Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

ESTREMISMO LIBERALE. MARTINO QUESTA MANOVRA NON LA VOTO!

15 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Intervista ad Antonio Martino di 
16 Luglio 2011 
parlamento.jpg

E' sempre sorprendente parlare con un liberale old school come Antonio Martino, soprattutto in tempo di turbolenze sui mercati e di finanziaria 'rigorista'. Abbiamo discusso di tasse, di manovra appunto e di debito sovrano. Martino ci dice subito: "Io questa manovra non la voto. Il paese ha bisogno di riforme. Sono quarant'anni che ci vendono manovre. Non mi sembra sia cambiato molto in Italia". Ma con l'ex ministro degli esteri e della difesa si è parlato anche di America, "I Repubblicani non cadano nel tranello di Obama, altrimenti faranno la fine di Bush padre", e della crisi greca, "gli Stati debbono essere messi in condizione di fallire".

Il dibattito sul debito pubblico è ai suoi massimi. Dopo la Grecia e il Portogallo, tocca all'Italia. Ma anche negli Stati Uniti impazza il dibattito sull’innalzamento del debt ceiling, il tetto al debito. Che sta succedendo?

Succede che se i Repubblicani dovessero finire col mollare sull’innalzamento delle tasse per innalzare il tetto del debito, il prossimo candidato repubblicano, quello che sfiderà Obama, perderebbe le prossime elezioni presidenziali. Anche il presidente George T. H. Bush (Bush padre per intenderci), perse la sfida politica alle elezioni del 1992. Alla convention repubblicana del 1991, Bush padre promise agli americani ‘no more taxes’. Poi fece l’accordo sul bilancio con i Democratici, un accordo che aumentò le tasse, e alla fine perse le elezioni contro Bill Clinton. Guardi, molti sondaggi in giro per l’America dicono che qualsiasi candidato Repubblicano avrebbe la forza di battere Obama in questo momento. Speriamo che i Repubblicani non cadano nel tranello.

Esiste però il rischio che i mercati declassino il debito statunitense qualora un accordo non dovesse essere raggiunto. Un rischio alto per gli Stati Uniti?

Lo Stato americano da cui proviene mia moglie ha chiuso i battenti. Ciò non significa che il giorno dopo la gente muore di fame. Il punto di tutta la faccenda è che dobbiamo metterci in testa che anche gli Stati debbano essere messi in condizione di fallire. Altrimenti, se si assume che lo Stato non debba fallire, finiremo col pagare i debiti che alcuni incoscienti in giro per l’Europa hanno contratto. E non parlo in generale. Mi riferisco proprio alla Grecia.

Azzardare un parallelo tra quello che vive l’America in queste ore e quello che vive l’Italia non è forzato. Siamo nella stessa situazione statunitense oppure stiamo messi un po’ meglio?

Noi abbiamo una serie di vantaggi rispetto all’America e in generale rispetto agli altri in Europa: le nostre famiglie e le nostre imprese sono parsimoniose, cioè ingurgitano titoli di debito dello Stato italiano in quantità industriale, permettendo così agli scialacquatori pubblici di continuare a andare avanti come se niente fosse. Quando il ministro Tremonti dice di sommare il debito pubblico al debito privato, dice una castroneria, perché in realtà il debito pubblico italiano non è altro che credito privato. Sono cioè soldi che i privati hanno prestato allo Stato.

Chi sono questi privati?

Il 45% sono certamente stranieri, ma il 55% sono italiani. Il 55% di debito italiano è un credito privato degli italiani. Questo è un vantaggio perché significa che nell’immediato non faremo la fine della Grecia, del Portogallo e della Spagna. In particolare il debito greco, oggi carta straccia, è detenuto dalle banche tedesche e francesi. L’idea di cercare di salvare la Grecia per salvare le banche non ha senso. Però nessuno dice che gli istituti di credito come il francese BNP Paribas o le altre istituzioni bancarie che detengono significative quantità di debito greco potrebbero tranquillamente reggere l’urto del default della Grecia, senza patire perdite troppo ingenti. E poi non vedo perché i cittadini di altri paesi dovrebbero sopportare le perdite del default greco, quando è giusto che paghi chi ha mal investito. L’iniziativa libera non è basato solo sulla logica del profitto, ma sulla logica del profitto e delle perdite.

Arriviamo alla manovra che è in discussione in Parlamento. Cosa ne pensa?

Le dico subito che non la voterò. E non la voterò per una ragione molto semplice: l’Italia non ha bisogno di manovre. L’Italia ha bisogno di riforme. La percentuale di spesa pubblica dello Stato direttamente controllabile dal governo è pari a poco meno del 20%. E non si tratta di spese superflue chiaramente. Pero' la maggior parte della spesa a legislazione invariata è fuori dall'orbita in cui agisce l'esecutivo. L’idea di quel ‘genio di Sondrio’ (ndr. Giulio Tremonti) di controllare il 100% dell’economia, controllandone di fatto solo il 20% è assolutamente demenziale. Io una manovra così non la posso votare. Il problema è che la cura che viene somministrata al ‘malato Italia’ è erronea. E il dottore che gliela sta prescrivendo ha completamente sbagliato la diagnosi. Sono quarant’anni che vengono proposte manovre per risolvere i problemi dell’Italia, e non non mi sembra sia cambiato nulla. Non si tratta di temperare deviazioni di una sistema sano, ma di un normale funzionamento di un sistema sbagliato. Smettiamo di prendere in giro gli italiani sul fatto che questa manovrà risolverà tutto.

Che bisognerebbe fare? Quali le riforme necessarie?

L’intero sistema dei trasferimenti è sbagliato. I costi dei trasferimenti sono altissimi. Costi burocratici, politici, di corruzione. Incominciamo col dire che lo statalismo è un pessimo affare. In più ricordiamo che è del tutto irrisoria la pretesa che i soldi che noi diamo alle amministrazioni pubbliche servano ad aiutare i nostri cittadini più svantaggiati. Nel 1900 c’erano più poveri di adesso e la spesa pubblica non raggiungeva il 10% del PIL italiano. Poi con lo sviluppo economico, la povertà ha incominciato a diminuire ma ciononostante la spesa pubblica è aumentata. Nel 1950 il totale di spesa pubblica dello Stato aveva già raggiunto il 30% del PIL italiano. Nel 2010 la spesa pubblica ha raggiunto più o meno il 51% del PIL italiano. E’ prevalsa insomma l’ideologia statalista e catto-comunista.

Secondo lei è ancora possibile un taglio fiscale per rilancio dell’economia nel nostro paese?

Le risponderò con una domanda. So che non si dovrebbe fare. Tutte le imposte dirette di questo paese prese insieme – IRE, IRES e IRAP – rendono il 13% e il 14,6% del PIL. Non sarebbe il caso di abolirle e di creare una flat tax al 20% che impedisca scorciatoie fiscali, invece di tartassare il popolo delle partite iva dopo avergli chiesto il voto?

C’è ancora un barlume di speranza che il governo Berlusconi dia il la a un abbassamento delle tasse?

Il problema sta nella creazione di questo mostro che è il ministero dell’economia, che ha fagocitato i ministeri del tesoro, del bilancio, delle partecipazioni statali e del mezzogiorno. Un ministero che opera migliaia di nomine e che finisce per essere l’unico che comanda veramente nel governo. E’ un problema anche politico: la responsabilità se la prende il capo dell’esecutivo ma in realtà non ha più nessun potere. Il governo non è più un organo collegiale. E’ ormai monocratico.

Ma il ministro Tremonti è stato scelto dal premier Berlusconi per ricoprire la sua carica di ministro dell’economia...

Lo so. Lo ha scelto e non lo ha ancora cacciato. Gli chiederò presto il perché.

Come si abbassano le tasse nel nostro paese?

Se mi pone così la domanda, vuol dire che anche lei pensa che abbassando la pressione fiscale diminuisca il gettito. Non è così, o almeno non è certo. Quando Kennedy tagliò l’aliquota massima dal 91% al 70%, si osservò un aumento del gettito fiscale federale. Lo stesso dicasi per Ronald Reagan, quando con due riforme, tagliò l’aliquota massima dal 70%  al 28%. Anche in quel caso il gettito aumentò. Fu un taglio che aiutò la parte meno abbiente della popolazione. Secondo l’Agenzia delle Entrate italiana io appartengo alle persone più ricche d’Italia. Le pare plausibile? O forse il sistema fiscale italiano permette a quelli veramente ricchi di eludere le tasse in modo del tutto legale. Questo è possibile con l’elusione fiscale e con l’erosione della base imponibile. Basta scegliersi un buon tributarista, magari di Sondrio, e il gioco è fatto.

Non le va proprio giù il ministro Tremonti?

Le racconto un aneddoto della prima repubblica. Quando il ministro Formica dichiarò i redditi dei più ricchi, un sacco di persone si trovarono in difficoltà perché era il periodo dei sequestri. Un mio amico Gianni Marongiu si vide pubblicato un reddito di 2 miliardi di vecchie lire. Dovette assumere anche una guardia del corpo per accompagnare suo figlio a scuola. Incontrai poco dopo un mio amico professore di scienza delle finanze sull’aereo, al quale chiesi se era possibile che Marongiu fosse tanto ricco. Mi disse che era possibile e che Giulio Tremonti, allora giovane tributarista, gli aveva confidato come riuscisse a fare erodere la base imponibile dei suoi clienti per un ammontare di 600 miliardi di vecchie lire. I tributaristi sono preziosi quando c’è uno Stato eccessivamente esoso. Un “poveraccio” non ha i soldi per affidarsi a un tributarista. L’iperfiscalità non è un danno per chi è già ricco. Lo è per il povero al quale viene impedito di arricchirsi. Un fenomeno che peraltro pregiudica il funzionamento dell’ascensore sociale del paese. E la cosa più anti-sociale che esista.

 

http://www.loccidentale.it/node/107788

Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post