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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

ANCHE TU IN PIAZZA. C'E' UN'ITALIA CHE NON SI ARRENDE, L'ITALIA DEGLI UOMINI LIBERI.

22 Novembre 2011 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

LOGO UPL+TEA PARTY manifestazione 26.11. MILANO

 

MENO STATO, PIU' LIBERTA'.

 

Non sono un imprenditore, né un mega-dirigente, ma un normalissimo dipendente di un’azienda privata, un numero nell’industria finanziaria italiana, che si è fatto due conti e ha scoperto lavorare per lo stato per metà del suo tempo e solo nella restante metà di lavorare per se stesso e la propria famiglia. 


Tanto per dare un’idea ai meno informati: nel 1960 l’incidenza della spesa pubblica sul Pil era del 28%, col passare del tempo è gradualmente aumentata fino a sfiorare il 60% negli anni novanta, oggi marcia stabilmente sopra il 50%. Un paese in cui la spesa pubblica assorbe la metà del reddito nazionale non può definirsi granché libero, ciascuno lavora un certo numero di giorni l’anno per alimentare il Leviatano edificato per tenere in piedi l’onerosa e inefficiente macchina pubblica. 

Quando penso al presente dell’Italia, al dissesto della finanza pubblica e alla stagnazione economica, vedo una situazione molto dura da sopportare per noi contribuenti, ma al tempo stesso penso che non sia ancora niente rispetto a quello che potrebbe accadere. Il governo Monti ha la fiducia dei due rami del Parlamento e già – con mio inesprimibile terrore, meraviglia e indignazione – vedo nuovamente avvicinarsi lo spettro di nuove tasse e il ritorno dell’Ici che potrebbe vestire i panni di una patrimoniale ordinaria. 

Il patto di stabilità europeo impone ai paesi membri di ridurre il debito pubblico, ma non dice nulla sul livello di fiscalità né sulle dimensioni complessive della spesa pubblica, che in Italia hanno raggiunto soglie incompatibili con una democrazia moderna. E sono queste le cose che realmente incidono sulla vita dei cittadini, non certo la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio purchessia. In finanza pubblica – ricordiamolo – nessuna decisione è gratuita ma ha un costo, che va reso compatibile con le risorse disponibili. La pretesa tributaria deve essere compatibile con il livello di risorse a disposizione dei contribuenti. Ed è esattamente questo il “cavallo di battaglia” dei Tea Party in Italia e altrove, con l’obiettivo di ricostituire il patto sociale tra elettori ed eletti, che riguarda in primo luogo il quantum della spesa pubblica e, parallelamente, il livello della pretesa fiscale. 

Qualcuno potrà obiettare: il governo Monti intende sottoporre la spesa pubblica a un serio processo di revisione critica. Benvenga la spending review, ma se l’obiettivo è quello di ridurre la spesa dello 0,6% di Pil nel prossimo biennio (5 miliardi l’anno), le parole non possono descrivere l’esasperazione suscitata nei contribuenti da una revisione così poco incisiva. 

Capisco l’impulso di molti ad aggrapparsi al nuovo esecutivo che potrebbe evitare all’Italia il commissariamento del Fondo monetario internazionale, tuttavia vedo un’altra soluzione che mi attrae di più. Un cittadino che, dopo aver lavorato una vita, è ancora energico, lucido e determinato, potrebbe decidere di stare dalla parte dell’ “Italia vera”, quella provinciale (perché no), patriottica, anti-intellettuale (se intellettuali sono coloro che ci hanno portato a un passo dal default), lavoratrice e religiosa. Potrebbe decidere di spendersi per cancellare quel big mistake che è stato lo statalismo spendaccione dell’ultimo trentennio del Novecento. In altre parole, potrebbe non esitare a partecipare alla manifestazione di Milano del 26 novembre, nella quale, sempre quella stessa “Italia vera” si ritroverà in Piazza Babila alle 14:30. 

Pierpaolo Renella

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