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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

economia

2012: TROPPE TASSE, E L'ITALIA E' IN GINOCCHIO.

5 Giugno 2012 , Scritto da UpL Gal.Pal Con tag #ECONOMIA

DA: ADNS KRONOS.

 L'eccessivo peso della pressione fiscale rischia di comportare ''impulsi recessivi'' nell'economia reale, creando cosi' un ''pericolo di avvitamento''. E' il richiamo contenuto nella Rapporto 2012 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica, presentato al Parlamento. Pericolo che ''deve essere attentamento monitorato, disinnescando il circolo vizioso in cui si potrebbe rimanere intrappolati''.

 


Sistemi Legali per "Non Pagare" i Debiti quando Non Riesci a Pagare!

Proteggi la tua Casa e i tuoi Cari. con un Allarme di Sicurezza!

 

Con l'inasprimento della crisi e delle tensioni sui mercati, nel corso del 2011, ''la logica emergenziale - sottolinea la magistratura contabile - ha ripreso inevitabilmente il sopravvento, imprimendo una direzione diversa alla manovra di finanza pubblica: gli interventi correttivi decisi nell'estate presentano la caratteristica evidente di concentrarsi sulle entrate, a cui e' legato il reperimento di oltre due terzi delle maggiori risorse di bilancio''.

 

 

Nello scorso dicembre, poi, il Governo ''rafforzava le dimensioni dell'intervento correttivo, aggiungendo misure integrative di correzione e confermando il ricorso prevalente alla leva tributaria per l'intero orizzonte programmatico. La scelta di accentuare la manovra dal lato delle entrate pubbliche risponde, evidentemente, all'esigenza - prosegue la Corte - di assicurare il pareggio di bilancio gia' nel 2013 in un contesto reso piu' difficile dalla crisi finanziaria e dai rischi circa la sostenibilita' del debito dei paesi europei piu' esposti. Nei fatti, l'aumento discrezionale della pressione fiscale contrasta la caduta del gettito provocata dalla perdita permanente di prodotto''.

 

 

''La controindicazione - evidenzia la Corte dei Conti - di questa scelta, gia' richiamata dalla corte in altre occasioni, sta negli impulsi recessivi, del resto riconosciuti e quantificati nello stesso Def 2012-2015, che una maggiore imposizione trasmette all'economia reale, dunque nel rischio che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli stessi obiettivi di gettito''. I magistrati contabili sollecitano, dunque, la necessita' di ''incidere sui fattori che bloccano la crescita, per recuperare, ma solo grazie a maggiori incrementi del pil, il gettito mancante''.

 

 

Per una crescita piu' elevata - suggerisce quindi la magistratura contabile, e' necessario ridurre il debito, da realizzare attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio pubblico.

 

 

Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, esorta a puntare sulla lotta all'evasione, elusione ed erosione fiscale per il riequilibrio del sistema di prelievo. ''Sostanzialmente esauriti i margini finora offerti dalle entrate volontarie, a cominciare da quelle per giochi, e dall'efficientamento dell'attivita' di riscossione, si rafforzano, pertanto, le ragioni -argomenta Giampaolino nel Rapporto 2012 sul coordinamento della finanza publica - per puntare sulla soluzione dell'ampliamento della base imponibile, assegnando alla lotta all'evasione ed all'elusione e al ridimensionamento dell'erosione il compito di assicurare margini consistenti per un riequilibrio del sistema di prelievi al fine poter almeno in parte conciliare rigore, equita' e crescita''.

 

 

''L'evasione fiscale resta una piaga pesante per il sistema tributario e per l'economia del nostro paese'' sottolinea la Corte dei conti. Tra 2007 e 2009 si registra un tasso di evasione al 29,3% nel caso dell'Iva e al 19,4% per l'Irap, con un vuoto di gettito di oltre 46 miliardi all'anno.

 

 

A livello territoriale il sud e le isole, si legge nel rapporto, si presentano come le aree a piu' alto tasso di evasione (40,1% l'Iva e 29,4% Irap), a fronte di una ''devianza'' pressoche' dimezzata nel nord del Paese. Le differenze si invertono, se invece si guarda ai valori assoluti: il grosso dell'evasione si concentra nelle aree (Nord Ovest e Nord Est) in cui si realizza la quota piu' rilevante del volume d'affari e del reddito del nostro paese.

 

 

 

 

Resta poi il punto dolente della sanità. "I percorsi di rientro della spesa sanitaria hanno presentato contraddizioni e criticita', evidenziate dai frequenti episodi di corruzione a danno della collettivita''' si legge nel Rapporto 2012 della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica.

 

 

Il settore sanitario ha fatto dei ''progressi evidenti'' ma continua a presentare ''fenomeni di inappropriatezza organizzativa e gestionale che opportunamente ne fanno un ricorrente oggetto di attenzione ai fini dei programmi di tagli si spesa'', spiega la magistratura contabile. I precorsi di rientro ''sono stati postiviamente sperimentati in questi anni, seppur non senza contraddizioni e criticita'''.

 

 

Gli ulteriori interventi per il rientro della spesa sanitaria, avverte la Corte dei conti, devono essere ''definiti e attuati in modo da non indebolire un sistema di governance di cui e' stata avviata la costruzione e che si e' rivelato l'elemento, ad un tempo piu' strategico e piu' fragile, nel percorso di riequilibrio del settore''.
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IMU: ISTRUZIONI PER L'USO (o il NON uso?)!

26 Aprile 2012 , Scritto da UPL Con tag #ECONOMIA

IMU: ISTRUZIONI PER L'USO. COME SI PAGA L'IMU, NUOVA TASSA/BALZELLO SULLA CASA.

TUTTO QUELLO CHE C'E' DA SAPERE DOPO LE ULTIME MODIVICHE IN SENATO.

L'IMI, la nuova Imposta Immobiliare Unica che segna di fatto il ritorno dell'ICI sulla prima casa (venne abolita, ricorderete, dal Governo Berlusconi), anche se in realtà, oltre a questa, dovrebbe assorbire anche la TARSU, ma staremo a vedere, che più che eliminare vecchi tasse, sembrano, i tecnici, prediligere nuovi balzelli o aggravi di quelli esistenti, l'IMU dicevo, è già in vigore dal primo gennaio dell'anno in corso. Ma i contribuenti che lo vorranno (non sarebbe male un bello sciopero fiscale, infatti!), dovranno versarla entro il 18 Giugno (cadendo il 16.6, data prevista per il versamento della prima rata di sabato, la scadenza slitta automaticamente al lunedì successivo, quindi al 18. Il Decreto all'esame del Senato ha chiarito alcuni dei nodi per il pagamento della prima rata, ma a rendere più complicato il calcolo di quanto effettivamente dovuto dal contribuente (non solo ti chiedono soldi, ma cercano pure di complicarti la vita, se vuoi fare il cittadino modello (ma che andassero a pettinar le bambole!), c'è anche l'aumento dei coefficienti decisi dalla manovra Monti di dicembre. Ecco dunque qualche dritta per non perdere la bussole e pagare correttamente quanto dovuto allo stato in forza del nuovo balzello. SCADENZE: due le rate, come detto, la prima il 16.5 (di fatto slitta al 18.5, e costituisce l'acconto di quanto dovuto per quest'anno; il saldo invece dovrà essere corrisposto entro il 16 dicembre (che essendo di domenica, slitta di fatto il tutto al 17.12). SOGGETTO ATTIVO: ovvero chi deve pagare. I proprietari degli immobili, ma anche i possessori di diritti reali e di possesso. Non, invece, gli affittuari.

ALIQUOTE: quelle ordinarie, valide cioè sull'intero territorio nazionale, e fissate dal Governo, sono dello 0,4 per 100 ( o 4x1000) sulla prima casa; dello 0,76 (o 7,6 x 1000) sulle altre. Per i fabbricati rurali e strumentali all'attività agricola, quali fienili, stalle, cascine, l'aliquota è dello 0,2 per 100 ( 2 x 1000). I comuni potranno comunque aumentare (e siamo curiosi di vedere chi non lo farà, destra, sinistra, centro, quando c'è da prendere.....), o diminuire ( a me vien da ridere!), l'aliquota dello 0,2 entro il prossimo 30 settembre. Per l'anno corrente anche lo Stato, valutato il gettito derivante dall'acconto (effettivamente incassato, cioè), potrà decidere ulteriori ritocchi dell'aliquota di cui sopra, entro il 30 luglio (nuova ulteriore possibile stangata?). DETRAZIONI: in misura fissa di 200 euro per l'abitazione principale e ulteriori 50 euro per ogni figlio a carico, che non abbia compiuto i 26 anni.

AUMENTI DEI COEFFICENTI: E qui viene il bello. Monti e C. hanno deciso un aumento dei coefficienti catastali, che servono ad adeguare la rendita catastale degli immobili, sulla quale si calcola quanto detto sopra, che va aumentata del 5%, per arrivare al valore catastale, che è la base imponibile sulla quale si applicano le aliquota. Per ciò che concerne le abitazioni e le pertinenze (box, cantine, soffitte, mansarde) il coefficiente è passato da 100 al 160%.

COME SI CALCOLA PER LA PRIMA CASA: Vediamo in pratica cosa si deve fare. Va presa, per prima cosa, la rendita catastale, che emerge dalla visura catastale, la si rivaluta del 5% (in pratica va moltiplicata x 105%). L'importo così ottenuto va ulteriormente moltiplicato per il coefficiente del 160%. Sul valore finale si applica l'aliquota ordinaria del 4%, anche se il Comune ha già deliberato le proprie aliquote. Quindi si sottraggono le detrazione come sopra indicato (200 euro quota fissa e 50 euro per ogni figlio a carico che non abbia ancora compiuto i 26 anni). L'importo dell'IMU così ottenuto andrà a questo punto diviso per due: una metà andrà pagata entro il 16 giugno, l'altra entro il 6 dicembre, con le correzioni in scadenza accennate precedentemente. Ovviamente poi a dicembre andrà ricalcolato il tutto, tenendo conto delle aliquote fissate dai vari Comuni di pertinenza degli alloggi di proprietà. Ovviamente dai calcoli per il versamento del saldo, andrà sottratto quanto già pagato a giugno, con la prima rata.

SECONDE CASE, e ulteriori: Identico il modo di calcolare il valore dell'immobile: Rendita Catastale x 105 x 160 = BASE IMPONIBILE. Un avolta ottenuta, l'aliquota d applicare sarà dello 0,76. Non sono previste, in questo caso, detrazioni di sorta. Entro il 16 giugno va versata la prima rata, entro il 16 dicembre la seconda, con lo slittamento già visto prima. In sede di SALDO il calcolo va fatto nuovamente sulla base delle aliquote decise dai singoli Comuni nei quali sono ubicati gli immobili, e dalla somma finale risultante, secondo quanto visto in precedenza, andrà sottratta la quota già versata in sede di acconto al 16 di giugno. NEGOZI E FABBRICATI RURALI: per le altre tipologie di immobile cambiano le modalità di calcolo della base imponibile. Dopo aver adeguato le rendite dl 5% (moltiplicando per 105), cambia il coefficiente, come segue: 55% per i negozi; 60% per i fabbricati rurali strumentali e per i capannoni industriale; 140% per i laboratori artigiani; 80% per gli uffici. L'aliquota da applicare sarà dello 0,76% con l'eccezione dei fabbricati rurali e strumentali, per i quali si applicherà l'aliquota dello 0,2%.

TUTTO CHIARO? E ora vedete un po' voi cosa volete fare! Personalmente credo sia giunta l'ora di reagire e di dare inizio alla RIVOLTA FISCALE E ALLA RIVOLUZIONE LIBERALE. Prima che sia troppo tardi. SALVARE L'ITALIA SI', SUICIDARE GLI ITALIANI, NO! VOGLAIMO VIVERE, VOGLIAMO USCIRE DALLA CRISI, VOGLIAMO LA RIPRESA ECONOMICA, PER UN FUTURO MIGLIORE PER I NOSTRI FIGLI, UN FUTURO DI LIBERTA'.

Galgano PALAFERRI

Coordinatore Nazionale Unione per le Libertà.

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MARIO, E ABBASSARE LE SPESE, NO?

19 Aprile 2012 , Scritto da UPL Con tag #ECONOMIA

MARIO MONTI: E ABBASARE LE SPESE, NO?

Di: Marcello FOA

 

Tra le tante manchevolezze del non più santissimo premier Mario Monti, una risulta colossale, eppure quasi mai evocata: il taglio della spesa pubblica. Fatto salvo Oscar Giannino, che conduce una battaglia quotidiana su Radio 24, e poche altre firme, la grande stampa nazionale scansa accuratamente l’argomento che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica e che invece passa sottotraccia. Perchè è scomodo e potrebbe provocare più di un imbarazzo al non più santissimo e talvolta un po’ smarrito Mario Monti. Allora meglio parlare d’altro.

 

Sia chiaro: non parlo di tagli indiscriminati, ma di riforme precise volte a ridurre e possibilmente eliminare sprechi che sono stati documentati decine di volte, nei comuni morosi, in certe zone del Meridione, negli enti pubblici desueti (a sud come a nord), nelle inefficienze dell’amministrazione pubblica, nella sanità, eccetera eccetera.

 

Ma affrontare questi temi è impopolare, richiede doti da vero statista, quasi una vocazione al martirio. La via è scomoda e il nostro premier si guarda bene dal praticarla. Da eurodirigista quale in realtà è nell’animo, preferisce usare la scure delle tasse e le politiche punitive che in parte sono necessarie, ma che finiscono per scoraggiare, anzi avvilire, l’Italia migliore, degli industriali, dei professionisti, che produce e continua a battersi, eroicamente.

 

Se anzichè frequentare solo le élites, il non più santissimo ma sempre glaciale Mario Monti, parlasse con la gente normale, se frequentasse la piccola e la media borghesia, si accorgerebbe dello scoramento che attraversa il Paese, ma è chiedergli troppo.

 

Lui non si abbassa. Lui tassa, gioisce e l’Italia va a rotoli.

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CREDITO, LAVORO, FISCO: COME FAR RIPARTIRE L'ITALIA.

14 Marzo 2012 , Scritto da UPL Con tag #ECONOMIA

Un ottimo articolo tratto da fan page. La ricetta di Mario DRAGHI per un'Italia nuova.

 

Italia: per ripartire devi riformare lavoro, credito e fisco

Dice giustamente Mario Draghi, presidente della Bce: banche e governi devono approfittare della ritrovata stabilità dei mercati per varare quelle riforme necessarie a colmare i gap competitivi. In Italia però...

Italia: per ripartire devi riformare lavoro, credito e fisco.

Dice egregiamente Mario Draghi, dallo scranno di presidente della Banca centrale europea: governi e banche dovrebbero approfittare del periodo benigno che le misure straordinarie varate da Eurotower sono riuscite a far tornare sui mercati finanziari (malgrado la malcelata ostilità da parte tedesca che misure straordinarie come le due Ltro con cui Draghi ha fornito oltre mille miliardi di euro alle maggiori banche del vecchio continente vedono come il fumo negli occhi) per fare le riforme necessarie a far ripartire l’economia da un lato e per pulire definitivamente i propri bilanci tagliando i dividendi e continuando nel frattempo a fornire sostegno all’economia reale.

Un invito che Draghi ha lanciato oggi parlando a Parigi dopo aver ricordato a tutti che la crisi non è figlia della globalizzazione e dell’apertura dell’Eurozona al resto del mondo (negli anni Novanta, ha ricordato Draghi stamane, l’export pesava solo per il 15% del Pil aggregato di Eurolandia, ora rappresenta il 23%, segno che merci e servizi del vecchio continente continuano a trovare acquirenti in tutto il mondo), bensì degli squilibri accumulatisi negli anni tra paesi che a causa di una costante erosione di competitività hanno visto crescenti deficit di bilancia commerciale e paesi che grazie alla crescita della propria competitività tali deficit hanno nutrito col risultato di veder aumentare i propri saldi positivi di bilancia commerciale.

Tra le cause che hanno generato una perdita di competitività secondo il banchiere centrale europeo vi sono i costi unitari del lavoro, che sono cresciuti mediamente del 28% dalla nascita dell’euro nei paesi contraddistinti da deficit commerciali, ossia 2,5 volte di più di quanto accaduto nei paesi con surplus commerciali (dove dunque le retribuzioni sono comunque cresciute senza tuttavia mettere in crisi il sistema). La “competitività è una questione chiave della politica economica in ogni paese della zona euro” e “in tempi di ristrettezze economiche – ha concluso Draghi – non c'è altra scelta se non affrontare le perdite strutturali di competitività con urgenza”. Anche perché la politica monetaria (della Bce) può “assicurare stabilità dei prezzi, ridurre il premio per il rischio e assicurare che tutti i canali di trasmissione funzionino” correttamente, ma non può, evidentemente, andare oltre e procedere d’imperio al varo di riforme che per natura sono politiche e vanno dunque condivise dal corpo elettorale di ciascun paese.

Draghi nella sua analisi pensa al quadro europeo e non può dunque scendere nei dettagli paese per paese, ma certo sarebbe interessante capire come l’ex numero uno di Via Nazionale agirebbe al posto di Mario Monti: difficilmente aumenterebbe le tasse e semmai cercherebbe di ridurle almeno sui redditi da lavoro (come del resto sta cercando di fare, sia pure finora molto limitatamente, lo stesso premier italiano). Non sarà un caso che l’appello di Draghi a rimuovere le cause che hanno portato a una perdita di competitività e ad un aumento del costo del lavoro giunga proprio nel mezzo dello sforzo per chiudere la crisi del debito sovrano europeo, tentativo che finora, sotto il pressing tedesco, ha guardato, purtroppo, più agli aspetti ragionieristici procedendo a ulteriori inasprimenti fiscali che non all’introduzione di riforme strutturali nei paesi deficitari del Sud Europa (forse per non creare nuovi concorrenti alla Germania?).

Nel frattempo il governo italiano sembra voler provare ad accelerare il confronto proprio sul tema della riforma del mercato del lavoro, una riforma che il ministro competente, Elsa Fornero, vorrebbe incentrare sulla riforma degli ammortizzatori sociali proponendo una nuova indennità di disoccupazione “a tempo” (1.119 euro lordi mensili di importo massimo, della durata di 12 mesi estendibile al massimo a 18 mesi per gli over 55enni, con importi destinati a ridursi automaticamente del 15% ogni sei mesi). Un’ipotesi che al momento è poco più che un “desiderata” per cui sarebbe opportuno non sbilanciarsi in lodi o in rimproveri eccessivi, pena doversi poi ricredereL’impegno riformatore mi pare tuttavia lodevole e tanto più sarà apprezzabile quante maggiori occasioni di lavoro riuscirà a produrre, ma a poco servirà se non si ridurrà sensibilmente il livello generale dell’imposizione fiscale sui redditi da impresa e su quelli da lavoro, prima causa tanto del crollo verticale degli investimenti fissi lordi (in questo caso assieme alla difficoltà nell’accesso al credito, specie per le piccole e medie imprese) sia dell’aumento del costo del lavoro nel Belpaese. Un discorso a parte meriterebbe poi il tema della riforma del sistema formativo italiano e in particolare lo sbilanciamento che ancora appare esistere tra la “passione” per le lettere che dimostrano molti studenti universitari italiani e il numero insufficiente di ingegneri e laureati in economia e matematica che sfornano le università italiane, ma non voglio divagare troppo.

Vale tuttavia la pena di ricordare a chiunque si occuperà della materia che, come ha sottolineato ancora stamane l’istituto statistico tedesco Zew (il cui indice di fiducia continua a crescere), è merito di un mercato in salute se la domanda interna è in grado di mantenersi vivace e dunque sostenere l’espansione e attrarre nuovi investimenti fissi lordi. Quindi sarà utile che tutti si sforzino affinché il mercato del lavoro sia messo nelle condizioni di funzionare il meglio possibile, ma lo sia anche il mercato del credito, cui purtroppo temo non giungano affatto gradite le parole di Draghi visti i rapporti incestuosi tra banchieri e politici, rapporti che passano molte volte attraverso fondazioni bancarie che sono ancora oggi azioniste di riferimento della pressoché totalità degli istituti di credito italiani e che di dividendi hanno bisogno per sostenere un’attività “istituzionale” di “distribuzione delle risorse” sul territorio che a me ricorda il più delle volte la cura del proprio collegio elettorale da parte di politici (quali in effetti sono spesso questi “banchieri”, in qualche caso in grado con la propria presenza nei Consigli d’amministrazione di condizionare anche l’attività ordinaria delle banche collegate). Riforma del lavoro, riforma del credito, riforma del fisco: le vere sfide per il governo e il paese sono queste.



continua su: http://www.fanpage.it/italia-per-ripartire-devi-riformare-lavoro-credito-e-fisco/#ixzz1p4t6ui77 
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PRESSIONE FISCALE IN ITALIA? OLTRE IL 50%. .....

5 Marzo 2012 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

.....E INVITANO ALLA DELAZIONE****.

 

DA FB.

Pressione fiscale sempre più vicina al 50%. Una nuova tassa ogni due giorni, grazie Mario Monti

Le semplificazioni possono auspicabilmente migliorare il «clima fiscale», rendendo meno oneroso e conflittuale il rapporto con il fisco. Di un inizio di inversione di tendenza, per quel che riguarda l'ingombrante peso del fisco (su chi paga regolarmente le imposte) si potrà parlare solo quando vi saranno le risorse per intervenire su detrazioni e deduzioni, e successivamente sulle aliquote.

E la via maestra per ridurre stabilmente le tasse è di intervenire sul fronte della spesa. Al momento, e in attesa di prendere visione del testo definitivo approvato venerdì sera dal Consiglio dei ministri, si paventa il rischio che nel combinato delle misure inserite nel decreto con le novità in arrivo dagli emendamenti al provvedimento sulle liberalizzazioni, si vada verso un nuovo aumento della pressione fiscale.

 

Già con le due sole manovre estive il peso complessivo di tasse contributi sul Pil era indicato in netto aumento al 43,8% nel 2012, per raggiungere nel 2014 il record assoluto del 44,8% in applicazione della «clausola di salvaguardia». Se si esamina l'effetto combinato delle manovre del 2011, si sale al 45% del Pil. Conseguenza inevitabile se si guarda alla ripartizione delle tre manovre del 2011: misure concentrate per due terzi sul fronte delle entrate, che incorporano il prospettato nuovo aumento dell'Iva, in programma dal prossimo 1° ottobre, anche se il governo sta studiando strade alternative. Livello di tassazione ai limiti della sostenibilità per quanti assolvono regolarmente ai loro obblighi nei confronti dell'erario.

Ora si tratta di valutare l'ulteriore peso, in termini di aggravio reale della tassazione, di alcune misure in arrivo: è il caso dell'Imu sui beni commerciali della Chiesa che dovrebbe produrre un gettito aggiuntivo di circa 700 milioni. Ma è anche il caso del giro di vite sull'imposta di bollo dell'1 per mille per le comunicazioni sul dossier titoli. Anche la lotta all'evasione produce evidentemente un aumento della pressione fiscale, per effetto delle maggiori entrate incassate, così come l'ulteriore contrazione del Pil: trattandosi del rapporto tra due aggregati, la relazione è evidentemente strettissima.

La conclusione è che si potrebbe anche superare il livello record del 45% del Pil, stimato in dicembre dalla Banca d'Italia. È del tutto evidente che con un debito al 120% del Pil i margini di manovra sono esigui. Nell'escludere il ricorso a una nuova correzione dei conti pubblici, per effetto del peggioramento del ciclo economico, il presidente del Consiglio, Mario Monti ha ricordato che le stime di dicembre, per quanto concerne la spesa per interessi, potrebbero essere riviste in meglio grazie alla discesa dello spread. E l'aspettativa è sull'effettivo conseguimento di un avanzo primario (al netto degli interessi) nei dintorni del 5% del Pil, vera garanzia della sostenibilità della finanza pubblica nel medio periodo.

La prossima e insidiosa scommessa del governo Monti sarà il taglio della spesa corrente. Spending review, certamente, per avviare una razionalizzazione strutturale di quella consistente fetta delle uscite pubbliche da comprimere. Ma anche, e forse soprattutto, lotta senza quartiere all'evasione e alla corruzione, se è vero, come ha sostenuto il presidente della Corte dei Conti,Luigi Giampaolino che la corruzione in Italia vale circa 60 miliardi di euro l'anno. L'evasione ha raggiunto la cifra record di 130 miliardi, e - parole ancora di Giampaolino - analisi accurate «condotte per la sola imposta sul valore aggiunto evidenziano per l'Italia un tax gap superiore al 36%, che risulta di gran lunga il più elevato tra i grandi paesi europei, con l'eccezione dellaSpagna, per la quale lo stesso rapporto supera il 39 per cento».

 

di Dino Pesole - da Il Sole24Ore

 

***VEDI:

http://www.evasori.it

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BUON COMPLEANNO M.N.ROTHBARD!

3 Marzo 2012 , Scritto da UPL Con tag #ECONOMIA

Esattamente 86 anni fa, nasceva a New York Murray Newton Rothbard, uno studioso straordinario e sicuramente fuori dai canoni, assolutamente controcorrente, capace di coniugare il pensiero individualista ottocentesco americano di Lysander Spooner e Benjamin Tucker e la teoria economica austriaca, dando vita a una nuova filosofia politica profondamente legata al concetto di libertà individuale.

Economista, storico, filosofo politico, giurista e campione del libertarismo, Murray Rothbard ha combattuto la sua battaglia culturale armato solo di una macchina da scrivere e una sconfinata passione per la libertà.

 

Qui di seguito, presentiamo una sua biografia, scritta da Piero Vernaglione sul sito "Rothbardiana"

http://www.rothbard.it/ 

 dove potete trovare molte delle sue innumerevoli opere tradotte in italiano.

 

Biografia di Murray N. Rothbard

Nasce a New York il 2 marzo 1926, da due genitori ebrei dell’Europa orientale, David Rothbard, polacco, e Raya Babushkin, russa.Frequenta la scuola elementare e media a Staten Island, prima in una scuola pubblica, poi in una privata, la Riverside School, e il liceo alla Birch-Wathen School, a Manhattan. Quando, adolescente, inizia a confrontarsi con le idee politiche e sociali, è attratto dall’ispirazione individualistica e liberale del padre, in un ambiente familiare invece orientato su posizioni collettiviste e comuniste. Nel 1942 entra alla Columbia University, dove nel 1945 si laurea in Statistica matematica e nel 1946 consegue il Master in Economia.

Durante gli anni universitari si avvicina alla Old Right americana, ostile al New Deal e all’interventismo in politica estera.Nel 1949 la lettura de L’azione umana di Ludwig von Mises spinge Rothbard ad aderire con entusiasmo alla Scuola Austriaca di Economia; partecipa quindi al seminario tenuto a New York da Mises, fino alla conclusione nel 1969.

Nel 1952 comincia a lavorare per il “Volker Fund”, recensendo e commentando libri e saggi di teoria politica, economia e storia scritti da autori coevi. La collaborazione si estenderà fino al 1962.Il 16 gennaio 1953 si sposa con JoAnn Schumacher. Nel 1956 consegue il Ph. D. (dottorato) in Economia alla Columbia University: la tesi, relatore Arthur Burns, ha per titolo The Panic of 1819  (verrà pubblicata nel 1962).

Negli anni Cinquanta sviluppa e perfeziona le sue idee libertarie attraverso la lettura degli anarchici individualisti dell’Ottocento e di autori ‘Old Right’ come H. L. Mencken, Albert J. Nock, Rose Wilder Lane, Garet Garrett, Isabel Paterson e Leonard Read. Tale collocazione culturale è confermata dalla collaborazione con le riviste “Analysis”, diretta da Frank Chodorov, e “Freeman”, diretta da Henry Hazlitt. Già all’inizio dei Cinquanta Rothbard, percependo la contraddizione tra libero mercato e monopolio della forza statale, approda, sebbene in maniera ancora non strutturata, a quello che successivamente definirà anarco-capitalismo. La successiva collaborazione con le riviste libertario-conservatrici “Faith and Freedom” e “National Review” è caratterizzata dagli attacchi alla virata bellicista della destra americana durante la Guerra Fredda.

La collaborazione con la “National Review” si concluderà nel 1961, quando il direttore William F. Buckley schiererà apertamente la rivista con le posizioni del conservatorismo guerrafondaio. A metà dei Cinquanta, con Leonard Liggio, Ralph Raico ed altri, costituisce il “Circolo Bastiat”. Alla fine degli anni Cinquanta conosce Ayn Rand, importante figura del libertarismo, e instaura con lei un sodalizio; che però negli anni Sessanta si interrompe, per motivi sia teorici sia caratteriali.All’inizio degli anni Sessanta Rothbard ha già messo a punto gran parte dell’impianto epistemologico dell’economia, divulgando e perfezionando in vari saggi la prasseologia misesiana e criticando l’applicazione del metodo positivista alle scienze sociali (Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics, del 1956, In Defense of ‘Extreme Apriorism’, del 1957, e The Mantle of Science, del 1960).Nella prima metà degli anni Sessanta collabora a nuove riviste, tra le quali “The Standard”, dove, isolato, tiene in vita gli ideali della Old Right.

Nel 1962 vengono pubblicati i primi due libri, The Panic of 1819 e Man, Economy, and State, il più completo trattato di economia Austriaca; e nel 1963 il terzo,America’s Great Depression.Fino al 1966 riesce a guadagnare attraverso collaborazioni con fondazioni private come il Volker Fund, la Earhart Foundation (per la realizzazione di America’s Great Depression) e la Foundation for Economic Education. Nel 1966 riesce a entrare nell’ambiente accademico: insegna Economia al Brooklyn Polytechnic Institute.Gli anni Sessanta vedono un deciso mutamento nel paradigma strategico di Rothbard: la Destra americana è ormai militarista e socialdemocratica, e la collocazione a destra, pur con tutti i distinguo politici e culturali, offusca e rende sterile la battaglia libertaria. L’enorme e inaspettato movimento di opposizione alla guerra in Vietnam convince Rothbard a guardare al movimento giovanile di contestazione, e a tentativi di alleanza con la New Left in funzione antistatalista, antimilitarista e anti-Big Business. La fondazione nel 1965 della rivista “Left and Right” e l’adesione, nel 1968, al Peace and Freedom Party certificano questo passaggio.Alla fine degli anni Sessanta però perviene alla conclusione che tale strategia è infruttuosa: l’”entrismo” in movimenti o organizzazioni ampie, come era stata la New Left (e in precedenza la destra) è inefficace e non più necessario, soprattutto per le incompatibilità politico-culturali.

E’ il momento di dare vita ad un movimento libertario autonomo. Nel 1969 fonda la rivista “The Libertarian Forum”, che verrà pubblicata fino al 1984. Sul modello della newsletter, in essa Rothbard affronta un’ampia varietà di argomenti, dall’attualità politica alla teoria al cinema, ambendo a farne lo strumento di aggregazione di un movimento libertario organizzato. Il 17 maggio 1969, a New York, in occasione del terzo meeting del Libertarian Forum, Rothbard e altri giovani libertari – Walter Block, Roy A. Childs Jr., Wilson A. Clark Jr., John Hagel III – costituiscono la Radical Libertarian Alliance.

Come esponente della RLA, Rothbard interviene alla convention nazionale dell’organizzazione giovanile repubblicana, Young Americans for Freedom, che si tiene ai primi di settembre del 1969 a St. Louis. Il suo intervento contro la guerra in Vietnam e contro la coscrizione provoca una spaccatura all’interno della YAF e la fuoriuscita della componente libertaria. L’obiettivo della creazione di un movimento libertario indipendente è centrato: si costituiscono organizzazioni come la Society for Individual Liberty e la California Libertarian Alliance, che, coalizzate con circoli locali e gruppi universitari, nel 1972 daranno vita al Libertarian Party. Un articolo del 1970, “The New Left, RIP”, sancisce la chiusura definitiva nei confronti della sinistra radicale, giudicata irrimediabilmente egalitarista e nichilista. Nello stesso anno esce Power and Market, che, approfondendo l’analisi economica dell’intervento coercitivo statale, può essere considerato l’integrazione e il completamento di Man, Economy, and State.Nel 1973 Rothbard si iscrive al Libertarian Party, ma la sua adesione solo a tratti si trasformerà in una partecipazione convinta: troppe riserve sull’accentuazione degli atteggiamenti controculturali e sulla qualità e l’esperienza dei gruppi dirigenti.

Per Rothbard l’obiettivo della propaganda dev’essere l’ampio ceto medio americano.

All’inizio degli anni Ottanta invece i dissensi riguarderanno la scelta di candidati dal profilo troppo compromissorio. Nello stesso anno pubblica For a New Liberty, l’opera che, nella maniera più articolata e organica, descrive il libertarismo anarcocapitalista nei suoi fondamenti filosofico-politici e nelle sue applicazioni ai vari settori della vita sociale.A metà degli anni Settanta, convintosi della necessità di puntare sull’irrobustimento del fronte culturale, grazie al contributo del miliardario Charles Koch dà vita al Cato Institute, un think tanklibertario. Da esso si generano le riviste “Libertarian Review” e “Inquiry”.  Nel 1977 fonda la rivista di maggior successo, “The Journal of Libertarian Studies”.Nel 1978 si trasferisce con la moglie a Palo Alto, in California, per lavorare al Cato Institute. Vi rimane due anni; nel 1980 torna a New York e riprende l’insegnamento al Polytechnic Institute.

A partire dal 1980 si evidenzia sempre più una spaccatura in due fazioni all’interno del Libertarian Party e più in generale del movimento libertario. La battaglia raggiunge il suo apice nel 1983, alla convention nazionale per il candidato alla presidenza. La componente guidata da Koch e Ed Crane sostiene la candidatura di Earl Ravenal, mentre Rothbard e Williamson Evers, giudicandolo troppo moderato, propongono David Bergland. Si va alla votazione e Bergland vince con due soli voti di margine. La componente Koch-Crane esce dal partito, e con essa vengono meno i cospicui finanziamenti di Koch e l’efficiente macchina organizzativa di Crane.Nel 1982 esce la sua più grande opera di filosofia politica, The Ethics of Liberty, in cui vengono articolati i fondamenti giusnaturalisti del libertarismo anarcocapitalista.Dopo l’abbandono del Cato Institute in seguito alle divergenze strategiche e politiche con Koch, accetta la vice-presidenza del Ludwig von Mises Institute, fondato da Llewellyn H. Rockwell Jr. L’istituto è protagonista di un’intensa attività culturale: seminari, corsi accademici e riviste, tra cui la “Review of Austrian Economics”.

In questo contesto Rothbard svolge lezioni, in sessioni estive, all’Università di Auburn, in Alabama.Nel 1985 ottiene la cattedra come S.J. Hall Distinguished Professor di Economia presso l’Università del Nevada, a Las Vegas.Verso la fine degli anni Ottanta torna ad enfatizzare le istanze Old Right. Sul piano politico è insoddisfatto dell’accentuazione degli elementi controculturali e minoritari all’interno del Libertarian Party. Ci si deve rivolgere anche all’”americano medio”, e alle presidenziali del 1988 viene candidato il repubblicano Ron Paul. La sinistra del partito lo avversa e si manifesta una nuova spaccatura nel LP.

Nel 1989 Rothbard lascia il partito: la motivazione principale non ha a che fare con la tradizionale contrapposizione interna fra componenti, ma con una valutazione di più ampio respiro che consegue alla caduta del muro di Berlino e al crollo dei regimi comunisti dell’est europeo. Per Rothbard la fine della guerra fredda ha implicazioni enormi nella politica interna americana: ora la Destra, o parte consistente di essa, può liberarsi dall’interventismo e dal bellicismo che l’avevano dominata a partire dagli anni Cinquanta. Le mutate condizioni consentono di recuperare e rilanciare gli ideali della Old Right.Nel 1990 fonda con Llewellyn H. Rockwell Jr. il ‘paleolibertario’ “Rothbard-Rockwell Report”.

Sul piano politico-culturale la strategia è quella che Rothbard definisce “populismo di destra”: appello diretto al common man in funzione anti-establishment e antistale. Sul piano politico tale rielaborazione si traduce nella proposta di un’alleanza con i paleoconservatori e nel sostegno a Pat Buchanan nella campagna presidenziale del 1992.

È degli ultimi anni della sua vita una monumentale storia del pensiero economico in due volumi, An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, che apparirà postuma.

Muore a New York il 7 gennaio 1995, per infarto del miocardio.

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PER UN 2012 DA BRIVIDI!

21 Dicembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

2012: L'INFERNO FISCALE.

DI LEONARDO FACCO

Da: www.movimentolibertario.it 

Per Capodanno c’è poco da brindare. Considerato lo stato dell’arte, non c’è da stare allegri in vista del 2012.

L’opera inquisitoria nei confronti dell’evasione fiscale (il falso mantra della crisi) è inarrestabile. Si susseguono notizie da far accapponare la pelle a chiunque si senta parte della categoria dei “productivos” (non certo ai parassiti che vivono di tasse altrui), notizie che impongono un serio ragionamento su quanto l’inferno fiscale italiano sia diventato l’ultimo rifugio dei mascalzoni di Stato, i cosiddetti patrioti.

Su “Lettera43.it” di ieri si leggeva: “Il 31 dicembre 2011 potrebbe essere per gli evasori forse l’ultima occasione per brindare. Dal primo gennaio 2012, infatti, niente più segreto bancario. Da quel giorno, i nostri dati, conservati nei sotterranei romani della Sogei, la società che si occupa dei servizi informatici dello Stato, impacchettati in duemila server, dovrebbero a un tratto diventare trasparenti. Pronto a leggerli c’è un super poliziotto. Senza divisa e distintivo, ma con circuiti digitali che lavorano ininterrottamente. La chiave per rimpinguare le Casse dello Stato è stata affidata al super computer Serpico”.

Diabolico acronimo, che eufemisticamente sta a significare “Servizi per i contribuenti”. Servizi non graditi. I cervelloni elettronici che comporranno il sistema elaboreranno oltre 22.000 informazioni al secondo, vi denuderanno, faranno a pezzi la vostra privatezza: “Il suo compito è quello di leggerle, memorizzarle, e incrociarle (le informazioni, nda). Per scovare le tracce di quei 120 miliardi di euro che ogni 365 giorni gli evasori sottraggono allo Stato. Allora sì che il mostro spread smetterebbe di tormentare i sonni dell’italiano medio”. In poche righe, compaiono menzogne una dietro l’altra ovviamente, che fanno il gioco perverso di chi punta ad aumentare l’odio nei confronti di chi è convinto che evitare di farsi derubare del frutto del proprio lavoro onesto sia legittimo.

Sono i conti correnti il vero pallino di “Serpico” – travestito da Monti – e dei suoi mandanti, che mensilmente spediranno i vostri estratti conto all’Agenzia delle Entrate, per legge.

Da “la Repubblica”: “Un italiano su quattro dichiara zero attività finanziarie. Zero titoli di Stato. Zero obbligazioni. Zero libretti di risparmio. Ma anche zero depositi bancari. Uno zero tondo. Possibile? Possibile che quasi 15 milioni di persone, oltre cinque milioni di famiglie, non abbiano neanche un conto corrente? Secondo la Banca d’Italia, no. Non è possibile. Visto che il 90 per cento delle famiglie italiane ne possiede almeno uno. E vi custodisce quasi 500 miliardi di euro”. Ergo, giù coi controlli occhiuti e ingiustificati, fondati solo sulla presunzione di colpevolezza. Tanto, grazie a quel bandito di Tremonti e alla sua “fu-maggioranza”, oggi è stato introdotto il principio del “solve et repete”, il che significa che se per il satrapo sei un evasore, devi dimostrare tu che le cose stanno diversamente. In barba alla civiltà del diritto.

Dal primo gennaio prossimo, inoltre, continueranno ad esistere gli infami “studi di settore”, a cui si aggiungerà il “redditometro”, ennesimo strumento di tortura fiscale. Le tasse aumenteranno (son circa duemila) e la burocrazia inefficiente e costosa (una tassa occulta) peserà sempre come un macigno sulla vita di chi fa impresa e del cittadino. Non bastasse, il 31 dicembre, potrete festeggiare alla reintroduzione dell’IMU e a qualche nuovo balzello clandestino, che scoprirete solo il giorno in cui vi appresterete a pagarlo.

Il professor Giulio Sapelli, non certo un libertario, ha sentenziato: “Siamo in uno Stato di polizia fiscale”. Qualche giorno fa, lo ha capito financo il “liberale” Piero Ostellino.

la “cloaca maxima” è servita. Non credo ci sia alternativa alla fuga o alla rivolta fiscale, che se si farà sarà opera della società civile, non certo dei partiti dell’arco costituzionale, che campano e – quelli si – fanno i bagordi a spese nostre. Delinquenti!

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TAGLIARE LE CORDE.

14 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

 



Scritto da: Davide Giacalone   
mercoledì 14 settembre 2011
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Inseguire gli spread con le manovre è come star dietro allo strozzino con le cambiali. Un modo sicuro per rovinarsi, senza mai potere ripagare un debito che lievita. Più la situazione si fa difficile più crescono gli appelli al rigore e l’invocazione di un governo forte, tecnico, capace di cacciare in gola agli italiani la necessaria medicina. Ma quando guardi in faccia gli astanti t’accorgi che sono gli stessi che menarono scandalo perché si toccavano i contributi figurativi, che convocarono un referendum contro le privatizzazioni o non mossero un dito per evitarne l’esito populista e incosciente, che ancora oggi strillano i titoli sull’incidente nucleare francese (dove è tutto sotto controllo) e cacciano nelle pagine interne una notiziola da nulla: 140 arsi vivi ai bordi di un oleodotto, in quel di Nairobi.  Gli alfieri della serietà sono quelli che hanno sorriso all’ennesimo referendum contro il nucleare e poi frignano se sei persone vanno al creatore con i fuochi d’artificio. Macabro quadro di un Paese che s’è declassato a mercato nero.

Più ci penso più mi sento in un garage, legato come un salame, appeso per aria, circondato da deficienti borchiati. E non godo. Per niente. Una corda ce la portiamo dietro da tempo, quella del troppo alto debito pubblico. Divenuto insopportabile non perché non onorabile, giacché non abbiamo mai mancato di pagare e di rispettare gli impegni, avendo, oltre tutto, una ricchezza e un patrimonio del tutto compatibili con il debito, ma perché, da molti anni, alimenta una spesa pubblica improduttiva. Durante gli anni dei bassi tassi d’interesse non abbiamo allentato la corda, ma ci siamo messi a ballare dentro i legacci. La colpa è dei governi succedutisi, quello in carica compreso. La seconda corda l’abbiamo intrecciata considerando “diritto acquisito” tutto quello che rallentava o bloccava la produttività. Ci sono schiere di pensionati giovani che oggi tirano e strozzano, eserciti d’impiegati senza impiego utile, legioni di assistiti che meriterebbero ben altro trattamento: lazzaro(ne), alzati e va a lavorare. Poi abbiamo serrato i nodi che lacerano le carni di chi produce ricchezza, in modo da tenere fermi i capitalismi municipalizzati e statalizzati, che generano diseconomie e alte tariffe. Per sovrappiù abbiamo lasciato che fiorisse una classe politica d’inetti, le cui stringhe non sono in grado di asfissiarci, ma sono più che sufficienti per far credere che problemi seri si possano risolvere generando vendetta sociale anziché cambi strutturali. A compimento è arrivato il maestro di nodi, il genio dello shibari (abbiamo imparato anche questo), vale a dire un’Europa di miopi che pretende di praticare il salasso a chi sta crepando per mancanza d’ossigeno. Cribbio, si metta mano al coltello, all’ascia, alla sega elettrica, ma togliamoci di dosso questa roba.

Si può. Tutta intera una classe dirigente ha fallito. Non è detto che una nuova generazione sia, da subito, in grado di rimediare, ma è necessario che sia messa, in fretta, nelle condizioni di provarci. Quello che si deve fare lo sappiamo, lo sanno tutti quelli che ragionano: non si tratta di prendere misure parziali e provvisorie, ma di adeguare la governance collettiva al mondo in cui viviamo, in moda da coglierne le opportunità senza limitarci a soffrirne i dolori. L’aumento, secco e rilevante, dell’età pensionabile e la centralizzazione e il controllo della spesa sanitaria non sono misure punitive, ma di liberazione. La cessione delle proprietà pubbliche improduttive non è un cedimento, ma un alleggerimento. La soppressione del capitalismo politicizzato e spartitorio non è una regressione agli spiriti animali del capitalismo di mercato, ma un balzo in avanti che cancelli bestie mantenute a sbafo.

La riforma costituzionale che dia poteri al governo, forte del consenso elettorale e non degli affaristi salottardi, non è un passo verso l’autoritarismo, ma un calcio al disfacimento. Si può. Si deve. Ma fuori dalle scatole i profittatori egoisti che tirano le corde da tutte le parti, al solo scopo di conservare sé stessi. Non hanno comunque futuro, si tratta d’evitare che abbiano abbastanza presente da farci esalare l’ultimo respiro fiscale.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero

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TEA PARTY E DEBITO PUBBLICO. COME USCIRNE?

14 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

DI: VITO FOSCHI

 

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Il Tea Party Italia non può nascondere la delusione per una manovra illiberale e che non aggredisce il vero problema dello stato italiano ovvero l’eccesso di spesa, per lo più inutile. Il pareggio si raggiungerà, se gli effetti regressivi della manovra non saranno eccessivi, solo tramite l’aumento delle entrate fiscali. 

Il Tea Party Italia vuole dare il suo contributo alla discussione sul debito pubblico italiano, vera mina vagante. Al di là della speculazione, degli interessi contrapposti dei vari paesi europei, della mai sopita polemica fra un nord virtuoso e un sud sprecone, dei sospetti fra i governi, tra cui anche l’idea non tanto peregrina di un euro nord, sostanzialmente germanocentrico e un euro mediterraneo per i paesi “poveri”, il problema grosso dell’Italia è il suo debito pubblico che come un macigno lega e rallenta. La speculazione non inventa nulla, ma mette in luce prima di altri dei fatti, nel nostro caso l’eccesso di debito pubblico.

Nell’ultimo mese la criticità principale è stata lo spread fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi, un indice relativo della fiducia nelle capacità di ripagare i debiti dello Stato Italiano rispetto a quello tedesco. Ad un aumento della sfiducia corrisponde un aumento del tasso di interesse che lo stato italiano deve promettere per ottenere nuovi fondi con ovvie conseguenze sul bilancio.

Una prima idea che suggeriamo è l’emissione di titoli di stato garantiti o convertibili in beni pubblici. Un provvedimento immediato che non ha i tempi di una privatizzazione. Considerato che alcune aziende tipo Eni, Enel e Finmeccanica difficilmente verranno privatizzate da un qualsiasi governo, potrebbero essere utilizzate per offrire una garanzia all’emissione di nuovi titoli di stato che chiaramente offrirebbero un tasso d’interesse inferiore. In questo modo si abbasserebbe il rischio su un stock di debito di nuova emissione con conseguente risparmio in conto interessi. Precisiamo che le azioni di proprietà dello Stato sono suddivise fra Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti con la logica conseguenza che la quota prontamente utilizzabile si riduce a quella posseduta direttamente dal Tesoro. Altra cosa, che ci è più cara, è l’emissione di titoli convertibili e si immaginano aziende come Poste, RAI e Ferrovie con in particolare l’AltaVelocità che in questo modo potrebbero essere facilmente messe sul mercato senza i tempi lunghi di una privatizzazione. La quota che andrebbe in conversione non sarebbe integrale, perché per cedere la maggioranza, è meglio organizzare un’asta per l’ulteriore guadagno del premio di maggioranza.

Fra le varie idee circolate in questa calda estate c’è stata quella di anticipare qualche scadenza della riforma pensionistica. Di questa idea è rimasta solo qualche scampolo nella finanziaria. Anticipare le scadenze della riforma pensionistica, portandola a regime immediatamente, avrebbe portato a un sicuro risparmio per le casse dello Stato, ripetuto nel tempo e non una sola volta come il famigerato contributo di solidarietà o il condono e avrebbe contribuito a rassicurare i mercati; che “curiosamente” sono tornati nervosi. Proposta, peraltro, di facile attuazione e che non sarebbe andata a colpire i cittadini con nuove tasse e balzelli.

Al di là dei risparmi economici e della riduzione del debito pubblico, sarebbe stata anche, se il lettore vorrà perdonarci il linguaggio un po’ sindacale, anche una misura di equità. Infatti, chi oggi è relativamente giovane, andrà in pensione nelle migliori delle ipotesi a 65 anni con una pensione molto bassa, chi invece è avanti negli anni, può ancora andare in pensione prima dei 65 e con una pensione relativamente alta. Un’accelerazione della riforma ridurrebbe questa discriminazione basata sull’anno di nascita. Attualmente i conti dell’INPS appaiono in positivo grazie all’apporto dei precari, che versano dei contributi senza aver diritto a quasi nessuna prestazione: i soldi della cosiddetta gestione separata, ovvero dei precari, vanno a coprire i buchi delle altre gestioni.

Volendo fare i conti della serva, il sistema pensionistico trasferisce ricchezza dai precari a chi ha un posto fisso. Se vi sembra giusto questo.

Ci permettiamo un’idea provocatoria, la “nazionalizzazione” delle fondazioni bancarie come proposto in un vecchio articolo de “Il sole 24 Ore”. In questo modo, il Tesoro, incasserebbe un patrimonio che allo scorso dicembre era prossimo a 60 miliardi di euro e cosa più importante si cancellerebbe il mostro giuridico-economico e soprattutto clientelare delle fondazioni.

Il centrodestra avrebbe anche la convenienza politica a farlo, perché metterebbe fuori gioco un mondo a lui tendenzialmente ostile. Solo per l’eliminazione della clientela degli enti locali meriterebbe di essere fatta. In realtà questa sarebbe una prima fase che poi proseguirebbe con una vera privatizzazione, in modo tale che finalmente il sistema bancario finisca in mani private.

Il patrimonio delle fondazioni è patrimonio pubblico e se ad utilizzarlo sono gli enti locali o il Tesoro poco cambia, anzi eliminando uno strato si elimina un po’ di clientela, che male non fa’.

Il provvedimento sulle fondazioni probabilmente richiederà più tempo rispetto alle altre proposte, ma questo è il momento giusto per farlo, perché in una situazione normale per i troppi veti non potrebbe mai essere attuato.

Si parla tanto di patrimoniale, ma perché non farla sul patrimonio pubblico? Se guardiamo al bilancio di una città come Torino scopriamo ben 630 milioni di euro di immobili disponibili ovvero non impiegati in compiti istituzionali che fruttano fitti attivi per circa 7 milioni di euro, pari a poco più dell’1% di rendimento. Potete immaginare il tipo di gestione “amichevole” che porta a quel miserevole rendimento. Quando gli enti locali si lamentano per i tagli farebbero bene prima a guardare i propri bilanci.

Un’ultima provocazione, tagliare gli incentivi alle energie rinnovabili, che sono una grande truffa, e con i soldi risparmiati aumentare le detrazioni per le famiglie numerose. Sarebbe meglio un taglio alle tasse con eliminazione di detrazioni, incentivi, sussidi e quant’altro, così da semplificare il tutto, ma nell’immediato ci si accontenterebbe della detrazioni per le famiglie numerose.

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COME ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO IN TRE MOSSE.

25 Luglio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

DA: IBL

 

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Debito pubblico italiano:
nomi, numeri e date da sapere (prima parte).wmv

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Debito pubblico italiano:
nomi, numeri e date da sapere (seconda parte).wmv


Privatizzazioni, Pubblica Amministrazione, Pensioni

Se gli occhi dei mercati e della comunità internazionale sono puntati sull’Italia è soprattutto per il debito pubblico mostruoso che la caratterizza. Eredità degli anni ’70 e ’80, è la zavorra più ingombrante che pesa sulla crescita del Paese. Ma forse solo ora, con i rigidi paletti imposti dall’Ue, anche l’opinione pubblica sta prendendo coscienza del problema. In gennaio il “mostro” è cresciuto inesorabilmente, toccando il nuovo livello record di 1.879,9 miliardi (dati Bankitalia). Una fuga in avanti che fino ad ora è sembrata inarrestabile. Come arginarla? …
 
La ricetta in tre mosse degli economisti dell’Istituto Bruno Leoni è all’insegna della concretezza e passa per le privatizzazioni, la Pubblica amministrazione e le pensioni. La prima cosa da fare per abbattere il debito è recuperare risorse privatizzando quello che resta dell’imprenditoria pubblica e il patrimonio immobiliare dello Stato, le cui dimensioni sono immani e la cui valorizzazione è carente. C’è poi, per l’Ibl, il capitolo “outsourcing della PA: ritorno al core business”: «La logica dei tagli lineari non è utile, nel lungo periodo, a raddrizzare le gambe della nostra finanza pubblica – spiega il direttore generale Alberto Mingardi – vi sono alcuni settori che determineranno un aumento della spesa pubblica nel lungo periodo: per esempio alla sanità. La pubblica amministrazione deve “tornare al core business” (giustizia, legalità, difesa) – mentre debbono essere sperimentate strategie nuove per l’erogazione di molti servizi». Infine, alzare con decisione l’età pensionabile e promuovere un pilastro privato.
Per l’economista Francesco Forte, già ministro delle Finanze, la soluzione consiste nel pareggio del bilancio, «che determina una stazionarietà del volume del debito pubblico e quindi una, riduzione del “mostro” sul Prodotto interno lordo, proporzionale alla crescita monetaria del Pil». Il ragionamento: «Se essa è dell’ 1% reale e del 2 di aumento dei prezzi, in dieci anni si riduce di oltre il 30% considerando gli interessi composti. E in meno di venti anni si è raggiunto l’obiettivo stabilito dalla Comunità, europea». Al pareggio di bilancio è possibile arrivare entro il 2016, che è l’inizio del percorso chiesto dall’Ue. Come fare ad arrivarci? «Basta impegnarsi per avere una spesa che cresce meno del Pil».
«Il problema del debito pubblico non si può risolvere in tempi brevi». Così il capo economista della Cassa Depositi e Prestiti e professore alla Luiss, Edoardo Reviglio, che intravede in un inix di interventi la strada giusta da seguire. Primo: «Rigoroso rispetto del Patto di Stabilità (politicamente difficile nia comune a tutta l’Europa)». Secondo: «Stimolo alla crescita attraverso attrazione di capitali nel lungo periodo per opere in finanza di progetto e grandi progetti tecnologici europei (anche attraverso la creazione di nuovo debito sovrano europeo)». Terzo: «Avviare una forte politica di sostegno all’esportazione non solo di prodotti ma, anche di imprese che lavorano all’estero (per contribuire a soddisfare la straordinaria domanda di capitale fisso che verrà dai paesi emergenti nei prossimi decenni)». Un possibile contributo aggiuntivo, sempre secondo Reviglio, potrebbe arrivare da una dose moderata di inflazione «con l’augurio che sia contenuta e controllata». Unico caveat: «Nella riallocazione della spesa pubblica evitare tagli non mirati a istruzione, scienza e cultura, settori cruciali per il futuro del nostro Paese».
Anche l’associazione di orientamento liberale vicina al presidente della Camera e guidata da Benedetto Della Vedova, Libertiamo, ha una strada da indicare. «Molti evocano la necessità di una stagione di privatizzazioni: effettivamente sono ampi i margini per l’uscita degli enti locali dalle molte società di servizi pubblici – spiega il vicepresidente Piercamillo Falasca – ma è soprattutto cruciale aggredire la spesa corrente, che è andata aumentando surrettiziamente negli ultimi dieci anni, assorbendo completamente i risparmi d’interesse consentiti dall’ingresso nell’euro: la proposta e allora quella di imporre alle PA di riportare i consunsi interni al livello del 2002». Per terza misura, Falasca indica «un provvedimento indiretto»: «Liberalizziamo il mercato del lavoro, investendo così sull’ampliamento della forza lavoro e il maggior gettito che ne deriverebbe».
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