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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

ICR: Imprese che Resistono.

2 Maggio 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Tratto da: http://www.chicago-blog.it/2011/04/28/imprese-che-resistono-%E2%80%93-di-gerardo-coco/

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Gerardo Coco.

Possono sperare di sopravvivere aziende sottoposte a un carico fiscale che in Italia si aggira intorno al 70%? È questa la prima domanda che la politica dovrebbe porsi. E, seconda domanda: se il comparto della piccola imprenditoria (PMI) costituisce l’80%, dell’intero settore industriale e assorbe il 70% dell’occupazione (di cui 30% per imprese con meno di 10 addetti) e risponde di circa il 70% del fatturato e fornisce un valore aggiunto tra il 65 e l’85%, perché soffocarne il contributo decisivo all’economia con una imposizione fiscale insostenibile?Non è poi il tasso di crescita delle cosiddette start-up a contribuire all’offerta di prima occupazione ed assorbire la manodopera meno qualificata e più debole? Se il settore costituisce la base produttiva del paese perché taglieggiarla proprio quando il calo d’ordini si fa drammatico? È civiltà industriale quella che assoggetta l’imprenditoria alla schiavitù fiscale?  È con la requisizione delle risorse che la politica intende promuovere la ripresa?

Le PMI in Europa sono 23 milioni e dall’inizio della grande crisi hanno già registrato una perdita 3,25 milioni di posti di lavoro. In Italia, dove dall’inizio della crisi hanno chiuso oltre 30.000 imprese la situazione è aggravata da una pressione fiscale fra le più alte del mondo e da altri problemi storici come quello del credito “forzoso” a cui le PMI sono assoggettate dalla pubblica amministrazione e delle grandi aziende la cui lentezza nei pagamenti ne divora la liquidità già messa a dura prova dal problematico accesso al credito.

Nell’impresa, la capacità di pagare i costi organizzativi, finanziare innovazioni, aumentare l’occupazione ed accrescerne la produttività dipende dalla formazione di capitale e dal profitto. Una nazione non è fondata solo sul lavoro ma sul profitto industriale. Bisognerebbe scriverlo nella Costituzione. Senza profitto, fonte principale di accumulazione, nella società prevarrebbe un’economia di sussistenza cioè il sottosviluppo. Per la verità il termine “profitto” è fuorviante. Oggi non è altro che un’illusione contabile, perché nella società ci sono solo costi, i costi passati delle imprese che devono rinnovare il capitale fisico-tecnico, i costi dell’immane e irresponsabile debito statale, i costi delle crisi, i costi futuri dei cambiamenti economici e quelli di mantenimento dei posti del lavoro di oggi e di domani, se ci saranno.

E che Dio la mandi buona per tutto il resto.

La prima responsabilità sociale dell’impresa, piccola o grande è quella di guadagnare abbastanza per coprire questi costi passati e futuri, per sostenere nuove generazioni di occupati, perché le imprese in decadenza in un’economia in declino non potranno mai essere datori di lavoro né in alcun modo socialmente responsabili. Solo attraverso il profitto i problemi sociali possono trasformarsi in opportunità economiche, imprenditoriali, in capacità produttiva ed in posti di lavoro retribuiti. Solo attraverso il profitto la società può crescere. La formazione di capitale attraverso il profitto è una responsabilità sociale perché è l’unica fonte per i posti di lavoro di un futuro incerto. Nessuna società può infatti sopravvivere alle tensioni provocate da una grave disoccupazione giovanile e la disoccupazione aumenta quando il capitale è insufficiente per assorbirla. Ora sono proprio le politiche economiche e fiscali che, assorbendo capitale e profitti, si oppongono alla crescita dell’occupazione.

I piani industriali “anticrisi” basati sullo stanziamento di fondi statali e regionali sono espedienti per mantenere alta la pressione fiscale scaricandola su tutta la collettività in modo arbitrario e discriminatorio (perché poi riservare aiuti e finanziamenti agevolati solo ad aziende con più di 50 addetti con fatturato superiore ai 10 milioni e non a tutte le altre imprese?). Tanto meno si evita la falcidia delle imprese con i fondi di solidarietà (termine talmente impostore e abusato da vergognarsi ormai a pronunciarlo) regionali, facendo recitare alle imprese, cioè agli artefici dell’economia, il ruolo di assistiti da mantenere a spese della carità collettiva. A tanto portano le politiche economiche!

I veri piani anticrisi si fanno detassando le imprese per liberare risorse di capitale. Detassare significa aumentare la domanda di lavoro. E il cosiddetto sostegno alle politiche del lavoro sì fa, oltre che con l’abbattimento delle tasse, liberando l’economia d’impresa dal cappio al collo dello statuto dei lavoratori che implica indennità di licenziamento talmente elevate dal dissuadere gli imprenditori dall’aumentare i propri organici. Revisionando lo statuto si eliminerebbe il coacervo di strumenti di flessibilità, scomparirebbe il fenomeno del precariato e si avrebbe più stabilità nell’occupazione.

Tre anni fa un piccolo numero di imprese del Piemonte guidate da un imprenditore piemontese, Luca Peotta, esasperate dal vampirismo fiscale costituì un movimento di protesta:  Imprese Che Resistono (ICR). Resistere a che cosa? Appunto all’arbitrio tirannico del governo e della burocrazia statale, alla iniquità delle mutazioni legislative senza fine e a strumenti come Equitalia, creati per esercitare con maggior efficacia l’arte della rapina fiscale. In piena crisi, ICR chiedeva alle istituzioni misure eccezionali di sostegno per evitare un naufragio industriale senza speranza.

A questo movimento spontaneo ed apartitico che avanzava rivendicazioni imperniate su una fiscalità meno oppressiva e rinvii di pagamenti (sospensione degli acconti fiscali, iva per cassa, IRAP ed interessi da portare in piena detrazione, posticipo delle scadenze bancarie e previdenziali, regolarità dei pagamenti da parte della PA e delle grandi imprese) si unirono imprese da tutta d’Italia.

Oggi al movimento, che organizza incontri di sensibilizzazione in tutta Italia, cominciano ad aderire anche imprese iscritte alle associazioni imprenditoriali tradizionali, dimostratesi nel passato inefficaci nel difendere gli interessi della categoria contro misure inique e lesive della libertà di impresa (come non ricordare gli ignobili studi di settore, iniziativa incostituzionale e da ex pianificazione sovietica che, o ha eliminato di migliaia di piccoli imprenditori o li ha precipitati nel sommerso?).

Fino ad ora, dopo diversi incontri con la politica, ICR non è riuscita, sostanzialmente, a scuoterne l’indifferenza sia perché la politica non ha ancora capito la gravità del problema, sia perché il movimento, forse, non ha ancora raggiunto la massa critica (sono 1400 gli aderenti al movimento) necessaria ad un gruppo di pressione per costringere la politica ad apportare concreti cambiamenti ed evitare l’asfissia finanziaria generale. Esso, forse, deve ancora superare il punto di debolezza principale: la frammentazione tipica del settore che impedisce la formazione di una coscienza di categoria in grado di unificare il movimento e di dare efficacia all’azione collettiva. Se una grande azienda mette a rischio il lavoro di qualche migliaio di operai è emergenza nazionale. Se perdono il lavoro centinaia di migliaia di lavoratori anonimi, nessuno se ne accorge, salvo le vittime.

La politica non aiuta gli sconosciuti. Eppure il futuro economico di un paese non va formandosi ad opera di qualche grande impresa ma per merito di imprese del tutto anonime. La politica non ha ancora capito che la battaglia di ICR è una battaglia contro il sottosviluppo economico perché le piccole imprese sono sempre state e sono i mezzi fondamentali che le società industriali si sono date per far crescere l’economia. Se il loro tasso di mortalità aumenta il sistema economico regredisce rapidamente. Ma invece di prendere provvedimenti per il loro salvataggio, la politica lascerà che lo scempio della disintegrazione industriale continui. Ecco perché siamo convinti che il movimento di protesta crescerà e alla fine, per ottenere misure efficaci  dovrà ritornare alle dimostrazioni dure, di piazza. E poiché ciò che serve alle piccole e medie imprese serve alla ripresa ed al paese ci auguriamo che la battaglia a cui ICR si appresta, diventi la battaglia di tutti specialmente dei giovani, occupati o meno. Sarebbe ora che scendessero in piazza anche le donne impegnate in politica e le femministe, questa volta non per rivendicare la dignità e libertà di disposizione del proprio corpo ma quella del proprio reddito e di quello delle imprese dove la maggior parte delle donne lavora perché la vera dignità e l’emancipazione derivano dal potersi sostenere con il frutto del proprio lavoro che va difeso dall’aggressione fiscale e che non può essere barattato con sussidi e solidarietà varie senza perdere la dignità e la libertà per scivolare verso una servitù regolata dallo Stato.

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