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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

italia

ECCO PERCHE' E' STUPIDO ODIARE I RICCHI

8 Novembre 2012 , Scritto da Pagine Liberali Con tag #ITALIA

***PAGINE LIBERALI***

 

Da: "il Giornale".

 

L'inedito del grande economista liberale. Il risentimento verso imprenditori e capitalisti danneggia tutti e spalanca le porte agli abusi di potere.

Pubblichiamo uno stralcio de "In nome dello Stato" (Rubbettino, pagg. 212, euro 12, 90; prefazione di Lorenzo Infantino; traduzione di Enzo Grillo) del grande economista liberale Ludwig Von Mises (1881-1973).

Il testo, inedito in Italia, dal punto di vista cronologico precede e segue di poco lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Mises interpreta la ascesa di Hitler nel quadro dell'avversione nei confronti della libertà individuale e del mercato, tipica di tutti i membri della famiglia del totalitarismo. L'analisi storica quindi lascia il passo alla analisi della mentalità anticapitalistica. Ed è da questa parte del libro che preleviamo il capitolo offerto ai nostri lettori.

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La riforma non deve co­minciare dallo Stato, dal governo e dalla vita pubblica. Ciascuno de­ve cominciare da se stesso e deve essere il primo a liberarsi dal gio­go del dogmatismo, che gli impe­disce di usare liberamente le sue capacità mentali. Ogni singolo in­dividuo deve sforzarsi di affran­car­si dalle frasi fatte e dalle formu­le che oggi considera verità intoc­cabili. Ogni singolo individuo de­ve riconquistare­con un duro lavo­ro il diritto di poter dubitare di tut­to, e di non riconoscere nessuna autorità che non sia quella del pensiero logico. Per conquistare questa libertà, occorre superare le inibizioni emotive che di solito offuscano il pensiero. Bisogna ac­ca­ntonare il risentimento e la pre­sunzione.

Il mercato dell’ordine sociale capitalistico è democrazia dei consumatori. Gli acquirenti sono sovrani, e la loro domanda – o la mancata domanda – orienta i mezzi di produzione nelle mani di coloro che sanno impiegarli in maniera da soddisfare i desideri e le aspettative dei consumatori nel miglior modo possibile e al mi­nor prezzo possibile. Che uno di­venti più ricco e l’altro più povero è un risultato del comportamento dei consumatori. Non è il crudele consumatore a rovinare l’impren­ditore poco capace, ma l’acqui­rente che compra dove viene ser­vito meglio e a minor prezzo. Solo il consumatore domina nell’eco­nomia capitalistica. Gli imprendi­tori e i capitalisti sono i suoi servi­tori, la cui unica preoccupazione è quella di individuare i desideri del consumatore e cercare di sod­disfarli con i mezzi disponibili. Im­prenditori e capitalisti nascono da un ripetuto, quotidiano proce­dimento di scelta; essi possono perdere in ogni momento la loro ricchezza e la loro posizione pre­minente, se i consumatori smetto­no di essere loro clienti. È assurdo che il consumatore abbia invidia per la ricchezza delle persone che egli ha fatto ricche, perché ha pre­teso i loro servizi. Il consumatore danneggia se stesso quando chie­de provvedimenti contro il «big business». Chi invidia la ricchez­za del proprietario dei grandi ma­gazzini, compri pure dove ottiene una merce più scadente pagando­la di più.

Tutti oggi vogliono godere di più, consumare di più, sprecare magari di più e vivere meglio, ma poi invidiano il successo di colo­ro che hanno fatto del loro meglio per soddisfare questi loro deside­ri. Offende l’amor proprio e l’or­goglio del filisteo il fatto di dover ammettere – sia pure controvo­glia – che altri sono stati più bravi a procurare tutti quei beni mate­riali che fanno ricca la vita esterio­re. Lo umilia il fatto di essere riu­scito a occupare nella competizio­ne del mercato solo una posizio­ne modesta. E allora, per rimuove­re questo malumore, esco­gita una particolare giu­stificazione. Egli non è più incapace dell’im­prenditore di successo, che si è arricchito; è so­lo una persona per be­ne, ed è più onesto di quei signori di gran successo, ma privi di scrupoli che hanno usato pratiche delin­quenziali che egli, per rimanere one­sto, ha sempre di­sprezzato. Insom­ma – pensa il no­stro fariseo – io so­no bravo e capace quanto quelli che sono diventati ricchi; ma grazie a Dio sono moral­mente migliore di loro, che sono il peggio, e sarebbe doveroso da parte dell’autorità punirli per le loro malefatte, se­questrando la loro ric­chezza, illecitamente acquisita.

Se il governo pro­cede contro i ric­chi borghesi, può essere sicuro dell’applauso della massa. Que­sta­è una cosa che tanto i demago­ghi e i tiranni dell’antichità, quan­to i satrapi, i califfi e i cadì d’Orien­te e i dittatori di oggi hanno sem­pre saputo. Quando un governo non sa far diventare ricche le mas­se, allora è il caso di far diventare poveri i ricchi. Tutte le volte che il filosovietico occidentale si è visto costretto ad ammettere che nella Russia dominata da Lenin e da Stalin le masse vivevano in mise­ria, ha sempre giocato la sua ulti­ma carta: sì, è vero, questi russi moriranno anche di fame e di stenti, ma sono più felici dei lavo­ratori occidentali, perché si sono presi la soddisfazione di vedere che gli ex «borghesi» russi se la passano peggio di loro. I francesi hanno preferito perdere una guer­ra anziché permettere agli im­prenditori dell’industria bellica di fare profitti.
L’essenza del risentimento sta appunto in questo: essere prigio­nieri dei sentimenti di invi­dia, di vendetta e di gioia perversa per il male altrui, quantunque se ne riceva un danno per se stessi. Non meno funesti degli effetti del risenti­mento sono gli effetti della pre­sunzione, che impedisce agli indi­vidui di ammettere il diritto altrui di interloquire. Come il risenti­mento, anche l’intolleranza che vuole imporre solo la propria vo­lontà, e perciò invoca il dittatore affinché realizzi ciò che la propria volontà pretende, non è un segno di forza ma di debolezza e impotenza.

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QUEI liberali SENZA FUTURO.

7 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

DA: NOTA POLITICA.

www.notapolitica.it

 

Quei liberali senza futuro

di Giampaolo Rossi

Fu Ronald Reagan a disegnare l'immagine più rappresentativa del movimento conservatore americano; un'immagine che ancora oggi viene ripresa in ogni dibattito sul destino del Gop, il Grand Old Party, com'è chiamato il Partito Repubblicano, che sarà pure un "Grande Vecchio", ma, a differenza dei partiti conservatori europei, ha la vitalità di un ragazzino.

Fu Reagan a dire che il Partito Repubblicano doveva essere uno "sgabello a tre gambe", in cui ogni gamba era un elemento portante, inscindibile, senza il quale lo sgabello sarebbe caduto a terra sotto il proprio peso. Le tre gambe simboleggiavano le tre anime fondanti della destra americana: quella nazionalista, incentrata su una forte difesa degli interessi nazionali e sulla sicurezza, quella economica, basata sulle posizioni liberali della scuola di Chicago, e quella religiosa, che puntava alla difesa del sistema di valori sociali e culturali americani.

Anche il centro-destra inventato da Berlusconi è nato come uno sgabello a tre gambe, dove l'intuizione fusionista del Cavaliere è stata paragonabile a quella di Ronald "The Gipper": una destra liberale in campo economico (la componente fondativa di Forza Italia), una destra identitaria e nazionalista in campo politico (raccolta attorno al processo evolutivo dell'ex Msi) e una destra religiosa nella difesa dei valori cattolici, dalla vita alla famiglia naturale (concentrata nelle componenti di destra della vecchia Dc e in quella ciellina).

Negli anni, lo sgabello conservatore americano ha sempre mantenuto un sostanziale equilibrio, pur con le dovute differenze dettate dai periodi storici e dalle diverse sensibilità delle leadership: Reagan privilegiò la destra libertaria economica, mentre Bush quella più nazionalista e religiosa, caratterizzata dal ruolo dei neo-con in politica estera e delle componenti evangeliche nelle scelte di politica sociale e etica. Al contrario in Italia, al di là dei nobili intenti, lo sgabello italiano è sempre stato zoppo; delle tre gambe, il falegname ne ha fatta una più corta: quella liberale.

E questo difetto, generato dalla differenza tra il progetto iniziale e l'esecuzione pratica, ha impedito a Berlusconi non solo di rispettare i programmi e le promesse, ma anche di garantire uno sviluppo di visione complessiva per il Paese. I liberali, dentro il Pdl, sono sempre stati ospiti scomodi, nonostante la retorica sulla "rivoluzone liberale" che ha attraversato il ventennio berlusconiano. Lo dimostrano il fallimento delle politiche economiche e l'arretramento di ogni riflessione attorno al tema del rapporto Stato-individuo. Anche il recente "Manifesto per il bene comune della nazione", sottoscritto da alcuni dei massimi esponenti del centro-destra con lo scopo di "declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale", taglia completamente fuori l'anima liberale del Pdl.

I sottoscrittori rappresentano l'area cattolica (Quagliariello, Gelmini, Formigoni), l'area riformista (ex socialisti come Sacconi) e la destra ex An (Alemannno, Gasparri); neppure un esponente dell'area liberale. E infatti si vede. Il manifesto sottolinea la necessità di rafforzare le battaglie più "confessionali" (difesa della persona, della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia naturale) e quelle più identitarie (cittadinanza e critica al multiculturalismo), e sostanzialmente nulla su una moderna visione liberale dell'economia e nulla sul tema dell'invadenza dello Stato sulla vita dei cittadini attraverso l'oppressione fiscale, l'ingerenza nel sistema produttivo e il controllo sociale. I liberali nel Pdl sembrano esiliati in Patria, una patria di cui sono stati fondatori più di altri. Non è un caso se sono loro quelli che vivono con maggiore sofferenza il rapporto con il governo dei tecnici espressione dell'economia finanziaria e lo svuotamento di sovranità nazionale indotta dal ricatto della tecnocrazia.

Viene da chiedersi se la piccola ma agguerrita pattuglia liberale, dentro il Pdl, abbia ancora posto o se, al contrario, non le convenga cercare altrove nuove sintesi; magari proprio con quegli ambienti di destra identitaria più attenta ai valori della difesa della libertà individuale e della sovranità della politica contro il dominio delle tecnocrazie e la deriva totalitaria del progetto europeo. Del resto, se gli strateghi del nuovo centrodestra pensano di potersi tenere tutto per sé, uno sgabello con due sole gambe, si accomodino pure. Presto si ritroveranno seduti su un puff.

Il blog dell'Anarca 

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IL "TRILEMMA".

7 Novembre 2012 , Scritto da UPL Con tag #ITALIA

Dal BLOG di Antonio MARTINO

 

La situazione presente, mi sembra, ci offre un quadro abbastanza chiaro delle possibilità che ci stanno di fronte. Semplificando, forse eccessivamente, credo che possiamo avere solo due delle seguenti tre cose: il welfare tradizionale, l’euro e lo sviluppo economico. Vediamo.  Il primo caso è già sotto i nostri occhi: abbiamo l’euro e abbiamo il welfare tradizionale, i cui costi astronomici hanno fatto raggiungere alla spesa pubblica qualcosa come il 52% del prodotto interno lordo. Ma non abbiamo la crescita: il pil è in diminuzione, la disoccupazione ha superato il 10% (per la prima volta da molti anni), la disoccupazione giovanile (dato da prendere con le molle, come ora dirò) supera il 36%, c’è una moria generalizzate di piccole e medie imprese, artigiani e commercianti sono in gravi difficoltà e i consumi, anche di beni in genere restii a subire cali, sono in forte diminuzione (carburanti -20%, sigarette -10%).   Prima di passare alle altre possibilità, voglio chiarire perché la disoccupazione giovanile non mi commuove. La disoccupazione storicamente è stata sinonimo d’indigenza: nel 1929 essere disoccupati significava non avere alcun reddito, fare la fame. La disoccupazione giovanile attuale nulla ha a che vedere con l’indigenza, è anzi un indice di ricchezza. I nostri disoccupati in giovane età, infatti, non fanno la fame, non dormono sotto i ponti, non girano scalzi, ignudi e affamati; nella maggior parte dei casi vivono con i genitori, sono nutriti, alloggiati, ben vestiti e riccamente intrattenuti (Pc, Tv, telefono cellulare e simili amenità). Né sono senza lavoro perché non riescano a trovarlo, ma perché quello disponibile non è di loro gradimento: non si sognano nemmeno di raccogliere pomodori o ulive, non lavorerebbero mai come sguatteri nelle cucine di ristoranti o ospedali, non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di lavorare prima per e poi con un artigiano. No, quelli sono tutti lavori molto di sotto ai loro meriti, offensivi per chi ha conseguito un diploma (a valore legale) in sociologia della menopausa o in psicopatologia della comunicazione. Allora, in conclusione: moltissimi disoccupati giovanili non sono per nulla disoccupati, sono inoccupabili parassiti della società, voglio un “posto” a vita in un ufficio pubblico, con connessa tredicesima e ferie pagate. Sarò un sadico, ma non mi commuovo per niente.  La seconda possibilità è di avere l’euro e la crescita economica, riformando il welfare in modo da ridurre la spesa pubblica a un livello inferiore al 40% del prodotto interno lordo. La sanità è il primo dei settori del nostro assistenzialismo che deve essere riformato per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti. Il suo costo astronomico è costituito da quanto è contabilizzato come “spesa sanitaria” più quanto i privati spendono per ottenere ciò che il servizio sanitario non fornisce per nulla o non adeguatamente o tempestivamente. A queste somme va aggiunto l’ottanta per cento del costo delle regioni: governo e parlamento regionali, burocrazia regionale, consulenti regionali, aziende regionali in perdita e così via. L’ottanta per cento del bilancio delle regioni, infatti, è spesa sanitaria; le regioni esistono per i quattro quinti per la gestione di spesa sanitaria: i quattro quinti del loro costo, quindi, costituiscono spesa sanitaria. Chiamarla altrimenti non ne cambia la natura. A occhio e croce, quindi, direi che la sanità pubblica grava il bilancio dello Stato di non meno di 200 miliardi l’anno. Se anche solo la metà potesse essere risparmiata, grazie a una radicale riforma, i problemi del bilancio sarebbero risolti. Se a questo si aggiunge che il sistema trasferisce reddito dai meno abbienti ai ricchi e che gli episodi di malasanita' sono all'ordine del giorno, non possiamo non concludere che questo mostro non merita di essere difeso.  La terza possibilita', avere il welfare e lo sviluppo, ma non l'euro non e' cosi' semplice come sembra, perche' sia saliti su una barca senza avere un salvagente, ovvero ci siamo chiusi in una prigione e abbiamo gettato via la chiave. Non hanno pensato, i creatori dell'euro, al caso che l'euro non funzionasse. Non esiste un piano alternativo. Forse, bisogna tornare a Maastricht, rimediare alle sue insufficienze e garantire un funzionamento corretto alla unione monetaria.
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L'IMPERATIVO IMMEDIATO.

7 Novembre 2012 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Dal Blog di Antonio MARTINO.

 

Gli episodi poco edificanti degli ultimi tempi dovrebbero costringere tutti quelli che hanno a cuore il futuro dell’Italia a una riflessione ineludibile: il sistema di governo locale è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c’è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili. Ciò che i contribuenti versano all’erario è stato trattato come res nullius e utilizzato per arricchimenti personali e futili spese. E’ il momento di cambiare, ogni giorno di ritardo ci costa letteralmente milioni di euro.
Secondo i dati riferiti nella Relazione della Banca d’Italia il 31 maggio scorso, nel 2011 le spese totali delle Amministrazioni Pubbliche sono state pari a quasi 800 mila milioni di euro (798.565): ben oltre due miliardi di euro (€2.187.849.315) ogni santo giorno dell’anno, quasi 100 milioni (€91.160.388) ogni ora, un milione e mezzo (€1.519.339) ogni minuto! Le amministrazioni locali hanno comportato una spesa di quasi 250 miliardi (242.905 milioni), la bellezza di oltre quattro mila euro (€4.167) per ogni italiano: si tratta di un’enormità che dovrebbe essere ridotta. Come?
A me sembra, e credo di averlo ripetuto ad nauseam su queste colonne, che gli enti di governo locale siano troppi sia come numero complessivo sia come livelli. Non sono certo che sia davvero necessario avere i consigli di quartiere, i municipi, i comuni, le aree metropolitane, le province, le regioni, le comunità montane, i parchi nazionali, per non parlare dello Stato e dell’Unione Europea. Potremmo benissimo averne molti di meno: se vogliamo le aree metropolitane, le province e le regioni sono palesemente inutili. Non credo ci sia nessuno disposto a sostenere che non possiamo andare avanti con meno di ottomila comuni per una popolazione totale di sessanta milioni. L’esistenza di un comune dovrebbe essere giustificata dalla sua autosufficienza, dalla capacità cioè di amministrare una popolazione che possa sopportare il costo dell’amministrazione comunale. Non si vede perché, infatti, a sopportarlo dovrebbero essere i residenti di altri comuni. A occhio e croce, direi che duemila comuni sarebbero più che sufficienti: la popolazione comunale media passerebbe da 7.500 a 30.000 e il finanziamento autonomo diverrebbe la regola, non l’eccezione.
Il bubbone maggiore, tuttavia, quello che è più urgente eliminare, sono le regioni: nessuna persona onesta può sostenere che l’esperimento regionale sia stato un successo. Lo dico a prescindere dagli episodi di malaffare. Le regioni, infatti, non possono essere considerate enti locali; la Lombardia ha quasi dieci milioni di abitanti, la Sicilia cinque, non sono dimensioni da ente locale ma da Stato autonomo. Sono troppo grandi perché il controllo dei cittadini sul loro operato possa essere efficace; d’altro canto ci sono anche regioni troppo piccole, come il Molise. Soprattutto, a cosa servono?
L’ottanta per cento del loro bilancio è costituito da spesa sanitaria: è sensato avere un Presidente (o governatore), un governo e un parlamento, oltre a una vasta burocrazia regionale, per amministrare le spese della sanità? A me non sembra.
Non basta: la famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, fatta in fretta e furia a ridosso delle elezioni del 2001 dalle sinistre col deliberato scopo di sottrarre consensi alla Lega, ha accresciuto a dismisura la discrezionalità delle regioni in materia di spese, dato vita a una terza Camera (la Conferenza Stato - Regioni) e conferito alle stesse il potere di avere relazioni internazionali, giustificando così la nascita di una diplomazia regionale, con connessa rete di ambasciate regionali! Siamo alla follia.
Si aboliscano, quindi, le regioni e le province, si riduca a 2000 il numero dei comuni e si conferiscano a essi le competenze degli enti aboliti. Avremmo un periodo di aggiustamento durante il quale sarà necessario occuparsi del problema del personale in esubero degli enti aboliti ma, alla fine, avremo un sistema di governo locale efficiente, razionale e molto meno costoso dell’attuale.

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Verso le Elerzioni: IL CREDO DEGLI UOMINI LIBERI.

2 Novembre 2012 , Scritto da Galgano PALAFERRI Con tag #ITALIA

“CREDO DEGLI UOMINI LIBERI”

(conosciuto nel mondo anglosassone come:

The Ten Don’t’s  o anche The Ten Cannot, The Ten Things Can Do, The American Charter).

Diversi anni fa il Foglio di Ferrara pubblicò il “credo degli uomini liberi” firmato da Abramo Lincoln. Oggi, a distanza di tempo, lo rilancio e lo propongo alla lettura di questa comunità pensante.

C’è qualcuno che ritiene che questi dieci punti siano di destra? C’è qualcuno che pensa che la sinistra non possa accettare qualcuno di essi? C’è ancora qualche altro che pensa che lo stesso decalogo sia privo di sostanza? O forse qualcuno ritiene che sia utopia?

A chi scrive sembra possa essere l’il DECALOGO dei LIBERALI e di tutti coloro che rifiutano di abbeverarsi alle ideologie marxiste, socialiste, dirigiste, populiste e giustizialiste. Una chiara “scelta di campo”, dell’ OCCIDENTE LIBERO.

 

 

Forse oggi quel “credo degli uomini liberi” dovrebbe essere recapitato a chi ci governa, a chi ci amministra e a chi legifera (o ratifica) in Parlamento. La sua attualità è del tutto evidente. 

 

 Dice, quel documento: 

 

1.“Non si può arrivare alla prosperità,

scoraggiando l’impresa.

2. Non si può rafforzare il debole,

indebolendo il forte.

3. Non si può aiutare chi è piccolo,

abbattendo chi è grande.

4. Non si può aiutare il povero,

distruggendo il ricco.

5. Non si possono aumentare le paghe,

rovinando i datori di lavoro.

6. Non si può progredire serenamente

spendendo più del guadagno.

7. Non si può promuovere la fratellanza umana

Predicando l’odio di classe.

8. Non si può instaurare la sicurezza sociale

adoperando denaro imprestato.

9. Non si può formare carattere e coraggio

togliendo iniziativa e sicurezza.

10.Non si può aiutare continuamente

la gente facendo in sua vece quello che potrebbe

e dovrebbe fare da sola”.



E' davvero giunta l'ora di "FERMARE IL DECLINO".



Per ricominciare a crescere occorrono regole diverse, non più denaro pubblico. Ma le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c’è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini.

E' necessario investire in ricerca e sviluppo, poter contare su università competitive, mercati davvero concorrenziali che promuovano la rapida adozione delle nuove tecnologie.

Accade invece che l’Europa (e l’Italia più di tutti) sia indietro in tutti questi campi:

Invece di puntare sui suoi giovani più ricchi di talento, fa pochissimo per dissuaderli dall’emigrare negli Stati Uniti, attratti dalle università e dalle imprese tecnologiche d’avanguardia di quel Paese. Un terzo della facoltà di economia di Harvard è costituito da europei in fuga dalle loro travagliate università. Invece di cercare di attirare i giovani più brillanti dall’India, dalla Cina e dall’Europa centrale e orientale, l’Unione europea limita l’immigrazione. Intendiamoci, gli immigrati arrivano comunque, ma non i talenti che invece vanno negli Stati Uniti a creare imprese innovative .

Gli europei possono scegliere di lavorare sempre meno e andare in pensione presto. Possono scegliere di scoraggiare chi vuole lavorare, aumentando le tasse per sostenere un costoso welfare state. Possono adottare politiche che disincentivano l’innovazione e sono d’ostacolo all’aumento della produttività. Ma diventeranno sempre più poveri rispetto alle società che lavorano di più. Se tutti ne sono consapevoli… godiamoci pure le vacanze!

Monti e il Governo dei tecnici si erano impegnati ad agire in modo strutturale sul versante della spesa pubblica (pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale): e invece,  il Governo ha puntato sulle tasse e sui tagli indiscriminati. E' un errore da correggere, salvare l'Italia, lo abbiamo detto, lo ripetiamo, è cosa diversa dal "suicidare gli italiani". Sta anche all'opposizione LIBERALE, agli italiani tutti,  scegliere se limitarsi ad attaccare il Governo, con proteste sterili e fini a sè stesse, giusto per avere un po' di visibilità, o se invece operare per ottenere alcuni obiettivi nell'interesse del paese. Sono e resto convinto che, senza pasticci, sia possibile, sulle questioni economiche, ottenere segmenti di intesa limpida su obiettivi chiari. Per il bene di tutti. Non solo RIGORE, ma misure per la CRESITA. In particolare, il Governo deve evitare di dare l'impressione di avere nel mirino piccola impresa e ceto medio. Forse non è così: ma chi ci governa fa di tutto per suffragare questa impressione.

E noi LIBERALI dobbiamo smetterla di dividerci, più per questioni di bottega che per motivi veri.

Le Elezioni sono dietro l'angolo. Questo clima da BASSO IMPERO e di tutti vs.tutti, nell' AREA MODERATA non giova a nessuno.

La SICILIA dovrebbe avere insegnato qualcosa. UNITI si può vincere ancora, costruire l'ALTERNATIVA LIBERALE.

Divisi si va incontro alla sconfitta certa.

E consegnare il paese ai nipotini di Marx ed di Lenin non mi sembra particolarmente esaltante.



DUNQUE, SVEGLIA, ITALIA!

RIPRENDIAMOCI LA POLITICA, GLI ONESTI AL POTERE, SCELTIA DAI CITTADINI NO PIU' SUDDITI.

UNA RIVOLUZIONE LIBERALE, PER LA NUOVA ITALIA. UNA SPERANZA PER LE NUOVE GENERAZIONI.



 
 
 

E’ un documento del 1854, ma il suo contenuto è oggi più che mai valido. Marco Pannella anni fa, lo “recuperò” e ne ricavò un’inserzione a pagamento, come dicevo all’inizio,  proprio su “Il Foglio”.

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LA LEZIONE SICILIANA!

2 Novembre 2012 , Scritto da Galgano PALAFERRI <upl> Con tag #ITALIA

Da: www.libertates.com:

 

Historia magistra vitae” dicevano i latini: cerchiamo di trarre qualche insegnamento dal passato, diremmo noi.

Ricordiamo, anche alla luce di diversi studi apparsi nella storiografia anglosassone, quanto è avvenuto dopo la prima guerra mondiale.
L’Italia era in un periodo di grandissime difficoltà: le imprese in piena crisi di riconversione dopo la guerra, le finanze disastrate dai prestiti ricevuti durante la guerra e ora da rimborsare, l’inflazione in Germania devastante, i cittadini delusi dal trovare, dopo le promesse fatte loro durante la guerra, una situazione se non uguale, peggiore di quella che avevano lasciato per andare sotto le armi, una classe politica incapace di comprendere e gestire il nuovo che avanzava (la nuova legge elettorale, i partiti di massa socialisti e cattolici ecc etera).
In questo quadro avvenne la “Marcia su Roma”: sicuramente più che voluta e gestita accettata e utilizzata da Mussolini per prendere il potere. Una marcia (organizzata “all’italiana” cioè nel caos e nell’improvvisazione) che ebbe successo più che per le capacità degli organizzatori per l’ignavia, l’insipienza e l’incapacità di comprendere i sentimenti degli italiani dei politici d’allora (che rifiutarono di utilizzare quanto previsto dalla legge contro un gesto palesemente eversivo)
Mussolini invece seppe cogliere i sentimenti profondi degli italiani: il desiderio di pace sociale, di tranquillità, di sicurezza del lavoro e del proprio futuro: e (stra)vinse le successive elezioni.

Una situazione che, (mutatis mutandis), ricorda quella odierna: una classe politica incapace di confrontarsi con i cittadini, una situazione economico-finanziaria sull’orlo del baratro, il problema del lavoro e del futuro che assilla molti…

I risultati delle elezioni siciliane dovrebbero essere un campanello d’allarme: la maggioranza dei cittadini ha dimostrato di non aver alcuna fiducia in questa classe politica non andando alle urne (o votando un partito di mera protesta come quello di Grillo). Se sommiamo gli astenuti ai grillini quasi 2 siciliani su 3 hanno mostrato di non avere nessuna fiducia in questa politica.

Occorre, come da sempre dicono i Comitati, che i cittadini possano tornare a partecipare alla vita politica attraverso una democrazia diretta: con una legge elettorale maggioritaria, con primarie obbligatorie, un vero federalismo, un nuovo assetto dei referendum..
Prima che, come ci insegna la storia, sia troppo tardi…..

Angelo Gazzaniga

 

 
 
 
 
 
 

 

Articolo perfetto, e assolutamente condivisibile. Un po' quello che andiamo ripetendo, inascoltati, purtroppo, e non da ieri, come Unione per le Libertà.

Questa classe politica ha fallito, il governo dei tecnici rappresenta la negazione della democrazia. Grillo, per carità. Ottimo a protestare, quanto alle proposte….beh, forse occorrerà sintonizzarsi su “CHI LE HA VISTE”?.

E dunque che fare?

Occorre una vera RIVOLUZIONE LIBERALE, che azzeri lo Status quo, partiti, caste, privilegi, clientele, ruberie; una drastica riduzione della pressione fiscale; l'alienazione del patrimonio pubblico; la meritocrazia; la responsabilità; un sistema elettorale che permetta ai CITTADINI (non più sudditi/schiavi alla mercè del potente di turno), di scegliere ad ogni livello (basta coi "NOMINATI") e che assicuri la governabilità (noi da sempre per il MAGGIORITARIO UNINOMINALE A TURNO UNICO (ma siu può ragionare anche sul doppio turno, vista la specificità della situazione politica italiana), e le PRIMARIE (per la scelta dei candidati), vere, regolate per legge, non quelle in uso in Italia che assomigliano molto all'ennesima presa per i fondelli....).

Non mi sembra molto.....!

Popolo dei PRODUTTIVI, già MAGGIORANZA SILENZIOSA (liberi professionisti, artigiani, autonomi, lavoratori dipendenti, imprenditori), RIBELLIAMOCI e UNIAMOCI contro questo Stato, il nostro PROBLEMA. Torniamo ad essere noi POPOLO SOVRANO, lo STATO, riprendiamoci la LIBERTA'. Il FUTURO dipende anche e soprattutto da NOI.

FERMIAMO IL DECLITO. ORA!

Galgano PALAFERRI

Unione per le Libertà

upl@hotmail.it

www.confcontribuenti.piemonte.over-blog.it

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MARTINO VS.QUAGLIARELLO.

1 Novembre 2012 , Scritto da Antonio MARTINO Con tag #ITALIA

IL TITOLO E' NOSTRO.

 

DAL BLOG del Prof. ANTONIO MARTINO, già Ministro della Repubblica e co-fondatore di FORZA ITALIA.

 

Caro direttore, Ho letto con interesse l’articolo del mio amico Gaetano Quagliarello (20 ottobre) e vorrei fare alcune considerazioni. Prima di parlare del contenuto, mi sembra che il titolo dell’articolo, anche se probabilmente forzato (Un manifesto liberale è cattolico), centri bene il pensiero dell’autore.

Come conferma il tema dell’incontro annuale della fondazione di Quagliarello, citato nell’articolo, la preoccupazione sua e degli altri firmatari è costituita dal rapporto fra Stato e Chiesa cattolica (“A Cesare e a Dio”). Non v’è dubbio che fra liberalismo e cattolicesimo non vi sia più motivo di contrasto – Luigi Einaudi, liberale cattolico, e Luigi Sturzo, cattolico liberale, oggi militerebbero nello stesso partito – ma questo è un problema che solo Rosy Bindi, Franceschini e altri comunistelli di sacrestia (come li chiamava il cardinale Siri) non hanno ancora risolto. Tutti gli altri cattolici e tutti i liberali sono consapevoli che non siamo più nel secolo del “Non expedit” e della scomunica ai liberali.

Il richiamo a Ronald Reagan fornisce, forse, la giusta chiave di lettura di quale sia la posta in gioco. Reagan ha realizzato la più radicale riforma fiscale della storia degli USA con un congresso a maggioranza democratica.

La “sintesi” cara a Quagliarello fu fatta dopo aver vinto le elezioni con un programma che non sintetizzava un bel nulla, era un programma di radicale riforma liberale. Dopo la vittoria elettorale, da presidente degli Stati Uniti d’America, Reagan riuscì a convincere i democratici ad appoggiare la sua riforma. L’ambiguità propria dei compromessi e delle sintesi fu assente in campagna elettorale e fu anche mancante nell’accordo che consentì la riforma. I grandi leader, quelli che hanno fatto la differenza, non hanno mai combattuto da posizioni sintetiche o ambigue.

Il Pdl è il seguito di un movimento che è iniziato nel 1994, si chiamava Forza Italia e a parere del suo fondatore sarebbe dovuto diventare un partito liberale di massa. Strada facendo, ha finito con l’essere un partito catto-socialista di Carrara! Le sintesi quagliarellesche sanciscono la legittimità di questa mutazione, danneggiano il partito che vorrebbero aiutare e si adeguano all’ambiguità imperante. Quagliarello è un intellettuale intelligente e colto, le sue passate credenziali radicalmente liberali sono impeccabili, ma temo sia incorso nell’errore di credere che l’Italia, per salvarsi, abbia bisogno delle idee di tutti, anche quelle sbagliate e anche se incompatibili fra loro.

Un bagno di radicalismo liberale potrebbe tornargli utile.

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LUCI E OMBRE su BERLUSCONI. Solo la Storia potrà giudicarlo.

1 Novembre 2012 , Scritto da Antonio MARTINO Con tag #ITALIA

DAL BLOG DI ANTONIO MARTINO, già Ministro della Repubblica e co-fondatore di FORZA ITALIA.

(il titolo del post nostro, n.d.r.)

SABATO 27 OTTOBRE 2012

Un'uscita con stile

 Di ANTONIO MARTINO

 

Quando, nel pomeriggio di giovedì 24, ho letto le dichiarazioni di Silvio Berlusconi con le quali annunciava di non volersi più candidare a premier e che il candidato sarebbe stato selezionato da primarie interne al Pdl, mi sono affrettato a chiamarlo. Ho avuto fortuna e ho potuto parlargli; gli ho chiesto: perché lasci? “Non lascio, mi ha assicurato, continueremo assieme tu ed io ma ora bisogna lasciare spazio ai più giovani e noi dobbiamo tirarci indietro, aiutarli, consigliarli e mettere la nostra esperienza a loro disposizione.”

Non un’uscita di scena, quindi, ma soltanto un arretramento, probabilmente ispirato dalla necessità di far crescere e consolidare una nuova classe dirigente che possa, anche grazie all’esperienza dei meno giovani, dare vita ad un’alternativa concreta e credibile all’arcipelago delle sinistre e ai movimenti anti-politici. Un arretramento fatto con stile che, comunque vada, segna la conclusione di un quasi ventennio caratterizzato dalla sua figura come protagonista della nostra vita pubblica. Tutto e il suo contrario sono stati detti su Berlusconi, ma sono certo che anche i suoi acerrimi nemici converrebbero sul fatto che non ce n’è un altro; Silvio Berlusconi è quello che è, ma è anche l’unico Silvio Berlusconi che abbiamo. Molti miei amici mi chiedono perché continui a “stare con lui”; la risposta è molto semplice: non sono mai “stato con lui”.

Ho sempre detto quello che penso, anche quando sapevo che non era d’accordo. Specie dal 1994 al 2001, ma anche dopo, sono stato sovente in disaccordo, non di rado da solo, e non ho mai tenuto nascosto il mio dissenso. Chi ne dubita guardi i giornali di quegli anni. Da ministro degli Esteri prima e della Difesa poi ho sempre fatto quello che ritenevo giusto e sempre senza consultarlo prima, ma ricevendone l’approvazione poi. Capisco la delusione dei miei amici liberali: la rivoluzione liberale è rimasta largamente incompiuta e il “partito liberale di massa” non ha visto la luce. Mi permetterei, tuttavia, di chiedere loro se l’Italia oggi starebbe meglio o peggio se, invece di essere stata governata alternativamente dalle sinistre e da Berlusconi, avesse avuto sempre le sinistre al potere. Solo un fazioso potrebbe rispondere di sì. La delusione, però, è certamente motivata e cercherò di spiegare perché il sogno non si è materializzato.

Mi limiterò a quattro errori che spiegano in buona misura l’insuccesso. Il primo è stata Irene Pivetti: Berlusconi l’ha fatta eleggere presidente della Camera e il suo partito ha determinato il ribaltone prima, la sconfitta alle elezioni del 1996 poi. Pierferdinando Casini è stato fatto eleggere presidente della Camera da Berlusconi nel 2001, il suo partito ci ha impedito di governare dal 2001 al 2006 (imponendoci fra l’altro la cosiddetta “discontinuità”) e ha costretto Berlusconi a cambiare la legge elettorale, facendoci perdere le elezioni del 2006. Gianfranco Fini è stato fatto eleggere presidente della Camera da Berlusconi nel 2008 e la sua defezione ha impedito al governo di sfruttare la larga maggioranza ottenuta, col risultato che alla fine Berlusconi ha lasciato la presidenza del Consiglio. Tremonti, infine: nel 1994 fu un ministro delle Finanze creativo e capace ma, nel 2001 – 2006 contribuì, da ministro dell’Economia, alla mancata realizzazione delle riforme promesse; idem dal 2008 al 2011.

Non dico che Berlusconi sia da assolvere con formula piena ma, prima di pronunziare una sentenza inappellabile, bisognerebbe anche rendersi conto che con questo sistema istituzionale neanche il più grande leader politico avrebbe potuto fare molto meglio. Quando, nel 1994, la Thatcher, nel congratularsi per la mia elezione, mi esortò a fare “per l’Italia quanto io ho fatto per la Gran Bretagna”, le risposi: “Lei aveva molti vantaggi rispetto a noi: una maggioranza composta di un solo partito, una Costituzione non scritta sulla carta ma nella mente e nel cuore di quanti erano chiamati a rispettarla, una burocrazia efficiente ed onesta e un sistema giudiziario autenticamente indipendente e funzionante. Noi non abbiamo nessuna di queste cose, ma abbiamo qualcosa che lei non aveva”. “Che cosa?” “Il suo esempio”, risposi.

Al posto della Thatcher, Berlusconi avrebbe fatto lo stesso? Con tutta l’amicizia che mi lega a lui, devo dire che non lo vedo litigare per tre anni con i più potenti sindacati d’Europa né mandare la flotta dall’altra parte del mondo per fare rispettare la sovranità inglese a un dittatore avventuroso. Tuttavia, resto convinto che sia unico e che il suo arretramento lascerà un vuoto difficilmente colmabile. E questo a prescindere dal fatto che la nostra Costituzione non prevede la candidatura a presidente del Consiglio.

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Dopo anni di compromessi i cittadini meritano di più e di meglio.

1 Novembre 2012 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Dal Fatto Quotidiano del 31/10/2012

 

Frazionismo degno dei gruppuscoli extraparlamentari degli anni ’70, votati ad una pretesa purezza che genera solo minoritarismo? Personalismi istrionici di aspiranti capipopolo, confusi sia sul loro ruolo che sulla situazione concreta? Infantile desiderio di protagonismo? Di spiegazioni sul perché i sette fondatori di Fermare il Declino, fra i quali il sottoscritto, abbiano preferito non firmare il manifesto che, su impulso di Italia Futura, è stato pubblicato la settimana scorsa auspicando l’avvento di una terza repubblica, se ne sono lette di tutti i colori.

Può darsi siano vere, o che siano false: lasciamo siano i fatti a deciderlo nei mesi che verranno. Per parte mia proverò solo a spiegare perché, con il senno di poi ma anche con quello di prima, ritengo che non apporre la mia firma all’appello in questione sia stata la scelta giusta.

Nel manifesto che ha portato alla creazione del movimento Fermare il Declino avevamo scritto poche cose, tutte molto esplicite. Fra di esse ve ne erano due di fondamentali.

(A) Questa classe politica, salvo poche eccezioni individuali, ha fallito e deve farsi da parte per essere sostituita da personale politico nuovo selezionato secondo criteri nuovi e trasparenti. Le elezioni siciliane sono lì a ricordarci questa urgenza nel modo più esplicito possibile: con quale legittimità si può governare (scordiamoci riformare) una regione (o un paese) quando si sa di rappresentare al più il 13% del cittadini? Il giorno in cui accadrà qualcosa di simile per il governo nazionale, dovremo accettare di essere governati da delle persone che non ci rappresentano?

(B) I problemi dell’Italia son tanti e così gravi che è assolutamente necessario evitare le guerre ideologiche, e la retorica altisonante attraverso cui usualmente si svolgono, per concentrarsi sui problemi concreti e le cose da fare. Gli italiani hanno il bisogno e il diritto di sentirsi dire la verità sia sulle condizioni reali del paese sia sulle misure necessarie per ricominciare a crescere e ad avere speranza. Non ho firmato il manifesto perché non soddisfa queste condizioni fondamentali e perché i suoi promotori non han neanche segnalato di volerle soddisfare. Per cercare di rendere palese il primo punto avevamo chiesto di inserire la seguente frase “Chiediamo un passo indietro ai parlamentari in servizio da più di due legislature onde permettere quel salutare ricambio che da troppo manca. Chiediamo a chi si fa avanti d’impegnarsi a rispettare questa regola e di agire perché i leader degli schieramenti vengano selezionati attraverso meccanismi aperti e trasparenti come, per esempio, le elezioni primarie.” Potete constatare la sua assenza nel testo finale. Soddisfare il secondo requisito, ossia abbandonare la retorica ed impegnarsi a fare cose concrete, è meno facile quando si sta semplicemente redigendo un appello. Ma si può, in buona fede, tentare. Anche in questo caso la negativa ad inserire una serie di parole chiave è risultata sorprendente. Ecco dunque che la frase che suonava “Dobbiamo ridurre considerevolmente la spesa pubblica e concentrare le risorse sui compiti fondamentali dello Stato Sociale, […]” ha perso cinque parole mentre, per rimanere sui fondamentali, la richiesta di ridurre il debito pubblico attraverso dismissioni di immobili ed imprese pubbliche è sparita assieme alla seguente affermazione: “[…] occorre una profonda riforma del settore pubblico, e in particolare della giustizia, con l'introduzione di criteri meritocratici e, dove possibile, l'abbandono dei vecchi monopoli pubblici per passare a più dinamici modelli di concorrenza nel o per il mercato. Le dismissioni di società pubbliche sono, in questo senso, funzionali non solo ad aggredire il debito pubblico, ma anche a creare condizioni favorevoli alla competizione.” Lascio al lettore il giudicare se il testo che ne è risultato è più o meno adeguato alla bisogna. A mio avviso, chiaramente, non lo è. Non si riforma il paese e, soprattutto, non si soddisfa l’ansia di cambiamento che viene dalla popolazione senza avere il coraggio di dire ai cittadini ciò che si vuole davvero fare, prendendosi con essi impegni chiari e verificabili. A questa regola intendo attenermi nel futuro come ho fatto in passato: i responsabili politici del declino devono farsi da parte e chi ha a cuore le sorti del paese deve avere il coraggio di dire cosa intende fare. Altrimenti ci si prende in giro e si prendono in giro gli elettori i quali poi, giustamente, s’incazzano.

Ed il voto siciliano è lì a ricordarci cosa questo implichi.

ZINGALES

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Zingales: Lotta alla peggiocrazia, rivoluzione morale contro l’economia corrotta

1 Novembre 2012 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

TRATTO DA: LA STAMPA del 30/10/2012 Di Mario Deaglio C’è un genere letterario quasi sconosciuto in Italia, poco diffuso in Europa e molto frequentato negli Stati Uniti: il saggio interpretativo che cerca di capire – e di spiegare a un pubblico non specialistico, spesso con una scrittura brillante e tagliente - che cosa sta succedendo e che cosa succederà nel mondo globalizzato, alle prese con una crisi di portata epocale che non accenna a passare. Siccome la crisi, nata dall’economia, investe sempre di più tutte le dimensioni della vita, gli autori – quasi sempre scienziati sociali o commentatori di professione - escono dalle loro specializzazioni e tentano sintesi che coinvolgono altre discipline, spesso facendo così di queste loro opere delle piattaforme per lanciare messaggi e raccomandazioni ai politici e ai normali cittadini. Al loro numero si è aggiunto Luigi Zingales, italiano per formazione, americano per adozione intellettuale, con una brillante carriera che parte dalla Bocconi, fa una sosta a Boston, dove Zingales consegue un dottorato al MIT e giunge infine a quel vero e proprio tempio del pensiero liberista che è l’Università di Chicago. Il suo non è un semplice messaggio ma, stando al titolo italiano, un Manifesto capitalista, una rivoluzione liberale contro l’economia corrotta. (Il titolo inglese, più semplicemente è «Un capitalismo per la gente»). E’ indirizzato prevalentemente a un pubblico americano ma si adatta assai bene a situazioni italiane, specie con un’introduzione e una postfazione sull’Italia aggiunte appositamente dall’autore. E’ stato tradotto da Rizzoli proprio quando esplodevano i casi di corruzione che hanno terremotato il mondo della politica italiana e, forse anche sull’onda dell’attualità, ha totalizzato due edizioni nel solo mese di settembre. Il saggio di Zingales rappresenta una delle migliori analisi liberiste della crisi attuale. Secondo l’autore, il sistema capitalistico americano, con il suo incoraggiamento all’iniziativa del singolo, il suo principio di uguaglianza delle opportunità e il suo sistema di controlli e bilanciamenti, è il meccanismo più efficace per far aumentare la ricchezza e garantire al tempo stesso la libertà, lasciando ampio spazio a chi è più bravo e assicurando potenzialmente a tutti le stesse opportunità di far bene nella vita. Una democrazia che cerca di far rima con meritocrazia. Tutto bene, quindi, gli Stati Uniti sono un’isola felice o addirittura un pezzo di mondo nuovo? Ahimé, no perché questo capitalismo ha al suo interno una sorta di virus che lo sospinge verso evoluzioni negative. L’amicizia passa davanti all’uguaglianza delle opportunità: chi ha in mano le leve del potere applica le norme che lo favoriscono e lascia perdere quelle che penalizzano lui o i suoi amici. Si è così sviluppata una finanza clientelare con troppo potere, troppo grande per fallire, troppo grande per essere veramente gestita, troppo oligopolistica. In questa denuncia della cristallizzazione insediatasi al vertice del capitalismo moderno, i liberisti «puri e duri» come Zingales hanno accenti che li avvicinano molto agli avversari del liberismo. Vicini nelle critiche, distantissimi nelle soluzioni. Zingales è convinto che il capitalismo abbia solide fondamenta morali e che queste debbano essere riscoperte o comunque rivitalizzate. Un esempio tra i tanti: è molto diffusa la censura verso chi fa uso di doping nello sport, un’uguale censura dovrebbe andare a quelle imprese che fanno uso di quella particolare forma di doping che è la corruzione. Contro la corruzione l’autore propone, come antidoto a carattere generale, al quale se ne devono aggiungere di specifici, la trasparenza, il che significa la pubblicità dei dati, la loro facile consultabilità da parte di tutti, la semplificazione degli organi di controllo. Un po’ come contro il doping sportivo si usano esami clinici che devono essere rapidamente resi pubblici. E’ chiaro che queste ricette generali risultano particolarmente rafforzate nel caso di un paese come l’Italia, a lungo governato da quella che Zingales chiama la «peggiocrazia» e proprio attraverso la progressiva erosione dei principi del mercato e della sua etica, l’Italia del miracolo è diventata l’Italia del declino. Paradossalmente, proprio la crisi finanziaria potrebbe, secondo l’autore, rappresentare un’occasione di cambiamento. Di libri di questo tipo ce ne vorrebbero molti. In America essi rappresentano uno stadio pre-politico attraverso il quale è bene passare per attivare poi a uno stadio propriamente politico. In Europa e in Italia questa «pre-politica» è carente o del tutto assente. Potremo veramente rinnovare la politica? ...... Alcuni commenti interessanti......tratti dal sito di FERMARE IL DECLINO. Attendiamo i vostri. Mario Deaglio, professore di economia a Torino ed ex direttore del Sole 24 Ore, marito di Elsa Fornero, professoressa a Torino e pro-tempore ministro, fratello di Enrico, ex direttore di Lotta Continua, padre di una giovane e capace professoressa di Torino, che scrive sulla Stampa di Torino. Gentile davvero. Elsa Fornero è stata Vice Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo (2010-2011), Vice Presidente della Compagnia di San Paolo (2008-2010). La figlia Professore Associato in genetica medica (5 anni dopo il PhD) presso l'Università di Torino è Responsabile della ricerca Genetica del Sistema Immunitario alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo di cui era vicepresidente Elsa Fornero) (2010, 4 anni dopo il PhD, 90 pubblicazioni). la memoria. Per fortuna esiste sempre qualcuno come lei che ricorda a tutti chi e cosa e la storia da cui provengono. Il guaio e' che ci dobbiamo aspettare che sul carro del vincitore salgano anche persone all' ultimo momento millantando una fede assoluta nelle determinazioni di chi quel carro guida non dall' altro ieri. Non dovremo stupircene, ma mi sembra che anche qui si possa usare un "disinfettante": la linea etico / morale dei fondatori che e' stata espressa con inusitata chiarezza (e personalmente apprezzata proprio per la sua essenza NON traditrice del manifesto - che e' gia' una rivoluzione in Italia rispetto alle cose cui ci hanno abituato decenni di sciagure e sciagurati) e che deve rappresentare per noi anche un collante per la condivisione. La ringrazio della segnalazione perche', pur conoscendo personalmente tutti i legami, lei ha il merito di averli semplicemente sottolineati "coram populo"... mi permetta di proseguire.......Enrico Deaglio, (primo) marito (o compagno) di Maria Laura Rodotà (rea confessa di essere stata raccomandata per iniziare la carriera di giornalista), figlia di Stefano Rodotà, professore universitario e grande comunista e Garante della Privacy (solo un idiota potrebbe nominare garante della privacy un comunista: è come nominare Adam Smith capo di una Casa del Popolo), padre di Carlo Rodotà (assunto in Consob, sì proprio così, dopo un non chiaro concorso, in cui pare che il concorrente, cioè il figliolo Rodotà, fosse anche segretario della commissione esaminatrice....) Potremmo farne un gioco: "trova il legame"... Di solito in cauda venenum...ma Deaglio mi sembra che abbia sparso sin dall'inizio il suo. Intanto ha esordito relegando il libro di Zingales ad opera che appartiene ad un certo genere letterario molto in voga negli States. Ma ciò che più mi ha stupito è che proponendo una sua interpretazione del libro, in realtà intende colpire le idee e l'iniziativa di movimenti sorti quasi spontaneamente di fronte a un degrado non più sopportabile della nazione, perciò con subdola penna avvelenata sentenzia che questo genere di autori tentano sintesi che coinvolgono altre discipline, spesso facendo così di queste loro opere delle piattaforme per lanciare messaggi e raccomandazioni ai politici e ai normali cittadini. Fermare il Declino è forse una delle tante piattaforme scaturite da qualche pagina di libro per lanciare raccomandazioni ai politici? Non è una analisi assai riduttiva e faziosa? Noi vogliamo mandarli a casa i politici, devono fare un passo indietro, quasi tutti! Come si vede, le caste cominciano a temere il sorgere ed il continuo lievitare delle espressioni di malcontento e tentano di mitigarle o peggio minimizzarle...ma si sa è la Stampa... Mi piace questo esercizio di analisi della disinformazione. Un mio amico, professore a Madrid, una volta mi disse: “Se qualcuno dell’apparato ti dice bravo, allora chiediti subito: cosa ho fatto di male”. Quello di Deaglio senior (capostipite di una famiglia immersa nell’apparato) è un “quasi bravo” ma detto da lui fa subito chiedere: cosa da fastidio? La Stampa e il Corriere sono giornali maestri nella disinformazione: usano semini molto piccoli che accendono il dubbio (in realtà entrambi sono peggiorati con le direzioni Calabresi e Mieli). Altri giornali, tipo Repubblica, Il Giornale e Il Fatto sono rozzi e usano, invece di semini del dubbio, delle zucche o, come dico io, producono biada per somari ideologizzati, talvolta condita con qualche ingrediente diverso per sfumare la polarizzazione ideologica. In aggiunta all’osservazione di Paolicchi la “quasi benedizione” di Deaglio (e quindi di un certo establishment) depotenzia Zingales facendolo passare come uno di loro e/o come un “accademico” che dice cose che hanno un senso negli USA ma che andrebbero bene anche da noi. Forse, gli ricorda la valenza di certi ambienti in cui Zingales è parzialmente coinvolto. Il finale chiarisce: “Smettila di cercare rinnovare la politica, perdi tempo e non ce la farai mai…” Il libro è molto interessante e lo raccomando. C'è però un grave errore nella traduzione del titolo. In Inglese "Capitalism for the people", in Italiano "Manifesto Capitalista". Significati del tutto diversi. Dimostrare che il liberalismo è oggi l'unica vera opzione di sinistra, perchè è la sola via per ridurre l'iniquità e le disuguaglianze, non è facile. Il pubblico italiano è prevenuto e digiuno di economia. Meglio il titolo ingelse.
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