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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

Se i produttori di ricchezza muoiono per (troppe) tasse.

25 Ottobre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

La crisi letta da Luca Ricolfi

Se i produttori di ricchezza muoiono per (troppe) tasse La crisi letta da Luca Ricolfi Luca Ricolfi LA REPUBBLICA DELLE TASSE Rizzoli pp. 210, € 18 Che il bilancio dello Stato—al netto del pagamento degli interessi del debito—registri un saldo attivo sarebbe una buona notizia se fosse accompagnata da quella che il Paese cresce. Ma così non è. Allora, la logica conclusione che se ne può trarre è che i conti pubblici vadano (relativamente) bene, mentre l’economia vada (relativamente) male perché gli italiani lavorano più per lo Stato che per se stessi e, indirettamente, per il Paese. Né vale, a consolare il contribuente tartassato, la presunzione, tipicamente statalista e dirigista, che, in fondo, lavorando per lo Stato, essi lavorerebbero per se stessi. È vero il contrario. E le ragioni sono due. Prima. La salute economica di ogni Paese dipende dalla sua capacità di accumulare ricchezza. Ma una cosa è che la produca il mercato e la distribuisca la mano pubblica senza interferire nei processi di accumulazione; un’altra che lo Stato intervenga su questi ultimi, mortificando le capacità degli imprenditori privati di produrla. Con la socializzazione dei mezzi di produzione, i bolscevichi avevano eliminato l’accumulazione di ricchezza da parte del capitalismo privato—il plusvalore sottratto al lavoratore — e si erano illusi di aver realizzato un sistema nel quale tutti avrebbero concorso a accumulare ricchezza e a goderne. Ma l’industrializzazione comunista fu la più colossale accumulazione, e la più brutale confisca, da parte dello Stato, di ricchezza mai vista, mentre il Paese si impoveriva fino a collassare. Seconda. La manovra del governo Berlusconi- Tremonti, allo scopo di pervenire al pareggio del bilancio, si sta risolvendo in una versione «soffice », ancorché alla rovescia, dell’accumulazione pubblica sovietica, attraverso la confisca di gran parte della ricchezza prodotta (dai privati) per via fiscale. Lo Stato, malgrado l’entità ancora anomala della spesa pubblica, realizza addirittura, col saldo attivo di bilancio, una parvenza di plusvalore a spese del Paese che, così, non cresce e non si sviluppa. Luca Ricolfi—nel suo ultimo libro («La Repubblica delle tasse», ed. Rizzoli)—coglie acutamente la contraddizione e ne trae una dirompente interpretazione: il Paese non cresce perché i produttori di ricchezza sono tartassati di tasse più che in ogni altro Paese capitalista. A sostegno, poi, della sua intuizione, egli porta, da buon sociologo—che si chiede, innanzi tutto, «come stanno le cose» — una prova empirica che contraddice il pauperismo cui si ispirano tutti i nostri governi, quale ne sia il colore: il Sud sottosviluppato cresce, ancorché poco, più del Nord che produce, perché evade le tasse più di quanto non faccia il Nord; inoltre, contrariamente a quanto si è detto demagogicamente da più parti, la crisi ha finito col colpire più i ceti abbienti di quelli indigenti. Qui, se l’amico Luca me lo consente, una doppia conclusione la traggo io. Prima: il governo Berlusconi-Tremonti ha perseguito, in nome di una malintesa socialità, la stessa politica «redistributiva » dei governi di centrosinistra, a conferma che l’Italia rimane il Paese di democrazia liberale, e capitalista, più simile a quelli dell’ex socialismo reale sconfitti dalle «dure repliche della storia». Paghiamo il prezzo, altissimo, di una idea, «distorta», di eguaglianza, che nulla ha a che vedere, sono ancora riflessioni di Ricolfi, con quella, «sana», dei Paesi scandinavi, dove la pressione fiscale (generale) è assai più elevata della nostra, ma i servizi sociali sono migliori e, soprattutto, il Fisco — lo può constatare chiunque ci vada — non incide tanto pesantemente sulle capacità imprenditoriali dei privati di produrre ricchezza. Seconda: con la sottrazione al comune cittadino, da parte del Fisco, di una parte consistente del suo reddito, cui non corrispondono sussistenze che lo ricompensino, come accade in Svezia, Danimarca e Finlandia, la nostra economia finisce con deprimersi per carenza (anche) di adeguata domanda interna. È il cane che si morde la coda. Ricolfi, peraltro, non si limita, giustamente, a criticare governi, opposizioni e sindacati, ma estende le sue riserve anche all’imprenditoria. «Penso — egli scrive —che, se il mondo delle imprese non ottiene dalla politica le risposte che vorrebbe, è anche perché non ha idee chiare, o semplicemente non può averle (...) Oggi, imprenditori e sindacalisti ripetono parole stanche, parole passepartout, come meritocrazia, competitività, innovazione, fare sistema, puntare su futuro». Personalmente, da liberale, sono persino più severo. Troppe nostre aziende — che in passato se la cavavano, complice la politica, con le «svalutazioni competitive» — sono oggi sottocapitalizzate, e perciò non in grado di fare ricerca e innovazione, o di riconvertire la propria produzione, perché i passati profitti sono finiti troppo spesso nell’acquisto di ville, barche, automobili di lusso, a tutto scapito degli investimenti produttivi. Non è, dunque, rifugiandosi nella retorica, per supplire a tali carenze, che se ne esce, ma solo a condizione che ciascuno, beninteso per prima, ma non sola, la politica, faccia la propria parte. Magari incominciando col leggere un libro onesto e anticonformista — come è questo di Luca Ricolfi, un uomo di sinistra che «pensa da liberale» — e poi riflettendoci seriamente sopra.

Piero Ostellino

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