisti sono così esperti nel raccontare balle che il caso dei ministeri a Monza (seppur politicamente ed ideologicamente aberrante), si risolverà con l’affissione di due targhe e la messa in opera di quattro scrivanie.

In conclusione, tanto per restare sull’attualità: solo ieri tutti i tg e i giornali titolavano che Bossi era favorevole all’arresto del deputato Papa (vicenda P4). Ebbene, questa mattina, la giunta per le autorizzazioni a procedere a votate sì alla carcerazione. Col voto della Lega Nord? Niente affatto. Ecco, di seguito, la cronaca riportata su blitz quotidiano. In neretto ciò che attiene ai leghisti!

≤ROMA – “Arrestate Alfonso Papa”. La Giunta per le autorizzazioni della Camera ha deciso: il parlamentare del Pdl coinvolto nell’inchiesta sulla P4 può essere arrestato. La doccia fredda, per l’onorevole, arriva poco prima delle 13 del 15 luglio.

Sulla richiesta di arresto, dopo l’ennesimo rinvio di giovedì, la maggioranza aveva deciso di non presentare nessuna relazione proprio per evitare il voto e portare la questione alla Camera.

Così il presidente della Giunta Pierluigi Castagnetti ha deciso di mettere in votazione la proposta presentata da Federico Palomba (Idv) che chiede l’arresto di Papa. A quel punto si è scatenata la protesta della maggioranza. La Lega, che per bocca di Umberto Bossi si era detta “orientata” a votare l’arresto del deputato, ha annunciato la sua astensione. Il Pdl, invece, ha lasciato in blocco l’aula poco prima del voto.

Così alla votazione hanno preso parte solo Pd, Idv, Udc e Fli che hanno votato a favore e la Lega che si è astenuta. La proposta è quindi passata in Giunta con 10 sì e tre astensioni. Hanno votato per l’arresto i 9 membri dell’opposizione e il presidente Castagnetti. Si sono invece astenuti i due leghisti e il rappresentante dei Responsabili.

”E’ stata una pagina nera della democrazia parlamentare – commenta l’ex relatore Francesco Paolo Sisto (Pdl) – e’ stato violato l’art.18 del regolamento. Io ho formulato una documentata e regolare proposta per dire che non si sarebbe potuto concludere il lavoro in giunta, ma sarebbe stato meglio demandare all’Aula la soluzione della vicenda, a causa della nuova documentazione di 15mila pagine depositata due giorni fa da Papa”.

Non la pensa cosi’ invece il centrista Pierluigi Mantini che parla direttamente di ”sabotaggio indecente” da parte della maggioranza”. La Lega oggi – interviene Donatella Ferranti (Pd) – ha di fatto smentito il proprio leader Umberto Bossi. E si è trincerata dietro una astensione motivata da cavilli procedurali, per non uscire allo scoperto”.

Dopo l’astensione la Lega ha rivendicato il merito del sì all’arresto: “La Lega Nord è stata determinante per far passare la proposta di arresto del deputato Alfonso Papa, in linea con le posizioni espresse da Umberto Bossi e dal Gruppo. Il resto sono chiacchiere interessate di chi vuole confondere le idee ai cittadini”. Lo dichiarano i deputati della Lega Nord in Giunta, Luca Paolini e Fulvio Follegot. ≥.

Il cialtrone, ed i suoi accoliti, non si smentiscono mai!

http://www.movimentolibertario.com/2011/07/15/piemonte-la-lega-al-governo-gli-sprechi-aumentano/

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ESTREMISMO LIBERALE. MARTINO QUESTA MANOVRA NON LA VOTO!

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Intervista ad Antonio Martino di 
16 Luglio 2011 
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E' sempre sorprendente parlare con un liberale old school come Antonio Martino, soprattutto in tempo di turbolenze sui mercati e di finanziaria 'rigorista'. Abbiamo discusso di tasse, di manovra appunto e di debito sovrano. Martino ci dice subito: "Io questa manovra non la voto. Il paese ha bisogno di riforme. Sono quarant'anni che ci vendono manovre. Non mi sembra sia cambiato molto in Italia". Ma con l'ex ministro degli esteri e della difesa si è parlato anche di America, "I Repubblicani non cadano nel tranello di Obama, altrimenti faranno la fine di Bush padre", e della crisi greca, "gli Stati debbono essere messi in condizione di fallire".

Il dibattito sul debito pubblico è ai suoi massimi. Dopo la Grecia e il Portogallo, tocca all'Italia. Ma anche negli Stati Uniti impazza il dibattito sull’innalzamento del debt ceiling, il tetto al debito. Che sta succedendo?

Succede che se i Repubblicani dovessero finire col mollare sull’innalzamento delle tasse per innalzare il tetto del debito, il prossimo candidato repubblicano, quello che sfiderà Obama, perderebbe le prossime elezioni presidenziali. Anche il presidente George T. H. Bush (Bush padre per intenderci), perse la sfida politica alle elezioni del 1992. Alla convention repubblicana del 1991, Bush padre promise agli americani ‘no more taxes’. Poi fece l’accordo sul bilancio con i Democratici, un accordo che aumentò le tasse, e alla fine perse le elezioni contro Bill Clinton. Guardi, molti sondaggi in giro per l’America dicono che qualsiasi candidato Repubblicano avrebbe la forza di battere Obama in questo momento. Speriamo che i Repubblicani non cadano nel tranello.

Esiste però il rischio che i mercati declassino il debito statunitense qualora un accordo non dovesse essere raggiunto. Un rischio alto per gli Stati Uniti?

Lo Stato americano da cui proviene mia moglie ha chiuso i battenti. Ciò non significa che il giorno dopo la gente muore di fame. Il punto di tutta la faccenda è che dobbiamo metterci in testa che anche gli Stati debbano essere messi in condizione di fallire. Altrimenti, se si assume che lo Stato non debba fallire, finiremo col pagare i debiti che alcuni incoscienti in giro per l’Europa hanno contratto. E non parlo in generale. Mi riferisco proprio alla Grecia.

Azzardare un parallelo tra quello che vive l’America in queste ore e quello che vive l’Italia non è forzato. Siamo nella stessa situazione statunitense oppure stiamo messi un po’ meglio?

Noi abbiamo una serie di vantaggi rispetto all’America e in generale rispetto agli altri in Europa: le nostre famiglie e le nostre imprese sono parsimoniose, cioè ingurgitano titoli di debito dello Stato italiano in quantità industriale, permettendo così agli scialacquatori pubblici di continuare a andare avanti come se niente fosse. Quando il ministro Tremonti dice di sommare il debito pubblico al debito privato, dice una castroneria, perché in realtà il debito pubblico italiano non è altro che credito privato. Sono cioè soldi che i privati hanno prestato allo Stato.

Chi sono questi privati?

Il 45% sono certamente stranieri, ma il 55% sono italiani. Il 55% di debito italiano è un credito privato degli italiani. Questo è un vantaggio perché significa che nell’immediato non faremo la fine della Grecia, del Portogallo e della Spagna. In particolare il debito greco, oggi carta straccia, è detenuto dalle banche tedesche e francesi. L’idea di cercare di salvare la Grecia per salvare le banche non ha senso. Però nessuno dice che gli istituti di credito come il francese BNP Paribas o le altre istituzioni bancarie che detengono significative quantità di debito greco potrebbero tranquillamente reggere l’urto del default della Grecia, senza patire perdite troppo ingenti. E poi non vedo perché i cittadini di altri paesi dovrebbero sopportare le perdite del default greco, quando è giusto che paghi chi ha mal investito. L’iniziativa libera non è basato solo sulla logica del profitto, ma sulla logica del profitto e delle perdite.

Arriviamo alla manovra che è in discussione in Parlamento. Cosa ne pensa?

Le dico subito che non la voterò. E non la voterò per una ragione molto semplice: l’Italia non ha bisogno di manovre. L’Italia ha bisogno di riforme. La percentuale di spesa pubblica dello Stato direttamente controllabile dal governo è pari a poco meno del 20%. E non si tratta di spese superflue chiaramente. Pero' la maggior parte della spesa a legislazione invariata è fuori dall'orbita in cui agisce l'esecutivo. L’idea di quel ‘genio di Sondrio’ (ndr. Giulio Tremonti) di controllare il 100% dell’economia, controllandone di fatto solo il 20% è assolutamente demenziale. Io una manovra così non la posso votare. Il problema è che la cura che viene somministrata al ‘malato Italia’ è erronea. E il dottore che gliela sta prescrivendo ha completamente sbagliato la diagnosi. Sono quarant’anni che vengono proposte manovre per risolvere i problemi dell’Italia, e non non mi sembra sia cambiato nulla. Non si tratta di temperare deviazioni di una sistema sano, ma di un normale funzionamento di un sistema sbagliato. Smettiamo di prendere in giro gli italiani sul fatto che questa manovrà risolverà tutto.

Che bisognerebbe fare? Quali le riforme necessarie?

L’intero sistema dei trasferimenti è sbagliato. I costi dei trasferimenti sono altissimi. Costi burocratici, politici, di corruzione. Incominciamo col dire che lo statalismo è un pessimo affare. In più ricordiamo che è del tutto irrisoria la pretesa che i soldi che noi diamo alle amministrazioni pubbliche servano ad aiutare i nostri cittadini più svantaggiati. Nel 1900 c’erano più poveri di adesso e la spesa pubblica non raggiungeva il 10% del PIL italiano. Poi con lo sviluppo economico, la povertà ha incominciato a diminuire ma ciononostante la spesa pubblica è aumentata. Nel 1950 il totale di spesa pubblica dello Stato aveva già raggiunto il 30% del PIL italiano. Nel 2010 la spesa pubblica ha raggiunto più o meno il 51% del PIL italiano. E’ prevalsa insomma l’ideologia statalista e catto-comunista.

Secondo lei è ancora possibile un taglio fiscale per rilancio dell’economia nel nostro paese?

Le risponderò con una domanda. So che non si dovrebbe fare. Tutte le imposte dirette di questo paese prese insieme – IRE, IRES e IRAP – rendono il 13% e il 14,6% del PIL. Non sarebbe il caso di abolirle e di creare una flat tax al 20% che impedisca scorciatoie fiscali, invece di tartassare il popolo delle partite iva dopo avergli chiesto il voto?

C’è ancora un barlume di speranza che il governo Berlusconi dia il la a un abbassamento delle tasse?

Il problema sta nella creazione di questo mostro che è il ministero dell’economia, che ha fagocitato i ministeri del tesoro, del bilancio, delle partecipazioni statali e del mezzogiorno. Un ministero che opera migliaia di nomine e che finisce per essere l’unico che comanda veramente nel governo. E’ un problema anche politico: la responsabilità se la prende il capo dell’esecutivo ma in realtà non ha più nessun potere. Il governo non è più un organo collegiale. E’ ormai monocratico.

Ma il ministro Tremonti è stato scelto dal premier Berlusconi per ricoprire la sua carica di ministro dell’economia...

Lo so. Lo ha scelto e non lo ha ancora cacciato. Gli chiederò presto il perché.

Come si abbassano le tasse nel nostro paese?

Se mi pone così la domanda, vuol dire che anche lei pensa che abbassando la pressione fiscale diminuisca il gettito. Non è così, o almeno non è certo. Quando Kennedy tagliò l’aliquota massima dal 91% al 70%, si osservò un aumento del gettito fiscale federale. Lo stesso dicasi per Ronald Reagan, quando con due riforme, tagliò l’aliquota massima dal 70%  al 28%. Anche in quel caso il gettito aumentò. Fu un taglio che aiutò la parte meno abbiente della popolazione. Secondo l’Agenzia delle Entrate italiana io appartengo alle persone più ricche d’Italia. Le pare plausibile? O forse il sistema fiscale italiano permette a quelli veramente ricchi di eludere le tasse in modo del tutto legale. Questo è possibile con l’elusione fiscale e con l’erosione della base imponibile. Basta scegliersi un buon tributarista, magari di Sondrio, e il gioco è fatto.

Non le va proprio giù il ministro Tremonti?

Le racconto un aneddoto della prima repubblica. Quando il ministro Formica dichiarò i redditi dei più ricchi, un sacco di persone si trovarono in difficoltà perché era il periodo dei sequestri. Un mio amico Gianni Marongiu si vide pubblicato un reddito di 2 miliardi di vecchie lire. Dovette assumere anche una guardia del corpo per accompagnare suo figlio a scuola. Incontrai poco dopo un mio amico professore di scienza delle finanze sull’aereo, al quale chiesi se era possibile che Marongiu fosse tanto ricco. Mi disse che era possibile e che Giulio Tremonti, allora giovane tributarista, gli aveva confidato come riuscisse a fare erodere la base imponibile dei suoi clienti per un ammontare di 600 miliardi di vecchie lire. I tributaristi sono preziosi quando c’è uno Stato eccessivamente esoso. Un “poveraccio” non ha i soldi per affidarsi a un tributarista. L’iperfiscalità non è un danno per chi è già ricco. Lo è per il povero al quale viene impedito di arricchirsi. Un fenomeno che peraltro pregiudica il funzionamento dell’ascensore sociale del paese. E la cosa più anti-sociale che esista.

 

http://www.loccidentale.it/node/107788

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MARTINO: «I tagli alle tasse dimenticati. È da socialisti. Stare nel PDL non ha più senso»

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

<<Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso>>.

 

E A QUESTO PUNTO, AGGIUNGO IO, CHE LA RIVOLUZIONE, LIBERALE, QUELLA VERA, ABBIA INIZIO!!!

ROMA - «Anche le formiche nel loro piccolo si adirano».

«I tagli alle tasse dimenticati. È da socialisti» .

 

RIPRODUCIAMO UNA INTERESSANTA INTERVISTA USCITA SUL CORSERA DI QUESTA MATTINA AL GIA' MINISTRO ANTONIO MARTINO, UNO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO DEI LIBERALI ITALIANI (quelli veri!). 
ASSOLUTAMENTE DA RIMARCARE QUANDO DICE, TESTUALE: 
<<Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso>>.

........

Da "Il Corriere della Sera" di venerdì 15 luglio 2011

L'INTERVISTA ad Antonio MARTINO.

L`ex ministro Martino: "gli unici liberali sono Galan e Crosetto" 

 

Non faccia il modesto, onorevole Antonio Martino. Lei è un ex ministro...

Cosa pensa di questa manovra, che ai parlamentari non toglie un euro?

 

«Questa storia che io farei parte dei ricchi, l`uno per cento della popolazione, non mi convince. Ho la stessa automobile, la stessa casa e la stessa moglie da moltissimi anni. Però mi chiedo che senso abbia tassare l`altro 99 per cento perché io possa avere gratis le medicine dal servizio sanitario nazionale».

 

La casta non paga dazio. La lobby degli avvocati parlamentari è riuscita a stoppare l`emendamento che aboliva esame di Stato e ordini professionali.


«1 gruppi organizzati hanno sempre la meglio sull`interesse generale. È una cosa tristissima, il governo ha fatto marcia indietro perché vive di consenso.

Ma le sembra giusto che chi ha lo yacht, la villa al mare e l`amante risulta più povero di me? Oppure che il meccanico, con le sue tasse, debba pagare l`università all`aspirante avvocato?».

 

Ma dove sono i liberali del Pdl?

 

«Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso.

Sul mio blog i liberali veri mi dicono "lei che ci sta fare con un governo di pazzi socialisti?". I no- stri elettori sono furibondi. Gli unici liberali rimasti sono Galan e Crosetto.

Non sarà un caso se in questo governo i socialisti sono la maggioranza.

Sacconi, Brunetta...».

 

E Tremonti?

 

«Nega, ma è socialista pure lui. E dire che dal `94 Berlusconi ha combattuto tutte le campagne elettorali con coerenza, sulla base di un programma che prometteva di abbassare il carico fiscale. Invece non se ne è fatto nulla».

 

Più tasse, pensioni più leggere e rispunta anche il ticket...

 

«Questa manovra è l`ennesima porcheria, colpisce la povera gente e anche il popolo delle partite Iva. Avevamo promesso che gli avremmo abbassato le tasse e invece muoiono come le mosche. Tremonti crede che le spese discrezionali sono inutili, ma non è così. Se non si fa manutenzione agli elicotteri dell`esercito si rischia di uccídere qualche militare, come è succes- Si colpiscono la gente povera e le partite Iva Il problema e che abbiamo un sistema ~~ e assurdo Ex ministro Antonio Martino, 69 anni so in Francia».

 

Lei cosa avrebbe fatto, al posto di Tremonti?

 

«Il nostro problema è la normale fisiologia di un sistema sbagliato, non la patologia di un sistema sano da curare con la medicina annuale della manovra.

Abbiamo un sistema fiscale assurdo.

Ire, Ires e Irap fruttano il 14,6% del reddito nazionale, non sarebbe più sensata una sola aliquota del 20%? La colpa del mancato gettito non è tanto dell`evasione fiscale, ma di elusione ed erosione. Posso dire una cosa che mi provocherà molti nemici?».

 

La dica.

 

«Quando il genio di Sondrio aprì il suo studio di tributarista, solo nel primo anno fece erodere ai suoi clienti, in modo legale, base imponibile per 6oo miliardi di lire. Il che, tradotto in parcelle, vuol dire qualcosa come tre miliardi».

M.Gu.

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RIPENSARE L'EURO.

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

La attuali turbolenze dei mercati e la grave crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Unione Europea mi suggeriscono di riandare a monte delle vicende contemporanee e ripetere alcune considerazioni che mi sembrano di notevole attualità. Mi sono occupato del tema dell’unione monetaria europea da non meno di quattro decenni (il mio primo saggio sull’argomento “La politica monetaria e il piano Werner” risale al maggio 1971). Da economista monetario sono intervenuto a più riprese sull’argomento, ma mentirei se dicessi di essere riuscito a richiamare l’attenzione dei miei colleghi; la stessa sorte ebbero gli articoli sulla stampa quotidiana che scrissi dal 1976.
Nel 1979 venni chiamato alla cattedra di Storia e politica monetaria, succedendo a Paolo Baffi che teneva l’insegnamento per incarico. Dal 1979 al 1992 ho avuto molte richieste di tesi; quasi sempre insistevo perché fosse il laureando stesso a indicare l’argomento ma, almeno in un caso, fui io a suggerirlo, indicando come tema l’unione monetaria belgo-lussemburghese. Come noto, infatti, quei due paesi, simili per dimensioni, livello di reddito, sistema politico, cultura e struttura produttiva, avevano adottato la stessa moneta, il franco. Avevano però governi diversi e situazioni di finanza pubblica diametralmente opposte: il Belgio aveva un debito molto elevato in rapporto al prodotto interno lordo, il Granducato aveva un debito irrisorio e un saldo di bilancio sostenibile.
Malgrado le grandi somiglianze fra i due paesi, l’unione monetaria aveva conosciuto diverse crisi e in qualche occasione aveva corso il rischio di naufragare. Da qui il mio dubbio: se due paesi che hanno molto in comune non riescono ad adottare un’unica moneta senza problemi, com’è possibile sperare che tutto filerà liscio quando l’intera Europa, composta da paesi molto diversi adotterà una sola moneta? La tesi sull’unione monetaria belgo-lussemburghese perveniva a conclusioni che rafforzavano i miei dubbi.
Tuttavia, finché rimasi all’interno del mondo universitario le mie idee non solo non suscitarono scalpore, vennero semplicemente ignorate da tutti o quasi i miei colleghi. Quando, nel 1994, entrato in politica, divenni ministro degli Esteri, apriti cielo! Sono stato immediatamente etichettato come euroscettico se non addirittura anti-europeo. L’accusa nella prima formulazione era in realtà un grande complimento: anche senza riandare alla filosofia del mondo classico, lo scetticismo ha annoverato alcuni fra i più grandi pensatori dell’umanità. Nella sua seconda formulazione – anti-europeo – era semplicemente grottesca se riferita al figlio di Gaetano Martino, il promotore della Conferenza di Messina del 1955 e dei relativi accordi, della Conferenza di Venezia del 1956, e firmatario dei Trattati di Roma del 1957.
Oltre tutto, io non mi sono mai professato contrario all’integrazione dell’Europa o all’adozione di una moneta comune, ma ho sempre criticato l’adozione immediata di una moneta unica perché non ritenevo che fosse realizzabile senza gravi contraccolpi per ragioni squisitamente tecniche. Come ricordato in un precedente articolo, ero d’accordo con Einaudi che auspicava l’adozione di una moneta europea per privare gli stati nazionali di sovranità monetaria, impedendo loro di finanziare le spese con l’inflazione, che egli giudicava la “più iniqua di tutte le imposte”.
L’indipendenza di Belgio e Lussemburgo in materia di pubblico bilancio era stata alla base dei problemi della comune moneta, il franco. L’euro non ha privato i paesi che l’hanno adottato di sovranità finanziaria, ha solo dettato delle regole, considerate “stupide” dal Grande Bolognese. Quelle regole, tuttavia, prevedono come sanzione per il mancato rispetto salatissime multe, sanzione assolutamente risibile: se un paese, come ad esempio la Grecia, non riesce a finanziare il suo deficit, una multa onerosa non renderà certo più rosee le sue prospettive di risanamento! Non solo, ma per impedire il fallimento dei paesi insolventi, cosa sta facendo l’UE? Compra i loro debiti, monetizzandoli in vario modo, tradendo così proprio la ragione per cui Einaudi voleva la moneta europea.
La storia monetaria dell’Europa ci fornisce numerosi esempi di come la volontà politica sia impotente in questa materia. La Repubblica di Weimar, monetizzando il debito, diede vita alla Grande Inflazione del 1923-24, splendidamente raccontata dal nostro Costantino Bresciani-Turroni. “Quota novanta”, il velleitario tentativo di Mussolini di fissare a quel livello il cambio della lira con la sterlina inglese, venne bollata da Keynes con le immortali parole: “Per fortuna per il contribuente italiano e l’industria italiana, la lira non obbedisce nemmeno a un dittatore, e non le si può somministrare l’olio di ricino”! Infine, il tentativo di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi di impedire la svalutazione della lira ci costò in un solo giorno, il 16 settembre 1992, ben sessanta mila miliardi di lire di riserve ufficiali!
Quanto ho finora scritto non è politicamente corretto, ma a me sembra ineccepibile sotto il profilo economico. Se l’UE vuole salvare l’euro, deve ripensarlo: chi viola i criteri imposti per la gestione del pubblico bilancio deve essere espulso dall’unione monetaria. L’alternativa è il futile e assurdo tentativo di imporre un vestito della stessa taglia a Piero Fassino e Giuliano Ferrara!

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COSTI DELLA POLITICA. POZZO SENZA FONDO!

14 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

DA IL SOLE 24 ORE

 

Tempi di crisi e di tagli alla spesa pubblica per evitare default. Tempi in cui la politica che chiede sacrifici ai cittadini deve dare il buon esempio nel tirare la cinghia.

Anche l'Olanda, paese a tripla A, sente il dovere morale di ridurre i costi della politica. Sabato scorso il Governo dell'Aja ha preparato un disegno di legge che riduce di un terzo le dimensioni di entrambe le Camere, in quello che viene spiegato come «parte di uno sforzo per creare un Governo più snello ed efficiente». L'emendamento costituzionale proposto ridurrebbe il numero dei deputati nella Camera bassa da 150 a 100, e nella Camera alta da 75 a 50, ha spiegato il ministero degli Interni olandese.

Un sentimento isolato dei 'falchi' olandesi? Non proprio. Anche a Londra il premier britannico David Cameron, che ha avviato una politica di bilancio più rigida di quella di Margaret Thatcher con una correzione da 125-140 miliardi di euro entro il 2015 per tre quarti sul fronte delle spese, ha proposto di ridurre il numero dei parlamentari e ha tagliato i benefit complessivi dei deputati. Taglio effettuato in occasione dello scandalo dei rimborsi falsi delle spese dei politici inglesi che ha imperversato per settimane sui tabloid del paese.

Cameron ha anche ostacolato la riforma elettorale dei liberaldemocratici solleticando il portafogli dei britannici e denunciando i costi elevati di un'eventuale modifica, ipotesi poi uscita battuta al referendum.
Anche Madrid, assediata dagli indignados, ha recepito il messaggio sul taglio dei costi della politica. Con le due ultime manovre il Governo Zapatero si è dato l'obiettivo di recuperare più di 50 miliardi di euro. Nel maggio 2010 il Governo ha dato il buon esempio tagliando le buste paga dei suoi componenti di un 15%, iniziativa a cui hanno poi aderito anche i parlamentari.

E la Merkel? Il Governo tedesco ha fatto della stabilità un'idea guida del suo programma: l'Esecutivo ha presentato un programma quadriennale di riduzione del deficit a 31,5 miliardi nel 2012 per arrivare a 13,3 miliardi nel 2015. In questa ottica la politica non ha dovuto tagliare molto visto che i deputati tedeschi sono già ora 661 contro il nostro migliaio, ognuno guadagna 7.009 euro al mese contro la paga base dei nostri deputati pari a 11.704. A Berlino inoltre, Stato federale per eccellenza, ovviamente non esistono le province come in Italia e deputati regionali o consiglieri comunali si fanno bastare poche migliaia di euro al mese.

I tagli non sono mancati neppure ad Atene che a novembre scorso ha ridotto il numero dei rappresenanti delle province. La riforma (chiamata Kallikrates) dell'organizzazione statale ha eliminato le 57 province sostituendole con 13 macroregioni e ha ridotto accorpandoli il numero dei municipi da 1.034 a 325. A Corfù ad esempio da 13 sindaci ne è rimasto uno solo. Il 20 giugno scorso il premier socialista George Papandreou ha rilanciato la proposta di un referendum per decidere una riforma della Costituzione tesa a rivedere il sistema elettorale e abolire privilegi e immunità per ministri e deputati. Nella riforma sarebbe compresa una riduzione dei deputati dagli attuali 300 a 200. All'appello sui tagli della politica, per ora in Europa, manca solo l'Italia.

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