Ma il governo non ha ancora trovato la frusta per l'economia
Per attuare il Programma nazionale di riforma non bastano interventi spot, va rivisto il rapporto tra economia e politica.
Più che una frustatina, i decreti allo studio del governo per attuare il Programma nazionale di riforma sembrano una frittatina: del genere in cui un cuoco lesto di polso fa confluire gli avanzi. Il metodo è sostanza. Un paese come l'Italia avrebbe bisogno non di (altri) patchwork di interventi, ma di un ripensamento complessivo e generale del rapporto fra politica ed economia. Alla domanda "che cosa fa lo stato?" non si può continuare a rispondere: tutto, ma con meno soldi.
E' una critica buona per incartarci il pesce, se la politica fa tanta fatica a decidere "piuttosto che niente, meglio piuttosto"? Stiamo all'elenco di iniziative, perlomeno quelle anticipate finora dalla stampa: una "tagliola" per deflazionare l'enorme contenzioso cui è soggetta l'Inps da parte dei cittadini, il rilancio di "Patrimonio Spa" (una holding in cui fare confluire gli asset dello stato, per valorizzarli), cento milioni di incentivi alla ricerca per le imprese, più una misura "salva-mutui" per compensare quanti, avendo sottoscritto un mutuo a tasso variabile, fossero spiazzati dall'aumento dei tassi d'interesse. Quali effetti questa congerie di disposizioni possa avere sulla crescita, è difficile a dirsi. Né si riesce a ravvisare un principio ispiratore unitario. In parallelo, il governo dovrebbe varare un'altra serie di semplificazioni; a cominciare dall'edilizia, tema sul quale il governo Berlusconi non è mai stato parco di promesse. Le semplificazioni vanno sempre bene e sarebbero le liberalizzazioni più efficaci. Anche in questo caso, però, se talvolta non si è andati oltre l'annuncio è proprio per l'assenza di un approccio organico.
Le misure più rilevanti di cui si abbia notizia sono gli incentivi alla ricerca e "Patrimonio Spa". Se tutti siamo a favore della ricerca e dell'innovazione, non è ben chiaro se sia questo il modo ottimale di finanziare l'una e l'altra. Nelle indiscrezioni filtrate sulla stampa, pare che lo sconto fiscale sarebbe a disposizione delle aziende per "acquistare" ricerca dalle università. La formula è innovativa: usare lo sconto fiscale come strumento per avvicinare domanda e offerta. Ma varrebbe la pena chiedersi se la "ricerca" sia davvero qualcosa che le aziende italiane intendono acquistare dalle università italiane. Della possibilità di un'interazione più virtuosa fra atenei e imprese ci riempiamo la bocca da anni: solo che non è un obiettivo così semplice da perseguire. I casi di autentici "cluster" d'imprese fondate sulla forza aggregante di un campus sono piuttosto rari; perché vi siano, le università debbono produrre ricerca ma anche start up, cioè devono essere incubatori di imprenditorialità essi stessi. Senza continuare sulla strada, pure in parte tracciata dalla Gelmini, di una riforma profonda dell'università, è piuttosto improbabile che bastino gli sgravi fiscali a regalarci una Silicon Valley italiana. Se non è quello l'obiettivo, ma più prosaicamente dare un po' di ossigeno alle imprese, strumenti più trasparenti ed egualitari (nel senso: egualmente accessibili dalle aziende) funzionerebbero meglio. "Patrimonio Spa" potrebbe essere un'iniziativa epocale per la riduzione del debito pubblico, agendo sulla dismissione del patrimonio dello stato. Ad ora, non è ben chiaro però attraverso quale meccanismo la vendita degli immobili andrà a saldarsi con il "federalismo demaniale", che ne ha trasferita magna pars agli enti locali.
A quanti chiedono riforme "di sistema", si risponde di solito che gli effetti sulla crescita saranno troppo dilazionati nel tempo. E tuttavia neanche queste misure avranno esiti in capo a pochi mesi o a un anno. Nel lungo termine non saremo tutti morti: avrebbe senso ragionare sui problemi che strozzano l'Italia, e cercare di risolverne almeno qualcuno. Se diciamo "produttività" e "debito", abbiamo davanti due elefanti. Pretendere li si possa "frustare" con un filo di lana è una mossa troppo disperata anche per un sistema politico alle corde.
Da Il Foglio, 28 aprile 2011
E' una critica buona per incartarci il pesce, se la politica fa tanta fatica a decidere "piuttosto che niente, meglio piuttosto"? Stiamo all'elenco di iniziative, perlomeno quelle anticipate finora dalla stampa: una "tagliola" per deflazionare l'enorme contenzioso cui è soggetta l'Inps da parte dei cittadini, il rilancio di "Patrimonio Spa" (una holding in cui fare confluire gli asset dello stato, per valorizzarli), cento milioni di incentivi alla ricerca per le imprese, più una misura "salva-mutui" per compensare quanti, avendo sottoscritto un mutuo a tasso variabile, fossero spiazzati dall'aumento dei tassi d'interesse. Quali effetti questa congerie di disposizioni possa avere sulla crescita, è difficile a dirsi. Né si riesce a ravvisare un principio ispiratore unitario. In parallelo, il governo dovrebbe varare un'altra serie di semplificazioni; a cominciare dall'edilizia, tema sul quale il governo Berlusconi non è mai stato parco di promesse. Le semplificazioni vanno sempre bene e sarebbero le liberalizzazioni più efficaci. Anche in questo caso, però, se talvolta non si è andati oltre l'annuncio è proprio per l'assenza di un approccio organico.
Le misure più rilevanti di cui si abbia notizia sono gli incentivi alla ricerca e "Patrimonio Spa". Se tutti siamo a favore della ricerca e dell'innovazione, non è ben chiaro se sia questo il modo ottimale di finanziare l'una e l'altra. Nelle indiscrezioni filtrate sulla stampa, pare che lo sconto fiscale sarebbe a disposizione delle aziende per "acquistare" ricerca dalle università. La formula è innovativa: usare lo sconto fiscale come strumento per avvicinare domanda e offerta. Ma varrebbe la pena chiedersi se la "ricerca" sia davvero qualcosa che le aziende italiane intendono acquistare dalle università italiane. Della possibilità di un'interazione più virtuosa fra atenei e imprese ci riempiamo la bocca da anni: solo che non è un obiettivo così semplice da perseguire. I casi di autentici "cluster" d'imprese fondate sulla forza aggregante di un campus sono piuttosto rari; perché vi siano, le università debbono produrre ricerca ma anche start up, cioè devono essere incubatori di imprenditorialità essi stessi. Senza continuare sulla strada, pure in parte tracciata dalla Gelmini, di una riforma profonda dell'università, è piuttosto improbabile che bastino gli sgravi fiscali a regalarci una Silicon Valley italiana. Se non è quello l'obiettivo, ma più prosaicamente dare un po' di ossigeno alle imprese, strumenti più trasparenti ed egualitari (nel senso: egualmente accessibili dalle aziende) funzionerebbero meglio. "Patrimonio Spa" potrebbe essere un'iniziativa epocale per la riduzione del debito pubblico, agendo sulla dismissione del patrimonio dello stato. Ad ora, non è ben chiaro però attraverso quale meccanismo la vendita degli immobili andrà a saldarsi con il "federalismo demaniale", che ne ha trasferita magna pars agli enti locali.
A quanti chiedono riforme "di sistema", si risponde di solito che gli effetti sulla crescita saranno troppo dilazionati nel tempo. E tuttavia neanche queste misure avranno esiti in capo a pochi mesi o a un anno. Nel lungo termine non saremo tutti morti: avrebbe senso ragionare sui problemi che strozzano l'Italia, e cercare di risolverne almeno qualcuno. Se diciamo "produttività" e "debito", abbiamo davanti due elefanti. Pretendere li si possa "frustare" con un filo di lana è una mossa troppo disperata anche per un sistema politico alle corde.
Da Il Foglio, 28 aprile 2011
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