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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

PRIVATIZZAZIONI, DEBITO PUBBLICO E VENDITA DEL COLOSSEO.

31 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

SUL SITO

www.movimentolibertario.it

TROVIAMO UN INTERESSANTE DIBABTTITO SU COME RISOLVERE IL DEBITO PUBBLICO, SEMPRE PIU' INSOSTENIBILE.

PROPONIAMO QUESTO POST DI LUCA FUSARI, CHE CONDIVIDIAMO. INVIATANDOVI A COMMENTARE E DIRE LA VOLSTRA. SE VI VA.

 

DI LUCA FUSARI

Su questo sito con la pubblicazione della lettera aperta dell’Associazione “Diritto e Mercato” si è aperto recentemente un dibattito (non privo di polemiche) sulle proposte per risolvere la questione del debito pubblico.

Al fine di fare chiarezza ai promotori del dibattito circa le loro proposte e quanto da loro menzionato, ho ritenuto necessario scrivere tale esaustiva risposta.

All’interno del loro appello si prende spunto da un precedente articolo pubblicato sempre su questo sito (dove a partire dalla presunta richiesta finlandese al governo di Atene sul possesso del Partenone e di alcune isole egee quale suo trasferimento/concessione temporanea di sovranità come garanzia sino al pagamento della somma versata per salvare i conti disastrati dello Stato greco) si considerava tale ipotesi come una vendita e l’occasione per proporre una contabilizzazione dei beni pubblici dello Stato italiano.

Aldilà che il caso del Partenone fosse più una mera provocazione/boutade giornalistica che una seria proposta politica, ove fosse stata posta concretamente in atto, essa sarebbe ben differente da una vendita e certo non sarebbe nemmeno (forse) quel che Fabio Massimo Nicosia propone come cofirmatario di tale appello.

C’è infatti differenza tra contabilizzazione e (nel caso della boutade del Partenone) una cessione come garanzia del prestito operato; quest’ultima si tratterebbe di una cessione a tempo della proprietà pubblica dell’edificio dallo Stato greco a quello finlandese (pur essendo questo sul loro territorio ellenico di fatto sarebbe, nell’ipotesi, paragonabile ad un demanio o terreno d’ambasciata della Finlandia) in attesa del suo pagamento.

In una simile situazione laddove gli stipulanti fossero legati da un simile patto e lo Stato greco si rivelasse insolvente-inadempiente nel saldo del debito alla data di scadenza del prestito, gli introiti diretti o indiretti dal Partenone sarebbero andati al creditore finlandese (il quale avrebbe cercato di recuperare tale prestito non saldato tramite i biglietti e il merchandising connesso a tale monumento a fronte dell’inadempienza generale pattuita nel pagamento) assieme alla stessa proprietà di gestione del monumento.

Chiarito come in tale scenario il Partenone non sarebbe altro che una garanzia di copertura al prestito erogato, la sua valutazione monetaria non sarebbe legata ad un valore di mercato (questo potrebbe valere molto di più della somma stanziata dai finlandesi come prestito concesso ai greci se quotato sul mercato), ma sarebbe comunque stimato esclusivamente e in relazione alla somma prestata dai creditori finlandesi ai debitori (anche come possibile aut aut viste le scarse possibilità di trattativa dei greci in linea generale).

Tale ipotetica operazione sarebbe quindi più una operazione da “banco dei pegni” tra Stati più che una operazione libertaria e di libero mercato, si tratterebbe solo di un mero prestito tra Stati con il Partenone come garanzia.

Nel caso dell’Italia una simile operazione significherebbe il passaggio della gestione e la proprietà di tali beni dalle mani del governo indebitato a quelle di un altro governo creditore.

E’ chiaro che una cessione di sovranità ad uno Stato straniero anziché ad un eventuale compratore o imprenditore privato comporti maggiori problematiche e conseguenze a vari livelli e di certo nel caso ipotizzato nella lettera, non assisteremmo alla riduzione della presenza dello Stato come suo concetto giuridico nella società ma solo ad un eventuale suo sostituto esterno in determinati settori.

Ovviamente sia la sola contabilizzazione che la cessione sul modello della boutade del Partenone sarebbero ben differenti da una seria operazione di libero mercato.

Purtroppo come si evince anche dalle riflessioni successive della lettera, l’intento di contabilizzazione dei promotori di fatto tende a distanziarsi non solo dalla boutade giornalistica sul Partenone ma anche da un qualsiasi intento di dismissione di tali beni e servizi in un libero mercato.

Leggendo l’appello sembra quasi che l’unico scopo che ci si prefigge sia la mera enumerazione di valore (quest’ultimo puramente autocertificato) senza alcun effettiva sua vendita o dismissione sul mercato dei beni in mano pubblica.

Prova né è anche i riferimenti alquanto sinistri in merito ad operazioni di “privatizzazione” (così intese solo dagli autori dell’appello) delle coste italiane in linea con una certa cultura referendaria statalista degli ultimi mesi refrattaria ad ogni ipotesi di ingresso dei privati in settori pubblici.

Un altro problema che emerge dal loro appello è l’invito a considerare lo Stato come una s.p.a. benché non si possa minimamente paragonare il funzionamento dello Stato con quello di una s.p.a; tale paragone non solo risulta poco realizzabile (lo Stato non è una s.p.a. né opera con tale qualifica e caratteristica giuridica) ma di fatto implica distopicamente da parte dei promotori una scarsa conoscenza delle enormi difformità presenti tra una istituzione giuridica pubblica di monopolio e una di diritto privato concorrenziale sul mercato.

Di conseguenza non si può quindi pensare di trasferire obblighi di legge o norme procedurali (peraltro decise dallo Stato) in ambito privato nello Stato stesso; anzitutto in quanto la contabilizzazione presente nelle s.p.a implica l’iscrizione nel loro bilancio dei propri beni immobili anche se questi non sono sul mercato per tre motivi:

1) per gonfiare i bilanci;

2) perché tali beni immobili producono beni e servizi sul mercato tali da poter produrre entrate nei loro bilanci annui (e quindi appetibili di accertamento fiscale da parte delle autorità competenti);

3) perché la legge dello Stato glielo impone;

Ora capisco che una azienda privata possa effettuare per sua iniziativa (la prima opzione) o perché glielo impone la legge (le altre due opzioni) ma trovo veramente difficile pensare che uno Stato possa adempiere specificatamente alle ultime due opzioni.

Uno Stato che tassa e impone a sé stesso una condotta peraltro imposta ad una azienda privata non si è mai visto (e mai lo si vedrà)!.

Quel che lo Stato impone alle aziende private a livello di norme e leggi da rispettare ha un senso in relazione alla necessità da parte del primo di estorcere denaro alle seconde, ma cosa ne ricaverebbe lo Stato da una ipotetica applicazione di tali obblighi di legge (imposizioni estorsive) a sé stesso?.

Non ci guadagnerebbe nulla, anzi non avrebbe proprio senso dato che lo Stato non è primo produttore di ricchezza ma semmai redistributore di ricchezza in seconda istanza.

Inoltre come libertario, quindi come sostenitore dei produttori privati, non concordo con l’idea avanzata sottotraccia nell’articolo di Nicosia & Co. di una ripresa della contabilizzazione integrale sulle proprietà anche a livello privato da svolgersi annualmente sui bilanci sommando beni di proprietà che nulla hanno a che fare con le entrate e uscite derivanti dai beni e servizi immessi sul mercato.

Ritengo che i beni di una s.p.a siano quelli funzionali alla produzione di beni e servizi offerti, non tutte le proprietà di una s.p.a sono quindi necessariamente funzionali alla produzione di beni e servizi sul mercato (e quindi funzionali alla creazione di un introito); la loro contabilizzazione dovrebbe riguardare la presenza di una esternalità del bene o del servizio offerto rivolto ai possibili compratori o soci.

Tutto ciò tenendo presente che ogni ipotesi di contabilizzazione della proprietà serva solo per definire operazioni inerenti il riassetto della struttura societaria (ad esempio per acquisizioni/fusioni tra due società private che devono fondersi per stimare il loro capitale d’azienda per condurre in porto tale operazione) al fine di rendere trasparente tali eccezionali operazioni; non certo per dover pagare le tasse di patrimonio su di essa.

E’ quindi lecito conoscere il bilancio annuale di una società quotata (a maggior ragione se si deve operare con essa qualche operazione finanziaria) ma ritengo a differenza di Nicosia & Co. che la questione del suo patrimonio non sia funzionale a ciò e che tenda ad introdurre un discorso favorevole alla patrimoniale sui privati, ben differente dal suo bilancio annuo e ovviamente che nulla ha a che fare (come applicabilità e significato) se rivolto all’ambito del patrimonio disponibile dello Stato.

Lo Stato non tassa sé stesso, mi pare che questo dato di fatto vada ribadito a fronte di una palese non comprensione da parte degli estensori dell’appello delle sue funzioni.

Sempre nell’appello non solo si pone fittiziamente una dicotomia tra società in mano pubblica e gli enti pubblici locali e lo Stato centrale (benché lo Stato e sue emanazioni territoriali controllino proprio tali società a gestione pubblica), ma si pone erroneamente tali società pubbliche al pari delle aziende private.

L’intento dell’appello in alcuni parti sfiora il populismo laddove la proposta di accertamento giuridico pare quasi essere una surreale anticamera di patrimoniale fiscale nei confronti dello Stato stesso che certo troverebbe scarsa possibilità di realizzazione dato che lo Stato non estorce denaro a sé stesso ma solo nei confronti del privato produttore contribuente.

Tenendo presente allora che un patrimonio privato che non sia immesso sul mercato (o ad esso indirettamente legato per beni e servizi prodotti) non produce ricchezza (in quanto è solo semplice proprietà disponibile); risulta a maggior ragione ancor più evidente come un bene demaniale pubblico non connesso al mercato non produca in sé ricchezza in entrata.

Se i beni immobili non disponibili o non aventi connessione col mercato pur di proprietà delle società non andrebbero tassati né posti sul bilancio annuali risulta doppiamente evidente (in ragione della sua natura giuridica di monopolio e in ragione di tale constatazione) come tale analisi non sia trasferibile automaticamente a quelli dello Stato come approccio e risoluzione.

Nel caso di proprietà in mano allo Stato i beni e i servizi in regime di monopolio pubblico esclusivo tendono a produrre inevitabilmente minor ricchezza che sul mercato (a causa della cattiva gestione, degli alti costi derivanti da un calcolo economico erroneo o semplicemente perché entità al momento privi di una loro utilità) quindi molto spesso esse sono prive di un loro utile ritorno economico in attivo come voci di bilancio.

Nessuno vive di ricchezza solo per il possesso di beni se questi non trovano una loro valutazione/valorizzazione di mercato ovvero se non sono valutati come loro prezzo mediante l’incontro della domanda-offerta; a maggior ragione attività o servizi gestiti dallo Stato non aventi alcun ritorno d’utilità per i contribuenti (si pensi ai numerosi enti pubblici inutili a vari livelli istituzionali, prime fra tutte le province e le comunità montane) risultano voci in capitolo equiparabili a veri e propri sprechi pubblici in quanto privi di qualsiasi loro interesse sul mercato.

Ritenere che un bene generi in sé ricchezza con il suo possesso tale da pagare i debiti (magari causati/derivati dal suo mantenimento) senza alcuna operazione di mercato di ritorno ad esso connesso è lo stesso errore che ha condotto a far credere a molte famiglie Usa che i mutui subprime fossero ripagabili con il valore stimato (al rialzo) dell’immobile stesso tolto al mercato (e quindi ad una sua monetizzazione da reinvestire) in loro proprietà.

Stessa cosa per una attività pubblica che di fatto non è produttiva o non ha una sua utilità di riscontro, esso non può comunque acquisire un valore in sé per sé; definire un valore dei suoi beni e servizi senza un calcolo economico di mercato significa porre un’astrazione priva di riscontri obbiettivi.

Un bene non sul mercato non genera in sé ricchezza e se si hanno dei debiti (come li ha lo Stato italiano) il possesso di un bene in sé per sé non è una condizione sufficiente per produrre ricchezza (basti pensare ai terreni demaniali di fatto improduttivi), affinché possano generare ricchezza essi devono inevitabilmente trovare una loro rivalutazione sul mercato.

Solo attraverso la loro dismissione di tali proprietà da parte dello Stato nel libero mercato (che stabilisce un prezzo e una quotazione tale da costituire uno scambio vantaggioso per gli offerenti e i compratori) può esservi una soluzione per il problema del debito pubblico italiano.

Bisogna che i beni in mano agli Stati siano dismessi e venduti sul mercato, possibilmente ai privati con denaro proprio affinché le perdite si ripianino ed entri finalmente denaro fresco nelle casse dell’erario senza nuove imposizioni fiscali sui contribuenti e senza la creazione di nuove debito al fine di ripagare il vecchio debito.

Affinché tali beni acquistino una loro valutazione non basta che gli Stati ne detengano la proprietà o li autovalutino o si autocertifichino come valore delle loro proprietà demaniali, serve una concreta operazione di dismissione sul mercato.

Da quel che posso invece cogliere dall’appello dell’associazione, si vuole porre ingenuamente solo la questione dell’autovalutazione dei beni al fine di scongiurare ogni rischio di insolvenza senza però cedere tali attività e beni nel libero mercato.

Ciò a mio avviso risulta contraddittorio e impossibile da realizzarsi, in quanto si pretende di avere la cosiddetta “botte piena e moglie ubriaca”.

Anzitutto tale autovalutazione implicherebbe uno scenario come quello ipotizzato giornalisticamente sul Partenone su scala europea, in secondo luogo dubito che i Paesi creditori detentori di enormi interessi sui debiti possano accettare a cuor leggero un mutamento del metro di valutazione degli assetti e degli equilibri geopolitici a livello economico-finanziario come valutazione della ricchezza detenuta; anche perché risulterebbe chiaro il tentativo di porre delle condizioni-escamotage tali da costituire

a posteriori una falsificazione dei bilanci pubblici, rispetto ai paesi più virtuosi anche nell’attuale crisi.

La mera contabilizzazione appare essere un transitorio ed inefficace alleggerimento della grave situazione di bilancio, specie sul fronte della garanzia nei confronti dei creditori stranieri detentori del nostro debito, al fine di operare solo ulteriori spese (e quindi nuovo debito).

Di fatto sarebbe una illusiva soluzione in primo luogo per i paesi in crisi (come l’Italia) che l’adottassero in quanto non vi sarebbe alcuna concreta motivazione per giudicare una simile operazione come proficua per uscire dalla spirale del debito pubblico.

Non solo i debiti rimarrebbero in assenza di dismissioni di beni pubblici, ma con la creazione di astratti valori immobiliari da edifici e monumenti, non risultanti da operazioni di libero mercato di compra-vendita si avrebbe solamente un apparente effetto tampone tale da indurre i governanti al proseguo dell’indebitamento selvaggio del Paese nell’idea che tali valutazioni fittizie certificate bastino a garantire tale spesa.

Il problema però si pone inesorabile: chi tira fuori i soldi per tali spese?.

In altre parole se valutassimo il Colosseo, il Duomo e gli Uffizi come beni aventi ipoteticamente un valore certificato, di fatto stando al ragionamento di Nicosia, pur mantenendo tali beni in mano pubblica (alla Repubblica italiana), dovremmo attendere dalla BCE o dal FMI un prestito di nuova fiat money a nostro uso esclusivo equivalente al valore immobiliare più o meno stimato su tali monumenti.

Il problema di tale ragionamento per assurdo dei promotori è che di fatto se ogni bene pubblico in mano allo Stato italiano (e più in generale ad ogni Euro-stato) può essere contabilizzato per il suo valore in crediti spendibili tramite l’erogazione di un prestito fiduciario di denaro da parte della BCE, questo comporterebbe di fatto una enorme emissione di denaro creato dal nulla al fine di assolvere all’equivalente valoriale di ogni edificio o bene pubblico sempre in mano allo Stato, questo oltre a legittimare una situazione di mera truffa (dato che i soldi ottenuti non sarebbero il frutto di una compra-vendita ma di un semplice prestito di garanzia erogato da parte della BCE in virtù di tali beni pubblici) provocherebbe immediatamente anche una iperinflazione galoppante.

Tale fondo di erogazione in relazione alla sua contabilizzazione è quindi altamente sconsigliabile.

Ammettendo però sempre per assurdo l’ipotesi che tale valore immobiliare non debba trovare necessariamente diretta equivalenza in ambito monetario liquido, venendo di fatto solamente sottratto al debito pubblico già in precedenza accumulato, si pongono comunque delle problematiche:

1) cosa succederebbe se nonostante tali valutazioni contabili esse non siano sufficienti per estinguere il debito?.

2) cosa succederebbe se ove il debito fosse estinto in relazione a tale contabilizzazione sul valore degli immobili lo Stato proseguisse anche in seguito con l’indebitamento selvaggio?

3) chi ne beneficia di una simile operazione?

Ove le valutazioni contabili non fossero sufficienti sarebbe necessario un meccanismo di prestiti e questo implica comunque la creazione di titoli di Stato da vendere ai creditori o la nuova richiesta di denaro da immettere sul mercato da parte della banca centrale europea, di fatto uno scenario che non dissimile da quello attuale che porterebbe solo verso uno scenario da iperinflazione.

Nel secondo caso, ove il debito fosse estinto in relazione a tale contabilizzazione di valore ma si proseguisse in futuro politicamente con la creazione di nuova spesa pubblica (e quindi nuovo debito) non coperto, di fatto non potremmo in seguito beneficiare ulteriormente di tale trucco contabile.

Ciò che ci si dimentica è che tale trucco inflazionistico affinché possa funzionare deve trovare riconoscimento a livello internazionale e questo implica accordi economici internazionali (in primo luogo dell’eurozona).

Ove tale metodo di contabilizzazione (saldo di credito fiduciario) fosse riconosciuto legale a livello comunitario, esso avrebbe comunque un inevitabile limite operativo d’uso deciso dagli Stati più virtuosi (detentori di economie più solide al di là dei loro beni contabilizzati) al fine di definire una soglia di accertamento tra l’economia reale e quella virtuale e quindi una gerarchia interna tra Paesi.

Laddove tali somme virtuali di denaro (una sorta di bonus) fossero già state consumate restando nonostante tutto o in seguito ad esse ancora dei debitori insolventi è assai probabile che verrebbero congelate in relazione alle proprietà immobiliari ad esse connesse come loro riferimento, ad opera dei Paesi creditori attraverso un qualche meccanismo a livello sovranazionale.

Infatti per rispondere all’ultima domanda bisogna ricordarsi di inquadrare l’attuale situazione economica italiana sul piano europeo, l’Italia è nella Unione Europea, è quest’ultima a stabilire le regole economiche di bilancio dei singoli Stati membri, dovrebbe essere quest’ultima a rendere lecita una simil proposta tesa alla contabilizzazione dei beni immobiliari a livello europeo, questo anche in ragione di ragioni monetarie di erogazione dei prestiti (non dissimili da quelli già attualmente in corso alla Grecia) vedrebbe la Banca Centrale Europea quale erogatore di denaro all’Italia (tenendo conto che la BCE appartiene per quote ai singoli Eurostati appare già evidente come assurda una simile ipotesi, foriera solo di creazione di ulteriore fiat money e quindi di ulteriori debiti) finendo di fatto per acquisire, in concordanza con il caso Partenone sopramenzionato, lo stesso ruolo della Finlandia rispetto al paese debitore (in questo caso Italia).

Di fatto ben sapendo che il welfare state non finirebbe con tale trucco contabile, noi quasi presumibilmente perderemmo la sovranità su gran parte del nostro territorio a beneficio dei creditori di Bruxelles, finendo di fatto in una situazione di colonia dei paesi creditori con una sovranità limitata e controllata dall’estero anche sulla proprietà dei propri beni.

Da una simile ipotetica operazione ci guadagnerebbe oltre alla stessa Banca Centrale Europea anche eventualmente il FMI e la Banca mondiale ove fossero coinvolti nell’operazione di credito.

Ora a meno di non volere legittimare l’opzione ben poco libertaria di un unico Super Stato Europeo (o addirittura mondiale) risulta chiaro che tale ipotesi di contabilizzazione dei beni immobili al fine di ottenere prestiti presumibilmente non saldabili se perseguita sia di fatto una strada ben peggiore e nefasta di qualsiasi default o di qualsiasi privatizzazione sul libero mercato di tali beni pubblici.

E’ quindi evidente come il libero mercato e l’affidamento ai privati sia non solo una parcellizzazione più sostenibile del rischio, ma anche una prospettiva più vantaggiosa che quella di una stretta dipendenza dal volere degli Stati creditori esteri (peraltro una situazione non dissimile da quella vigente sui titoli di Stato).

La retorica un po’ piagnona e un po’ populista da “Indignados” presente nell’articolo circa lo “Stato ricco di beni senza bisogno di tasse” non mi pare corretta, di per sé lo Stato non è in sè ricco di beni, lo Stato è una entità parassitaria per sua natura e funzione sociale, esso non produce ricchezza ma la redistribuisce, quindi non si vede anche ammettendo che detenga tale ricchezza (come proprietà) come essa sarebbe legittimata moralmente come sua detenzione-produzione in chiave giusnaturale.

E’ quindi evidente come anche tale ragionamento presente nell’appello sia capzioso dato che tende a non tener conto moralmente della natura ed entità di tali beni in relazione ai diritti naturali, di proprietà e servizi già oggi in mano allo Stato.

Nel caso dell’oro, non è vero che l’oro non sia oggi una garanzia di bilancio e contabilità per la tenuta dei conti pubblici, di fatto pur in assenza di un gold bullion standard esso è comunque detenuto arbitrariamente dallo Stato nei suoi caveau e di fatto se sino ad oggi non siamo ancora falliti nonostante l’enorme debito pubblico, questo è in parte derivante da tale garanzia implicita nei confronti dei creditori esterni in relazione alle nostre riserve auree.

Quindi già oggi l’oro detenuto nella Banca d’Italia (ente di diritto pubblico dello Stato italiano), specie con la sua continua crescita di quotazione sui mercati, costituisce paradossalmente (ben lungi da qualsiasi ambito austriaco di valutazione o di approvazione vigente di un ritorno al gold bullion standard internazionale) agli occhi degli investitori stranieri (acquirenti dei nostri titoli di Stato) una tutela e una garanzia della tenuta dello Stato italiano presso i creditori, questo ben più dell’ipotesi fantasiosa di un valore contabile derivato dai beni presenti nel territorio italiano.

L’Italia è uno dei paesi che detiene il maggior numero di scorte auree nel mondo ed è chiaro al di là della legittimità di tale detenzione in mano pubblica (anziché in mano ai risparmiatori come sostiene la scuola austriaca), al di là dell’assenza di un gold standard, tale riserva gialla sia una delle implicite motivazioni psicologiche che possono spiegare il perché nonostante il nostro alto debito pubblico tutto sommato ci siano ancora investitori stranieri che acquistano titoli di Stato italiani (è chiaro come l’alto livello di rischio dei nostri Titoli di Stato sia compensato e garantito da tale premessa aurea nei caveau), quindi come mai per il momento non siamo ancora falliti come la Grecia.

Tornando però alla questione cardine del ragionamento di Nicosia & Co, se un servizio o un bene demaniale non lo si pone entro una sua vendita sul libero mercato l’intero discorso dell’accertamento del suo valore rischia di essere una mera prosopopea autoassolutoria per lo Stato (e i suoi politici spendaccioni) con fantasiose circonvoluzioni atte solo a prolungare e peggiorare i conti pubblici.

Senza una dismissione tramite una vendita effettiva delle risorse o dei beni pubblici disponibili (alienandoli dal demanio con processi di cartolarizzazione, privatizzazione dei beni e liberalizzazione dei servizi attraverso aste trasparenti aperte ad operatori privati) di fatto tali beni non hanno che un valore teorico e una rendita assai scarsa (specie se come pare si vuole continuare a mantenere tali beni poco fruibili o malamente gestiti ancora in mano pubblica).

Una loro contabilizzazione può aver senso solo come valutazione di base per una vendita sul mercato, quindi è lecito che ci sia una perizia per stabilire una base d’asta iniziale al fine poi però di effettuare una reale dismissione degli immobili e dei servizi pubblici sul mercato dopo la perizia!.

Ripeto come nell’appello dell’associazione Diritto e Mercato non traspaia tale obbiettivo; non si può fare una perizia e affermare dopo di essa che in realtà “siamo ricchi” (pur non avendo beccato neppure un soldo in entrata), tenerci i beni immobili infruttuosi ma potenzialmente danarosi (solo se messi però sul mercato fattivamente), ed ingrossare i numerosi debiti proprio come prima della perizia (anzi no negando addirittura che i debiti ci siano dopo la perizia!!).

Un simile ragionamento trapelante dall’appello personalmente non lo condivido e non lo ritengo particolarmente razionale, non è la stima di valore risultante dalla perizia a fare in sé la ricchezza e a costituire un sicuro incasso, ma semmai essa può risultare la base d’asta per l’immissione sul mercato di tali beni, con effettiva transazione stessa ripianante il debito pubblico.

Servono capitali in entrata per riempire i buchi di bilancio dello Stato se non si vende i beni privatizzandoli sul mercato dopo la loro stima (entro un meccanismo d’asta) i soldi non ci sono comunque e di fatto anche tale perizia non ha alcun senso (se non quella di essere l’ennesima foglia di fico atta a giustificare il proseguo delle spese).

Nell’appello il problema della spesa pubblica e del debito (per non parlare delle ingenti tasse elevate) non viene mai posto, sembra quasi che esso non sia in realtà la vera questione da dibattere al fine di risolvere il problema del debito pubblico italiano.

Purtroppo il fatto che si proponga una mera contabilizzazione senza un taglio sensibile del peso dello Stato attraverso il mercato, pone in secondo luogo delle questioni di merito circa i principi e finalità di tale proposta.

Non è un mistero che Nicosia entro il suo anarchismo analitico (detto anche “comunismo di mercato”, di per sé un ossimoro o più prosaicamente un neolinguismo), propenda a ritenere che tutto sommato lo Stato non sia eliminabile e che lo statalismo (non propriamente miniarchico) sia per certi versi tollerabile ove lo si ponesse in una cornice cooperativa (peraltro poco differente nella sostanza da quello vigente) operativa e descrittiva tesa a ridurre le criticità all’interno del corpo collettivo della comunità.

Tale presunta ottimizzazione semantica del sistema definisce però un approccio tecno-burocratico poco libertario e nella fattispecie poco anarco-capitalista, il ragionamento proponente la sola contabilizzazione dei beni senza una loro reale vendita sul mercato lo dimostra.

Quel che si tende sovente a dimenticare è la natura dei beni pubblici, essi non sono beni in mano ai cittadini (come invece la retorica sinistrata anche negli ultimi mesi ha ampiamente propagandato), sono invece beni politici in un sistema a regime statale.

La fruizione pubblica non equivale alla sua gestione e risulta chiaro come i politici italiani siano notevolmente refrattari ad ogni ipotesi di riduzione della loro presenza nella gestione dei servizi (come le componenti del comitato promotore dei recenti referendum sull’acqua hanno ampiamente dimostrato).

Il monopolista che regge e costituisce lo Stato e lo comanda è la politica non i cittadini, ergo lo Stato (quindi il politico) opera in regime di monopolio definendo in ragione del suo ruolo e incarico pubblico e in ragione di una sua propensione al clientelismo a scopo elettorale, una ingerenza e permanenza sotto il suo controllo sia di attività inutili che di servizi fondamentali i quali in ragione della scarsa concorrenza e competizione di altri operatori di fatto hanno costi nettamente superiori ad ogni standard di mercato.

Le privatizzazioni sono quindi un modo per ridurre la sfera di influenza pubblica, dismettendo il servizio al privato; è chiaro che al contempo sarebbe bene anche operare processi concorrenziali di liberalizzazione proprio per evitare che il servizio passi da un monopolio pubblico ad un altro di tipo privato.

Che in Italia vi sia anche un problema di soggetti compratori e di capacità degli imprenditori ad investire e rischiare in proprio è obiezione senz’altro vera, ma tale scarsa propensione è la conseguenza di un sistema fiscale e di un sistema corporativo a vari livelli dell’economia italiana che di fatto impone o rende in gran parte inevitabile, laddove si voglia operare nel nostro Paese agevolmente, una propensione alla collusione consociativa tra politica ed affari (come anche i recenti fatti di cronaca dimostrano).

E’ quindi evidente che la burocrazia produca partitocrazia e con essa corruzione e clientelismo.

L’alto numero di norme e leggi, la questione fiscale sono altri muri da abbattere al fine di definire un terreno di base dove le imprese private, gli imprenditori italiani e stranieri possano operare e fare mercato, riducendo di conseguenza il peso dello Stato mediante la gestione privata di servizi oggi detenuti da questo.

Ritenere che il privato sia meno preferibile del pubblico è quindi un errore specie se si vuole proporre vere e credibili soluzioni ai problemi derivanti dal Big Government italiano e dal suo enorme debito pubblico.

Paragonare lo Stato ad una s.p.a al fine di contabilizzare il proprio patrimonio è una tesi peraltro non dissimile da coloro i quali anche negli ultimi giorni hanno riproposto nei confronti dei privati una patrimoniale quale panacea per la risoluzione del problema del debito.

Il problema è che sia la patrimoniale sui privati che la sola contabilizzazione dei beni pubblici dello Stato sono due non soluzioni peraltro epidermiche che non tengono conto del vero problema in profondità: il debito pubblico e l’elevata spesa che va subito fermata e terminata.

Ribadisco come il bene in possesso statal-demaniale non crea da sé valore senza uno scambio o una operazione di messa in vendita (e quindi di compra-vendita ad essa connessa) sul mercato da parte di soggetti diversi dall’indebitato Stato aventi denaro da spendere per tale bene/immobile/servizio.

Un Paese privo di crescita economica, con un deficit di entrate nonostante una tassazione già tra le più alte al mondo e con un debito pubblico insostenibile non può accontentarsi di mere operazioni di cosmesi nel suo disastrato bilancio pubblico.

Lo Stato italiano non ha sufficienti soldi in ingresso e certo non è con una mera operazione contabile che si risolve la cosa.

Accontentarsi solo della contabilizzazione equivale a porre una operazione non dissimile da un falso in bilancio contabile di Stato, lasciando la sovranità (e quindi proprietà) di tali beni agli Stati e di fatto tramite fittizie sopravvalutazioni (presumibilmente certificate dallo Stato stesso) continuare ad operare ulteriori forme di indebitamento selvaggio a partire dal presupposto che il valore potenziale di tali beni pubblici di fatto li possa teoricamente coprire economicamente di qui in divenire.

Inutile dire che simili operazioni di definizione di valore senza un loro riferimento sul mercato non sarebbero così differenti dalle proposte di creazione di agenzie di rating in mano agli Eurostati, tutti sarebbero “”"ricchi e contenti”" benché di fatto nel concreto sono in bancarotta e indebitati…

In conclusione non capisco quindi cosa serva a fronte di un bilancio in rosso e ad una prevenuta non vendita dei beni immobiliari statali sul mercato, l’idea di una loro contabilizzazione o sovrastima, essa può rivelarsi solo come tentativo illusorio di negare l’insolvenza e i buchi di bilancio del debito pubblico.

Se si vuole invece seriamente abbattere lo statalismo si deve porre tali contabilizzazioni come fase all’interno di un processo che ha come sua finalità conclusiva la cessione nel libero mercato ai privati di tali attività e servizi; la contabilizzazione come soluzione in sé per sé mi pare una mera foglia di fico ideologica che comporterebbe un ricalcolo dei beni tale da rendere fittiziamente in attivo un bilancio in realtà comunque in rosso senza neppure intaccare le cause strutturali di tale bilancio disastrato.

Di fatto una sovrastima economica di un bene nel tentativo di non cederlo sul mercato solitamente porta a conseguenze spiacevoli sul servizio, il suo funzionamento e in generale nel sistema.

Lo scoppio delle bolle finanziarie e la crisi in cui ci ritroviamo ad esse conseguenti non sono molto dissimile da un tale approccio creativo proposto nell’appello qua analizzato.

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