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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

C'ERA UNA VOLTA.....

27 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

Dall'art.50 dello Statuto Albertino (3.3.1848:

"Le funzioni di SENATORE e di DEPUTATO non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennita". 

A tale chiarissimo comma unico ne aggiungerei altri due  così formulati:

"Tali funzioni daranno diritto, ogni tre mesi,   ad un rimborso delle spese sostenute dal singolo parlamentare purchè documentate e certificate come *veritiere*, sulla base della documentazione prodotta, trimestralmente, da apposita sezione della Corte dei Conti".

"Ogni finanziamento pubblico/rimborso o equipollente ai partiti, movimenti, forze politiche rappresentate in Parlamento è da considerarsi illegale. E' consentito unicamente il finanziamento privato, sotto forma di DONAZIONE da parte di persone fisiche o giuridiche, puechè non eccedente un dodicesimo della Dichiarazione dei Redditi presentata nell'anno precedente, da soggetto che effettua la Donazione. Tale DONAZIONE dovrà essere riportata nella Dichiarazione dei Redditi dell'anno successivo alla stessa, come spesa deducibile dal reddito complessivo ai fini della tassazione dello stesso".

Credo che con l'introduzione di questa Legge ordinaria, di un solo articolo, ispirata allo Statuto Albertino, e aggiornata ai tempi attuali, si potrebbe in un colpo solo risolvere il problema delle ruberie, clientelismi e altro, che hanno portato discredito nella politica, in questi ultimi anni.

Ma, come tutte le cose semplici, dubito che qualche partito vorrà farsene carico. Non ci resta che organizzarci per una Iniziativa di Legge Popolare che vada in questa direzione.

Va da se, che tale articolo andrebbe inserito in Costituzione. Ma questo sarebbe sicuramente più complicato e più lungo, come procedura.

Per intanto proviamo a vedere qual Partito/Movimento/Candidato vorrà farsene carico e regoliamoci di conseguenza quando andremo a votare.

CAMBIARE SI PUO': BASTA VOLERLO.

E NOI LO VOGLIAMO!

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Italia: un paese di "FOLLI"?

26 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

ELOGIO della FOLLIA!

 

"Non è mai politica attuale la parola dei profeti disarmati. ma in un popolo ci vogliono politici attuali e quelli inattuali. e se i primi sono giudicati savi ed i secondi matti, ci vogliono i savi e i matti. e guai ai popoli che hanno solo i savi, xchè spetta di solito ai matti porre e coltivare i germi della politica avvenire". 

Così Benedetto CROCE, anni fa. E' quanto mi è tornato alla mente leggendo della candidatura alla premiership di Giorgia MELONI, ottimo miniato, ottimo politico, militante, coL coraggio delle proprie idee, da sempre. Noi, forse, siamo un po' più LIBERALI, ma la ns. stima e simpatia è davvero tanta. E guardiamo a Lei, come all'on. Guido CROSETTO, sicuramente più vicino alle ns.posizioni culturali, e anche dal punto di vista geografico, almeno per me, che son di Torino, con grandissimo interesse. Giorgia, paradossalmente, malgrado faccia politica da anni, forse da quando era...in culla, rappresenta quel vento di novità che serve, oggi più che mai, che potrebbe spazzar via quel non so che di vecchio e di stantio, che fa tanto nomenclatura, che paralizza il pdl.  Per questo il ns. in Bocca al Lupo è davvero sincero.

Quanto ai FOLLI, oltre a Giorgia, la palma, oggi, dopo le ultime dichiarazioni, va anche a pari merito, a Silvio BERLUSCONI: più folle di lui, almeno in Italia, e non solo, sfido tutti a trovarlo. Eccolo, il "dinosauro" da cilindro. Di nuovo in campo, x sparigliare di nuovo le carte. Se ce lo avessero detto, solo ieri, che questo sarebbe stato l'epilogo, una ri-discesa in campo e la probabile rinascita di Forza Italia, non ci avremmo creduto. E avremmo sbagliato. Come andrà a finire? non lo sappiamo, certo che, una bella sfida BERLUSCONI in ticket con la MELONI vs. Renzi magari in con Vendola come suo  vice,, la vedrei molto bene.  Ci sarebbe davvero da divertirsi, e l'Italia, forse, potrebbe cominciare a diventare un paese più libero e liberale. 

E il sogno dell'Italia e di un Governo LIBERALE (con MARTINO, GIANNINO, MONTEZEMOLO, TOSI, ALBERTINI, VERSACE, BONINO, DRAGHI nei ministeri chiave), che ci porti finalmente nella Terza Repubblica, potrebbe non più essere soltanto un sogno.

Restiamo in attesa e continuiamo a sognare.....!

Galgano PALAFERRI

Coordiantore Nazionale

Unione per le Libertà_Insieme per l'Italia Liberale, Liberista, Libertaria.

..........

P.S.: Non ci soffermiamo su come vorremmo la TERZA REPUBBLICA che verrà, chi ci conosce e chi ci segue sul Blog e nelle ns.iniziative già lo sa. Ci torneremo. Sicuramente. Le ricette non possono che essere quelle LIBERALI: Meno Stato + Libertà, Meno Fisco, più Crescità economica, Meno Unione Europea, Più Stati Uniti d'europa, Meno Sprechi, Meno Caste, Meno Privilegi, Meno "banche", più Società, Più Individuo, Più Efficienta, Più Merito, più Libertà.

 

Ovvero: Libertà di Parola, di Fede, dalla Paura, del Bisogno, dallo Stato.

.........

BUONE PRIMARIE A TUTTI, PENSANDO ALL'ITALIA, PRIMA DI TUTTO E AGLI ITALIANI, SOPRATTUTTO, che non si vive di SOLO RIGORE, anzi, di solo rigore....si MUORE!!!

...............

Per condividere: http://0z.fr/6dix6 

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#GUIDO CROSETTO 4 PRESIDENT!

13 Novembre 2012 , Scritto da UpL Gal.Pal Con tag #ITALIA

***GUIDO CROSETTO 4 PRESIDENT***
Per Un'ITALIA Liberale, Liberista e Libertaria.
Senza MONTI nè Tecnici, senza caste nè privilegi.
Perchè il vero cambiamento, il Futuro dei Tuoi Figli,  dipende anche da Te.
Per la *RIVOLUZIONE LIBERALE*,
- STATO, - FISCO, - DIRIGISMO,
=
+ CRESCITA, + INDIVIDUO, + LIBERTA'.
LIBERTA' di PAROLA
LIBERTA' di FEDE
LIBERTA' dal BISOGNO
LIBERTA' dalla PAURA
LIBERTA' dallo STATO.
Lotta con Noi.
Unione per le Libertà_ItaliaLiberale-ItaliaRibelle.

......

UpL ha deciso di appoggiare la Candiatura di Guido CROSETTO, già Ministro del Governo Berlusconi, alle PRIMARIE del Pdl. Finalmente qualcosa, anzi, qualcuno, di LIBERALE che ha deciso di metterci la faccia.

Finalmente si va nella direzione del cambiamento di marcia e della disontinuità rispetto al Governo Monti e dei suoi tecnici che hanno portato il paese al collasso. Guido CROSETTO, sarà bene ricordarlo, si è sempre opposto a questo governo di tecnocrati e di banchieri. E con lui pochi altri coraggiosi. E per quasto gliene siamo grati.

Il centro-destra non se la passa troppo bene, ultimamente. L'appoggio acritico, spesso, al Governo MONTI ha fatto fuggire molti elettori, delusi. Le lotte interne non aiutanao a comprendere dove questo partito vuole andare. Idem i tentennamenti del suo padre nobile, Silvio BERLUSCONI.

Ma occorre una decisone definitiva. L'Italia è cambiamenta profondamente, da quel lontano 1994: Molti di noi, io per primo avevo creduto nella RIVOLUZIONE LIBERALE: purtroppo non è andata come avremmo voluto. Per mille motivi. E lo stasso Presidente, dobbiamo dargliene atto, lo ha riconosciuto pubblicamente in una intervista.

A lui potrebbe attagliarsi il ruolo di allenatore, non più quello di giocatore. In Italia sono in molti a non riconoscersi nell'Italia di sinistra-centro, nell'Italia dei privilegi e delle caste, nell'italia della concertazione e dello statalismo. L'Italia è Moderata, l'Italia è fatta dalla partite iva, dalle imprese, dai lavoratori autonomi, dai liberi professionisti, dai lavoratori. Un'Italia, quella dei produttivi, che non ne può più di questo Stato padrone, tiranno, dissipatore d'altrui richhezza.

Occorre fermare il declino, occorre voltare pagina. Occorre un forte cambiamento. Occorre la RIVOLUZIONE LIBERALE. Uniti ce la possiamo fare. Diamo tutti assieme un FUTURO migliore ai nostri figli e al paese che amiamo. L'ITALIA!

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DON ALDO RABINO E L'ANIMA TORO. 15.11.2012 TORINO

13 Novembre 2012 , Scritto da FB Granata Con tag #ITALIA

***DON ALDO RABINO E L'ANIMA TORO***.
“Il Mio Toro – La mia missione”
GIOVEDI'  15.11.2012 h.18 PRESENTAZIONE del LIBRO 
allo SPORTING Club di C. Agnelli 15 Torino.
FARE GIRARE E CONDIVIDETE, se vi va!
.....
Don Rabino, una vita nel TORO, il nostro TORO, granata accetta, per la prima volta, di raccontare 40 anni di piccoli e grandi aneddoti granata, riflessioni e grandi segreti di grandi campioni che quella maglia vestirono con onore e su personaggi di quella storia, la Nostra Storia !

8 novembre è uscito il libro di Aldo Rabino e curato da Beppe Gandolfo, giornalista MEDIASET (una sorta di confessione - intervista), intitolato 'IL MIO TORO ' per i tipi Priuli & Verlucca, destinato a aumentare la Memoria storica del della squadra granata, una squadra, una leggenda. Il TORINO Calcio che ha avuto in Don Aldo Rabino un vero simbolo da oltre quarant’anni ma anche un padre spirituale che ha sempre trovato le parole giuste per spronare i presidenti che si sono alternati alla sua guida, come quando durante la funzione di Superga, in occasione dello scorso 4 maggio ricordando la sciagura di Superga si era rivolto al presidente Urbano Cairo riconoscendo il buon lavoro fatto sin’ora ma che come diceva il titolo della canzone di Morandi, Tozzi e Ruggeri: “Si può dare di più. Hai fatto 30 adesso devi fare 31 ovvero una cosa sola per diventare uno dei grandi presidenti di questa società...” .
Parole assolutamente condivisibili da tutti i tifosi. Chiaro il riferimento alla rinascita dello stadio Filadelfia, desiderio di tutti i noi. E proprio pochi giorni fa qualcosa ancora parrebbe essersi mosso in questa direzione, con la disponibilità di papà URBANO ad aprire i cordoni della borsa. Coen sempre c'è chi l'ha criticato, "troppo poco" si è detto. Ma in tempi di crisi, meglio poco (ma forse non è neppure proprio così poco!) che niente!
Don Aldo Rabino, una vita nel Toro ha accettato per la prima volta di parlare dei suoi quarant’anni vissuti come padre spirituale della squadra del cuore. Grazie alla collaborazione di Beppe Galdolfo, giornalista e da sempre tifoso Granata, ne esce un racconto con un quadro ricco di curiosità, aneddoti, piccoli e grandi segreti, riflessioni su personaggi come Gigi Radice, Paolino Pulici, Fuser, Leo Junior, Emiliano Mondonico, Rolando Bianchi e tanti altri che hanno un posto speciale nei nostri cuori. Perchè il TORO è una FEDE. Il TORO, la nostra BANDIERA.
Calciatori, ma soprattutto uomini, che hanno segnato profondamente la storia del Toro. Così come emergono anche gli incontri con tanti presidenti e il confronto con la Città di Torino: quella strana sensazione che forze oscure (siamo o non siamo Torino città, uno dei vertici il triangolo magico?), aleggino sul Toro per impedirgli – malgrado la sua storia gloriosa e il calore del suo popolo – di uscire da crisi e difficoltà cicliche e di ritornare nella sua casa vera, la casa di tutti noi, il Filadelfia, MAGICO FILA!
Un libro che è anche una denuncia dei mali del calcio di oggi, dove persino i sogni di un bambino che tira calci a un pallone sono stati fagocitati dal business del DIO pallone, asservito a signori senza scrupoli, re delle scommesse, giocatori senza fede se non nel Dio denaro...
Com'erano belli e "puliti" i tempi del GRANDE TORINO....(non li ho vissuti purtroppo, sono nato solo nel 1962, ma posso immaginarlo, lo testimonia la storia, le foto, i ricordi tramandati di chi invece c'era....)!
Riflessioni di un sacerdote che oltre a condividere la vita con affermati campioni del pallone, ha scelto di stare dalla parte dei giovani e dei poveri, gli ultimi degli ultimi dell’America Latina. Davvero un grande UOMO. E' stato presidente del settore scolastico giovanile, Piemonte e Valle d’Aosta della Federazione Italiana Gioco Calcio. Nel 1969 ha fondato, insieme ad alcuni giovani, l’associazione OASI sviluppando gli ideali e lo stile di lavoro dell’Operazione Mato Grosso. Oggi l’OASI conta in Torino ben 500 volontari e lavora per e con i giovani in favore dei bambini malati e di bisognosi, operando sia in Italia che nel Sud del Brasile.
Un motivo in più per essere grati per quanto ha fatto e per quello che ancora potrà fare questo nostro fratello di fede, ma si sa, i tifosi granata hanno il cuore grande .
E per intervenire numerosi alla presentazione del suo libro, la sua ultima fatica (Natale è vicino, un buon libro da leggere, come regalo? Perchè no!), Giovedì 15.11  ore 18, allo Sporting di C.Agnelli 15. E stringergli la mano. Come si fa un un vecchio amico. Se poi è pure grantata....allora è anche un FRATELLO!
E in attesa del 1 DICEMBRE, gridiamo tutti assieme: FORZA TORO!

R.S.V.P.

galgano.palaferri@gmail.com 

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IN LODE DEL PROFITTO E DELLE IMPRESE.

8 Novembre 2012 , Scritto da Pagine Liberali Con tag #ITALIA

***PAGINE LIBERALI***

 

Da: I"l Giornale"

 

«Il profitto, ossia il guadagno ottenuto oltre ciò che si reputa “equo” compenso al capitale, è considerato con occhio avverso, quasi fosse un furto». Questa è la premessa di In lode del profitto di Luigi Einaudi. Ne pubblichiamo uno stralcio come seguito ideale all'inedito di Von Mises su quanto sia stupido disprezzare ricchezza e mercato (uscito martedì in edicola).

A testimonianza che anche in Italia il pensiero liberale ha offerto anticorpi al conformismo delle idee correnti.

L’idea nasce da uns en­timento: quello del­l’odio verso le ecce­denze. L’odio è pro­prio dell’uomo che non ama il ri­schio, che si contenta di redditi de­terminati e sicuri, e crede che guada­gnar di più del normale sia, per defi­nizione, il male, sia la rapina, sia l’ar­ricchimento indebito. Può darsi che la rapina ci sia quando l’ecce­denza è frutto di monopolio, di privi­legiodisussidiofavoriovincolilegi­slativi. In questi casi però importa impedire la nascita del reddito me­desimo, non delle sole eccedenze. Ma se il reddito è dovuto alla iniziati­va, alla capacità, alla intraprenden­za, la tassazione delle eccedenze è veramente cosa barocca e stupida. Dobbiamo forse, in omaggio al demagogo tassatore, dire: se tu im­prenditore ti limiti ad organizzare i fattori produttivi così da ottenere, con l’investimento di un miliardo di lire, appena 60 milioni di reddito netto, tu sarai, come imprenditore, salvo dal tributo speciale che io, far­neticando, ho inventato. Ma se tu sei capace di ottenere dallo stesso miliardo un frutto netto di 80 milio­ni, pagherai sull’eccedenza di 20mi­lioni oltre i 60, un’imposta di 2 milio­ni; se otterrai 90 milioni, pagherai il 10 per cento sui primi 20 milioni di eccedenzae il 20 per cento sugli ulte­riori 10 milioni; e, così via via cre­scendo, quanto più utilizzerai bene i tuoi impianti, i tuoi lavoratori, la tua organizzazione commerciale, tanto più gravemente sarai tassato. Non si viola,con metodi dettati dal­l’odio sciocco contro il successo, sol­tanto la legge cosmica universale del minimo mezzo, si offendono i criteri comuni del buon senso; si premiano gli inetti e si multano i ca­paci, i valorosi, gli intraprendenti.

***

Sì; si può immaginare una socie­tà in cui nessuno corra rischi; in cui siano aboliti professionisti liberi, ar­tigiani indipendenti, imprenditori incercadiprofitto. Abbiamointem­pi moderni conosciuta quella socie­tà, ed essa ha posseduto e possiede una ideologia. Gli uomini si sono chiamati Mussolini, Hitler, Stalin; l’ideologia ha assunto diversi nomi, ma tutti si riassumono in una for­mula: il tiranno conosce e, co­noscendola, afferma la veri­tà, laveritàvera, quellaveri­tà a cui tutti devono rende­re omaggio. Non v’ha dubbio. Il tiranno, a mezzo dei suoi funzio­nari può assicurare la vi­ta a tutti, può abolire l’in­certezza, può attenuare le variazioni del reddi­to, facendone gravare l’onere su tutti, eccetto sui suoi privilegiati; può sostituire ai professionisti liberi, agli artigiani e lavora­toriindipendenti, agliimpren­ditori in cerca di profitto, i suoi servitori, i suoi letterati, i suoi scienziati, i suoi dirigenti nel­la banca, nell’industria,nel­l’agricoltura, può renderseli affezionati asse­gnando ad essi quote elevate del prodotto sociale totale; ma la sua non può non essere se non una ti­rannia, livida e lurida tirannia, de­sti­nata alla lunga alla morte del pen­siero ed alla rovina della società in­tera.

L’alternativa è chiara. Gli ono­rari liberamente pattuiti e pagati in compenso di un servizio eventual­mente reso dal professionista, i gua­dagni incerti degli artigiani e dei commercianti, ed i profitti aleatori degli imprenditori debbono conti­nuare ad esistere, se il sistema eco­nomico voglia serbarsi elastico, at­to a subire l’urto delle variazioni continue della tecnica, delle inven­zioni industriali; se si vuole che la società umana muti e cresca. Il pro­fitto è il prezzo che si deve pagare perché il pensiero possa libera­mente avanzare alla conquista del­la verità, perché gli innovatori met­tano alla prova le loro scoperte, per­ché gli uomini intraprendenti pos­sano continuamente rompere la frontiera del noto, del già sperimen­tato, e muovere verso l’ignoto,ver­so il mondo ancora aperto all’avan­zamento materiale e morale del­l’umanità. Il profitto può essere abolito; è possibile abolire le crisi e le variazioni economiche; ma dob­biamo incaricare qualcuno di com­piere il lavoro che oggi è ancora in gran parte ufficio dei professionisti e degli artisti liberi, degli artigiani indipendenti, degli imprenditori li­beri. Al ceto mobile e vario degli im­prenditori noi possiamo sostituire l’esercito dei funzionari dirigenti, dei regolatori del piano, degli ordinatori di quel che si deve produrre e consumare. Facciamolo; ma ri­cordiamo che, così deliberando, d’un tratto per atto di volontà rivo­luzionaria, o per lento pigro con­senso dato a predicazioni che si di­cono avanzate e coraggiose e sono brutta e frusta eredità del passato, noi avremo creato un regime tiran­nico; e ricordiamo anche che in nes­sun­a epoca storica è esistita una ti­rannia tanto piena e tanto perfetta come quella alla quale, volontaria­mente o inavvertitamente, ci stia­mo avviando. Nemmeno nella Ro­ma postdiocleziana, l’irrigidimen­to della società economica giunse al punto, al quale, sorpassando con leggerezza indicibile il punto critico, la avviano i dirigenti, i muni­cipalizzatori, i nazionalizzatori, gli statizzatori, i socializzatori d’oggi. Eppure, l’irrigidimento imperfetto della società romana della deca­denza fu una delle cause della rovi­na dello Stato. I barbari germanici non durarono fatica ad abbattere il colosso. Sembrava ancora vivo; ma le sue membra, regolate e lega­te e vincolate dallo Stato onnipoten­te ed onnipresente, più non erano in grado di combattere.

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ECCO PERCHE' E' STUPIDO ODIARE I RICCHI

8 Novembre 2012 , Scritto da Pagine Liberali Con tag #ITALIA

***PAGINE LIBERALI***

 

Da: "il Giornale".

 

L'inedito del grande economista liberale. Il risentimento verso imprenditori e capitalisti danneggia tutti e spalanca le porte agli abusi di potere.

Pubblichiamo uno stralcio de "In nome dello Stato" (Rubbettino, pagg. 212, euro 12, 90; prefazione di Lorenzo Infantino; traduzione di Enzo Grillo) del grande economista liberale Ludwig Von Mises (1881-1973).

Il testo, inedito in Italia, dal punto di vista cronologico precede e segue di poco lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Mises interpreta la ascesa di Hitler nel quadro dell'avversione nei confronti della libertà individuale e del mercato, tipica di tutti i membri della famiglia del totalitarismo. L'analisi storica quindi lascia il passo alla analisi della mentalità anticapitalistica. Ed è da questa parte del libro che preleviamo il capitolo offerto ai nostri lettori.

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La riforma non deve co­minciare dallo Stato, dal governo e dalla vita pubblica. Ciascuno de­ve cominciare da se stesso e deve essere il primo a liberarsi dal gio­go del dogmatismo, che gli impe­disce di usare liberamente le sue capacità mentali. Ogni singolo in­dividuo deve sforzarsi di affran­car­si dalle frasi fatte e dalle formu­le che oggi considera verità intoc­cabili. Ogni singolo individuo de­ve riconquistare­con un duro lavo­ro il diritto di poter dubitare di tut­to, e di non riconoscere nessuna autorità che non sia quella del pensiero logico. Per conquistare questa libertà, occorre superare le inibizioni emotive che di solito offuscano il pensiero. Bisogna ac­ca­ntonare il risentimento e la pre­sunzione.

Il mercato dell’ordine sociale capitalistico è democrazia dei consumatori. Gli acquirenti sono sovrani, e la loro domanda – o la mancata domanda – orienta i mezzi di produzione nelle mani di coloro che sanno impiegarli in maniera da soddisfare i desideri e le aspettative dei consumatori nel miglior modo possibile e al mi­nor prezzo possibile. Che uno di­venti più ricco e l’altro più povero è un risultato del comportamento dei consumatori. Non è il crudele consumatore a rovinare l’impren­ditore poco capace, ma l’acqui­rente che compra dove viene ser­vito meglio e a minor prezzo. Solo il consumatore domina nell’eco­nomia capitalistica. Gli imprendi­tori e i capitalisti sono i suoi servi­tori, la cui unica preoccupazione è quella di individuare i desideri del consumatore e cercare di sod­disfarli con i mezzi disponibili. Im­prenditori e capitalisti nascono da un ripetuto, quotidiano proce­dimento di scelta; essi possono perdere in ogni momento la loro ricchezza e la loro posizione pre­minente, se i consumatori smetto­no di essere loro clienti. È assurdo che il consumatore abbia invidia per la ricchezza delle persone che egli ha fatto ricche, perché ha pre­teso i loro servizi. Il consumatore danneggia se stesso quando chie­de provvedimenti contro il «big business». Chi invidia la ricchez­za del proprietario dei grandi ma­gazzini, compri pure dove ottiene una merce più scadente pagando­la di più.

Tutti oggi vogliono godere di più, consumare di più, sprecare magari di più e vivere meglio, ma poi invidiano il successo di colo­ro che hanno fatto del loro meglio per soddisfare questi loro deside­ri. Offende l’amor proprio e l’or­goglio del filisteo il fatto di dover ammettere – sia pure controvo­glia – che altri sono stati più bravi a procurare tutti quei beni mate­riali che fanno ricca la vita esterio­re. Lo umilia il fatto di essere riu­scito a occupare nella competizio­ne del mercato solo una posizio­ne modesta. E allora, per rimuove­re questo malumore, esco­gita una particolare giu­stificazione. Egli non è più incapace dell’im­prenditore di successo, che si è arricchito; è so­lo una persona per be­ne, ed è più onesto di quei signori di gran successo, ma privi di scrupoli che hanno usato pratiche delin­quenziali che egli, per rimanere one­sto, ha sempre di­sprezzato. Insom­ma – pensa il no­stro fariseo – io so­no bravo e capace quanto quelli che sono diventati ricchi; ma grazie a Dio sono moral­mente migliore di loro, che sono il peggio, e sarebbe doveroso da parte dell’autorità punirli per le loro malefatte, se­questrando la loro ric­chezza, illecitamente acquisita.

Se il governo pro­cede contro i ric­chi borghesi, può essere sicuro dell’applauso della massa. Que­sta­è una cosa che tanto i demago­ghi e i tiranni dell’antichità, quan­to i satrapi, i califfi e i cadì d’Orien­te e i dittatori di oggi hanno sem­pre saputo. Quando un governo non sa far diventare ricche le mas­se, allora è il caso di far diventare poveri i ricchi. Tutte le volte che il filosovietico occidentale si è visto costretto ad ammettere che nella Russia dominata da Lenin e da Stalin le masse vivevano in mise­ria, ha sempre giocato la sua ulti­ma carta: sì, è vero, questi russi moriranno anche di fame e di stenti, ma sono più felici dei lavo­ratori occidentali, perché si sono presi la soddisfazione di vedere che gli ex «borghesi» russi se la passano peggio di loro. I francesi hanno preferito perdere una guer­ra anziché permettere agli im­prenditori dell’industria bellica di fare profitti.
L’essenza del risentimento sta appunto in questo: essere prigio­nieri dei sentimenti di invi­dia, di vendetta e di gioia perversa per il male altrui, quantunque se ne riceva un danno per se stessi. Non meno funesti degli effetti del risenti­mento sono gli effetti della pre­sunzione, che impedisce agli indi­vidui di ammettere il diritto altrui di interloquire. Come il risenti­mento, anche l’intolleranza che vuole imporre solo la propria vo­lontà, e perciò invoca il dittatore affinché realizzi ciò che la propria volontà pretende, non è un segno di forza ma di debolezza e impotenza.

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QUEI liberali SENZA FUTURO.

7 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

DA: NOTA POLITICA.

www.notapolitica.it

 

Quei liberali senza futuro

di Giampaolo Rossi

Fu Ronald Reagan a disegnare l'immagine più rappresentativa del movimento conservatore americano; un'immagine che ancora oggi viene ripresa in ogni dibattito sul destino del Gop, il Grand Old Party, com'è chiamato il Partito Repubblicano, che sarà pure un "Grande Vecchio", ma, a differenza dei partiti conservatori europei, ha la vitalità di un ragazzino.

Fu Reagan a dire che il Partito Repubblicano doveva essere uno "sgabello a tre gambe", in cui ogni gamba era un elemento portante, inscindibile, senza il quale lo sgabello sarebbe caduto a terra sotto il proprio peso. Le tre gambe simboleggiavano le tre anime fondanti della destra americana: quella nazionalista, incentrata su una forte difesa degli interessi nazionali e sulla sicurezza, quella economica, basata sulle posizioni liberali della scuola di Chicago, e quella religiosa, che puntava alla difesa del sistema di valori sociali e culturali americani.

Anche il centro-destra inventato da Berlusconi è nato come uno sgabello a tre gambe, dove l'intuizione fusionista del Cavaliere è stata paragonabile a quella di Ronald "The Gipper": una destra liberale in campo economico (la componente fondativa di Forza Italia), una destra identitaria e nazionalista in campo politico (raccolta attorno al processo evolutivo dell'ex Msi) e una destra religiosa nella difesa dei valori cattolici, dalla vita alla famiglia naturale (concentrata nelle componenti di destra della vecchia Dc e in quella ciellina).

Negli anni, lo sgabello conservatore americano ha sempre mantenuto un sostanziale equilibrio, pur con le dovute differenze dettate dai periodi storici e dalle diverse sensibilità delle leadership: Reagan privilegiò la destra libertaria economica, mentre Bush quella più nazionalista e religiosa, caratterizzata dal ruolo dei neo-con in politica estera e delle componenti evangeliche nelle scelte di politica sociale e etica. Al contrario in Italia, al di là dei nobili intenti, lo sgabello italiano è sempre stato zoppo; delle tre gambe, il falegname ne ha fatta una più corta: quella liberale.

E questo difetto, generato dalla differenza tra il progetto iniziale e l'esecuzione pratica, ha impedito a Berlusconi non solo di rispettare i programmi e le promesse, ma anche di garantire uno sviluppo di visione complessiva per il Paese. I liberali, dentro il Pdl, sono sempre stati ospiti scomodi, nonostante la retorica sulla "rivoluzone liberale" che ha attraversato il ventennio berlusconiano. Lo dimostrano il fallimento delle politiche economiche e l'arretramento di ogni riflessione attorno al tema del rapporto Stato-individuo. Anche il recente "Manifesto per il bene comune della nazione", sottoscritto da alcuni dei massimi esponenti del centro-destra con lo scopo di "declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale", taglia completamente fuori l'anima liberale del Pdl.

I sottoscrittori rappresentano l'area cattolica (Quagliariello, Gelmini, Formigoni), l'area riformista (ex socialisti come Sacconi) e la destra ex An (Alemannno, Gasparri); neppure un esponente dell'area liberale. E infatti si vede. Il manifesto sottolinea la necessità di rafforzare le battaglie più "confessionali" (difesa della persona, della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia naturale) e quelle più identitarie (cittadinanza e critica al multiculturalismo), e sostanzialmente nulla su una moderna visione liberale dell'economia e nulla sul tema dell'invadenza dello Stato sulla vita dei cittadini attraverso l'oppressione fiscale, l'ingerenza nel sistema produttivo e il controllo sociale. I liberali nel Pdl sembrano esiliati in Patria, una patria di cui sono stati fondatori più di altri. Non è un caso se sono loro quelli che vivono con maggiore sofferenza il rapporto con il governo dei tecnici espressione dell'economia finanziaria e lo svuotamento di sovranità nazionale indotta dal ricatto della tecnocrazia.

Viene da chiedersi se la piccola ma agguerrita pattuglia liberale, dentro il Pdl, abbia ancora posto o se, al contrario, non le convenga cercare altrove nuove sintesi; magari proprio con quegli ambienti di destra identitaria più attenta ai valori della difesa della libertà individuale e della sovranità della politica contro il dominio delle tecnocrazie e la deriva totalitaria del progetto europeo. Del resto, se gli strateghi del nuovo centrodestra pensano di potersi tenere tutto per sé, uno sgabello con due sole gambe, si accomodino pure. Presto si ritroveranno seduti su un puff.

Il blog dell'Anarca 

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IL "TRILEMMA".

7 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

Dal BLOG di Antonio MARTINO

 

La situazione presente, mi sembra, ci offre un quadro abbastanza chiaro delle possibilità che ci stanno di fronte. Semplificando, forse eccessivamente, credo che possiamo avere solo due delle seguenti tre cose: il welfare tradizionale, l’euro e lo sviluppo economico. Vediamo.  Il primo caso è già sotto i nostri occhi: abbiamo l’euro e abbiamo il welfare tradizionale, i cui costi astronomici hanno fatto raggiungere alla spesa pubblica qualcosa come il 52% del prodotto interno lordo. Ma non abbiamo la crescita: il pil è in diminuzione, la disoccupazione ha superato il 10% (per la prima volta da molti anni), la disoccupazione giovanile (dato da prendere con le molle, come ora dirò) supera il 36%, c’è una moria generalizzate di piccole e medie imprese, artigiani e commercianti sono in gravi difficoltà e i consumi, anche di beni in genere restii a subire cali, sono in forte diminuzione (carburanti -20%, sigarette -10%).   Prima di passare alle altre possibilità, voglio chiarire perché la disoccupazione giovanile non mi commuove. La disoccupazione storicamente è stata sinonimo d’indigenza: nel 1929 essere disoccupati significava non avere alcun reddito, fare la fame. La disoccupazione giovanile attuale nulla ha a che vedere con l’indigenza, è anzi un indice di ricchezza. I nostri disoccupati in giovane età, infatti, non fanno la fame, non dormono sotto i ponti, non girano scalzi, ignudi e affamati; nella maggior parte dei casi vivono con i genitori, sono nutriti, alloggiati, ben vestiti e riccamente intrattenuti (Pc, Tv, telefono cellulare e simili amenità). Né sono senza lavoro perché non riescano a trovarlo, ma perché quello disponibile non è di loro gradimento: non si sognano nemmeno di raccogliere pomodori o ulive, non lavorerebbero mai come sguatteri nelle cucine di ristoranti o ospedali, non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di lavorare prima per e poi con un artigiano. No, quelli sono tutti lavori molto di sotto ai loro meriti, offensivi per chi ha conseguito un diploma (a valore legale) in sociologia della menopausa o in psicopatologia della comunicazione. Allora, in conclusione: moltissimi disoccupati giovanili non sono per nulla disoccupati, sono inoccupabili parassiti della società, voglio un “posto” a vita in un ufficio pubblico, con connessa tredicesima e ferie pagate. Sarò un sadico, ma non mi commuovo per niente.  La seconda possibilità è di avere l’euro e la crescita economica, riformando il welfare in modo da ridurre la spesa pubblica a un livello inferiore al 40% del prodotto interno lordo. La sanità è il primo dei settori del nostro assistenzialismo che deve essere riformato per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti. Il suo costo astronomico è costituito da quanto è contabilizzato come “spesa sanitaria” più quanto i privati spendono per ottenere ciò che il servizio sanitario non fornisce per nulla o non adeguatamente o tempestivamente. A queste somme va aggiunto l’ottanta per cento del costo delle regioni: governo e parlamento regionali, burocrazia regionale, consulenti regionali, aziende regionali in perdita e così via. L’ottanta per cento del bilancio delle regioni, infatti, è spesa sanitaria; le regioni esistono per i quattro quinti per la gestione di spesa sanitaria: i quattro quinti del loro costo, quindi, costituiscono spesa sanitaria. Chiamarla altrimenti non ne cambia la natura. A occhio e croce, quindi, direi che la sanità pubblica grava il bilancio dello Stato di non meno di 200 miliardi l’anno. Se anche solo la metà potesse essere risparmiata, grazie a una radicale riforma, i problemi del bilancio sarebbero risolti. Se a questo si aggiunge che il sistema trasferisce reddito dai meno abbienti ai ricchi e che gli episodi di malasanita' sono all'ordine del giorno, non possiamo non concludere che questo mostro non merita di essere difeso.  La terza possibilita', avere il welfare e lo sviluppo, ma non l'euro non e' cosi' semplice come sembra, perche' sia saliti su una barca senza avere un salvagente, ovvero ci siamo chiusi in una prigione e abbiamo gettato via la chiave. Non hanno pensato, i creatori dell'euro, al caso che l'euro non funzionasse. Non esiste un piano alternativo. Forse, bisogna tornare a Maastricht, rimediare alle sue insufficienze e garantire un funzionamento corretto alla unione monetaria.
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L'IMPERATIVO IMMEDIATO.

7 Novembre 2012 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Dal Blog di Antonio MARTINO.

 

Gli episodi poco edificanti degli ultimi tempi dovrebbero costringere tutti quelli che hanno a cuore il futuro dell’Italia a una riflessione ineludibile: il sistema di governo locale è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c’è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili. Ciò che i contribuenti versano all’erario è stato trattato come res nullius e utilizzato per arricchimenti personali e futili spese. E’ il momento di cambiare, ogni giorno di ritardo ci costa letteralmente milioni di euro.
Secondo i dati riferiti nella Relazione della Banca d’Italia il 31 maggio scorso, nel 2011 le spese totali delle Amministrazioni Pubbliche sono state pari a quasi 800 mila milioni di euro (798.565): ben oltre due miliardi di euro (€2.187.849.315) ogni santo giorno dell’anno, quasi 100 milioni (€91.160.388) ogni ora, un milione e mezzo (€1.519.339) ogni minuto! Le amministrazioni locali hanno comportato una spesa di quasi 250 miliardi (242.905 milioni), la bellezza di oltre quattro mila euro (€4.167) per ogni italiano: si tratta di un’enormità che dovrebbe essere ridotta. Come?
A me sembra, e credo di averlo ripetuto ad nauseam su queste colonne, che gli enti di governo locale siano troppi sia come numero complessivo sia come livelli. Non sono certo che sia davvero necessario avere i consigli di quartiere, i municipi, i comuni, le aree metropolitane, le province, le regioni, le comunità montane, i parchi nazionali, per non parlare dello Stato e dell’Unione Europea. Potremmo benissimo averne molti di meno: se vogliamo le aree metropolitane, le province e le regioni sono palesemente inutili. Non credo ci sia nessuno disposto a sostenere che non possiamo andare avanti con meno di ottomila comuni per una popolazione totale di sessanta milioni. L’esistenza di un comune dovrebbe essere giustificata dalla sua autosufficienza, dalla capacità cioè di amministrare una popolazione che possa sopportare il costo dell’amministrazione comunale. Non si vede perché, infatti, a sopportarlo dovrebbero essere i residenti di altri comuni. A occhio e croce, direi che duemila comuni sarebbero più che sufficienti: la popolazione comunale media passerebbe da 7.500 a 30.000 e il finanziamento autonomo diverrebbe la regola, non l’eccezione.
Il bubbone maggiore, tuttavia, quello che è più urgente eliminare, sono le regioni: nessuna persona onesta può sostenere che l’esperimento regionale sia stato un successo. Lo dico a prescindere dagli episodi di malaffare. Le regioni, infatti, non possono essere considerate enti locali; la Lombardia ha quasi dieci milioni di abitanti, la Sicilia cinque, non sono dimensioni da ente locale ma da Stato autonomo. Sono troppo grandi perché il controllo dei cittadini sul loro operato possa essere efficace; d’altro canto ci sono anche regioni troppo piccole, come il Molise. Soprattutto, a cosa servono?
L’ottanta per cento del loro bilancio è costituito da spesa sanitaria: è sensato avere un Presidente (o governatore), un governo e un parlamento, oltre a una vasta burocrazia regionale, per amministrare le spese della sanità? A me non sembra.
Non basta: la famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, fatta in fretta e furia a ridosso delle elezioni del 2001 dalle sinistre col deliberato scopo di sottrarre consensi alla Lega, ha accresciuto a dismisura la discrezionalità delle regioni in materia di spese, dato vita a una terza Camera (la Conferenza Stato - Regioni) e conferito alle stesse il potere di avere relazioni internazionali, giustificando così la nascita di una diplomazia regionale, con connessa rete di ambasciate regionali! Siamo alla follia.
Si aboliscano, quindi, le regioni e le province, si riduca a 2000 il numero dei comuni e si conferiscano a essi le competenze degli enti aboliti. Avremmo un periodo di aggiustamento durante il quale sarà necessario occuparsi del problema del personale in esubero degli enti aboliti ma, alla fine, avremo un sistema di governo locale efficiente, razionale e molto meno costoso dell’attuale.

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NASCE NORD-OVEST: Un nuovo Quoridiano in Edicola.

7 Novembre 2012 , Scritto da Galgano PALAFERRI Con tag #PIEMONTE

Intempi in cui tutto sembra sempre più spostarsi sul web, specie per quanto concerne l'informazione, la nascita di un nuovo quotidiano "cartaceo" è una notizia da salutare con grida di giubilo.

Da questa mattina nelle edicole di tutto il piemonte il Noprd-Ovest. Come MISSION, riassumendo liberamente le dichiarazioni del suo direttore: rivolgersi alle imprese e alle partite iva di un territorio quanto mai importante per l'economia italina, spesso trascurato e trascurate. Il che non può che suscitare in noi grande interesse ed attenzione, condividento tale mission, che, in gran parte, è anche la nostra.

 

Proponiamo una intervista al Direttore, pubblicta su: l'INDIPENTENZA.

Al Direttore e al giornale, il nostro più sincero in bocca al lupo.

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Da: http://www.lindipendenza.com/un-nuovo-quotidiano-per-il-piemonte-domani-nasce-nordovest/

di G.L.M.

Oggi nelle edicole del Piemonte compare un nuovo quotidiano, si chiama il “NordOvest”, è diretto da Gianni Pintus (nella foto), giornalista con lunga esperienza nella informazione quotidiana della carta stampata, ed è edito da una società con sede a Novara formata da un gruppo di imprenditori piemontesi.

Un nuovo giornale di carta? si chiederà più di un lettore, influenzato dal fatto che, soprattutto per chi frequenta più assiduamente internet, la carta viene considerata forse troppo frettolosamente defunta. Certo il momento non è facile – tutti i giornali cartacei sul mercato soffrono non poco, a cominciare da quelli più grandi e più radicati –, ma da qui a dare per morta la carta stampata ce ne corre.

Parliamo con Pintus della sua nuova iniziativa e cominciamo col chiedergli perché un nuovo giornale per il Piemonte.

“Abbiamo immaginato – attacca il direttore – che il periodo  che ci attende sarà di profonda trasformazione, una cambiamento che avrà bisogno di una informazione più diffusa, più intelligente e più esuberante possibile. Inoltre noi riteniamo che il Piemonte rappresenti storicamente una piccola-grande avanguardia dove sperimentare nuove iniziative”.

Solo il Piemonte?

“Per adesso – continua Pintus – noi diffonderemo nelle edicole del Piemonte, con l’intento a breve di allargarci alle zone limitrofe, cioè le aree della Liguria più collegate alla nostra regione, e poi alle aree lombarde di Voghera, della Lomellina e del Lago Maggiore. Il nostro intento è quello di offrire un nuovo cannocchiale per leggere la realtà: siamo convinti che si vada a grandi passi verso la Terza Repubblica e riteniamo sia utile, in questo processo, non commettere gli errori che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Il “NordOvest”, che non a caso richiama l’area geografica del cosiddetto triangolo industriale, ha la pretesa di essere uno strumento diverso di riflessione e interpretazione, soprattutto dei fatti politici ed economici, uno strumento di cui a nostro parere quest’area oggi è priva”.

Iniziativa coraggiosa, la vostra, in una fase dove la carta stampata viene considerata quantomeno in difficoltà, per non dire di peggio…

“Io penso che dopo il periodo in cui l’informazione online ha realizzato una cavalcata travolgente, adesso si vada verso una fase di maggiore equilibrio, dove l’online gioca sulla velocità dell’informazione nuda e cruda, mentre la carta stampata punta sull’approfondimento, sulla riflessione, sui retroscena, che spesso sono anche più importanti del racconto diretto dei fatti. A tale riguardo mi piace ricordare che sia io che la compagine azionaria che sostiene il “NordOvest” siamo stati impressionati che qualche mese fa Warren Buffet, uno dei più importanti finanzieri americani, abbia acquistato 30 o 40 testate di carta stampata: a nostro avviso è il segnale che l’informazione cartacea ha ancora una grande futuro davanti a sé. Mi auguro che la nostra iniziativa sia la prima boa di una inversione di tendenza che segni l’inizio di una nuova primavera per la carta stampata”.

Qualche numero del “NordOvest”?

“Siamo una dozzina di giornalisti che lavorano in esclusiva per la testata, a cui si aggiunge un cospicuo numero di collaboratori per coprire tutto il territorio piemontese e quelli limitrofi di cui ho parlato prima. Poi stiamo mettendo insieme una squadra di esperti e studiosi di livello, esperti di cultura Piemontese, che saranno la nostra punta di diamante. In fatto di vendite, possiamo dire che con una diffusione di 5 mila copie avremmo una vita tranquilla. Mentre se gli introiti pubblicitari saranno un po’ più corposi di quelli preventivati, e siamo stati molto cauti, ciò ci permetterà di mettere fieno in cascina per l’espansione che abbiamo in mente”.

In bocca al lupo al “NordOvest”, da domattina in edicola (cinque giorni a settimana dal martedì al sabato)!

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