TEA PARTY E DEBITO PUBBLICO. COME USCIRNE?
DI: VITO FOSCHI
Il Tea Party Italia vuole dare il suo contributo alla discussione sul debito pubblico italiano, vera mina vagante. Al di là della speculazione, degli interessi contrapposti dei vari paesi europei, della mai sopita polemica fra un nord virtuoso e un sud sprecone, dei sospetti fra i governi, tra cui anche l’idea non tanto peregrina di un euro nord, sostanzialmente germanocentrico e un euro mediterraneo per i paesi “poveri”, il problema grosso dell’Italia è il suo debito pubblico che come un macigno lega e rallenta. La speculazione non inventa nulla, ma mette in luce prima di altri dei fatti, nel nostro caso l’eccesso di debito pubblico.
Nell’ultimo mese la criticità principale è stata lo spread fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi, un indice relativo della fiducia nelle capacità di ripagare i debiti dello Stato Italiano rispetto a quello tedesco. Ad un aumento della sfiducia corrisponde un aumento del tasso di interesse che lo stato italiano deve promettere per ottenere nuovi fondi con ovvie conseguenze sul bilancio.Una prima idea che suggeriamo è l’emissione di titoli di stato garantiti o convertibili in beni pubblici. Un provvedimento immediato che non ha i tempi di una privatizzazione. Considerato che alcune aziende tipo Eni, Enel e Finmeccanica difficilmente verranno privatizzate da un qualsiasi governo, potrebbero essere utilizzate per offrire una garanzia all’emissione di nuovi titoli di stato che chiaramente offrirebbero un tasso d’interesse inferiore. In questo modo si abbasserebbe il rischio su un stock di debito di nuova emissione con conseguente risparmio in conto interessi. Precisiamo che le azioni di proprietà dello Stato sono suddivise fra Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti con la logica conseguenza che la quota prontamente utilizzabile si riduce a quella posseduta direttamente dal Tesoro. Altra cosa, che ci è più cara, è l’emissione di titoli convertibili e si immaginano aziende come Poste, RAI e Ferrovie con in particolare l’AltaVelocità che in questo modo potrebbero essere facilmente messe sul mercato senza i tempi lunghi di una privatizzazione. La quota che andrebbe in conversione non sarebbe integrale, perché per cedere la maggioranza, è meglio organizzare un’asta per l’ulteriore guadagno del premio di maggioranza.
Fra le varie idee circolate in questa calda estate c’è stata quella di anticipare qualche scadenza della riforma pensionistica. Di questa idea è rimasta solo qualche scampolo nella finanziaria. Anticipare le scadenze della riforma pensionistica, portandola a regime immediatamente, avrebbe portato a un sicuro risparmio per le casse dello Stato, ripetuto nel tempo e non una sola volta come il famigerato contributo di solidarietà o il condono e avrebbe contribuito a rassicurare i mercati; che “curiosamente” sono tornati nervosi. Proposta, peraltro, di facile attuazione e che non sarebbe andata a colpire i cittadini con nuove tasse e balzelli.
Al di là dei risparmi economici e della riduzione del debito pubblico, sarebbe stata anche, se il lettore vorrà perdonarci il linguaggio un po’ sindacale, anche una misura di equità. Infatti, chi oggi è relativamente giovane, andrà in pensione nelle migliori delle ipotesi a 65 anni con una pensione molto bassa, chi invece è avanti negli anni, può ancora andare in pensione prima dei 65 e con una pensione relativamente alta. Un’accelerazione della riforma ridurrebbe questa discriminazione basata sull’anno di nascita. Attualmente i conti dell’INPS appaiono in positivo grazie all’apporto dei precari, che versano dei contributi senza aver diritto a quasi nessuna prestazione: i soldi della cosiddetta gestione separata, ovvero dei precari, vanno a coprire i buchi delle altre gestioni.
Volendo fare i conti della serva, il sistema pensionistico trasferisce ricchezza dai precari a chi ha un posto fisso. Se vi sembra giusto questo.
Ci permettiamo un’idea provocatoria, la “nazionalizzazione” delle fondazioni bancarie come proposto in un vecchio articolo de “Il sole 24 Ore”. In questo modo, il Tesoro, incasserebbe un patrimonio che allo scorso dicembre era prossimo a 60 miliardi di euro e cosa più importante si cancellerebbe il mostro giuridico-economico e soprattutto clientelare delle fondazioni.
Il centrodestra avrebbe anche la convenienza politica a farlo, perché metterebbe fuori gioco un mondo a lui tendenzialmente ostile. Solo per l’eliminazione della clientela degli enti locali meriterebbe di essere fatta. In realtà questa sarebbe una prima fase che poi proseguirebbe con una vera privatizzazione, in modo tale che finalmente il sistema bancario finisca in mani private.
Il patrimonio delle fondazioni è patrimonio pubblico e se ad utilizzarlo sono gli enti locali o il Tesoro poco cambia, anzi eliminando uno strato si elimina un po’ di clientela, che male non fa’.
Il provvedimento sulle fondazioni probabilmente richiederà più tempo rispetto alle altre proposte, ma questo è il momento giusto per farlo, perché in una situazione normale per i troppi veti non potrebbe mai essere attuato.
Si parla tanto di patrimoniale, ma perché non farla sul patrimonio pubblico? Se guardiamo al bilancio di una città come Torino scopriamo ben 630 milioni di euro di immobili disponibili ovvero non impiegati in compiti istituzionali che fruttano fitti attivi per circa 7 milioni di euro, pari a poco più dell’1% di rendimento. Potete immaginare il tipo di gestione “amichevole” che porta a quel miserevole rendimento. Quando gli enti locali si lamentano per i tagli farebbero bene prima a guardare i propri bilanci.
Un’ultima provocazione, tagliare gli incentivi alle energie rinnovabili, che sono una grande truffa, e con i soldi risparmiati aumentare le detrazioni per le famiglie numerose. Sarebbe meglio un taglio alle tasse con eliminazione di detrazioni, incentivi, sussidi e quant’altro, così da semplificare il tutto, ma nell’immediato ci si accontenterebbe della detrazioni per le famiglie numerose.
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