COME ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO IN TRE MOSSE.
DA: IBL
Debito pubblico italiano:
Debito pubblico italiano:
Privatizzazioni, Pubblica Amministrazione, Pensioni
Se gli occhi dei mercati e della comunità internazionale sono puntati sull’Italia è soprattutto per il debito pubblico mostruoso che la caratterizza. Eredità degli anni ’70 e ’80, è la zavorra più ingombrante che pesa sulla crescita del Paese. Ma forse solo ora, con i rigidi paletti imposti dall’Ue, anche l’opinione pubblica sta prendendo coscienza del problema. In gennaio il “mostro” è cresciuto inesorabilmente, toccando il nuovo livello record di 1.879,9 miliardi (dati Bankitalia). Una fuga in avanti che fino ad ora è sembrata inarrestabile. Come arginarla? …
La ricetta in tre mosse degli economisti dell’Istituto Bruno Leoni è all’insegna della concretezza e passa per le privatizzazioni, la Pubblica amministrazione e le pensioni. La prima cosa da fare per abbattere il debito è recuperare risorse privatizzando quello che resta dell’imprenditoria pubblica e il patrimonio immobiliare dello Stato, le cui dimensioni sono immani e la cui valorizzazione è carente. C’è poi, per l’Ibl, il capitolo “outsourcing della PA: ritorno al core business”: «La logica dei tagli lineari non è utile, nel lungo periodo, a raddrizzare le gambe della nostra finanza pubblica – spiega il direttore generale Alberto Mingardi – vi sono alcuni settori che determineranno un aumento della spesa pubblica nel lungo periodo: per esempio alla sanità. La pubblica amministrazione deve “tornare al core business” (giustizia, legalità, difesa) – mentre debbono essere sperimentate strategie nuove per l’erogazione di molti servizi». Infine, alzare con decisione l’età pensionabile e promuovere un pilastro privato.
Per l’economista Francesco Forte, già ministro delle Finanze, la soluzione consiste nel pareggio del bilancio, «che determina una stazionarietà del volume del debito pubblico e quindi una, riduzione del “mostro” sul Prodotto interno lordo, proporzionale alla crescita monetaria del Pil». Il ragionamento: «Se essa è dell’ 1% reale e del 2 di aumento dei prezzi, in dieci anni si riduce di oltre il 30% considerando gli interessi composti. E in meno di venti anni si è raggiunto l’obiettivo stabilito dalla Comunità, europea». Al pareggio di bilancio è possibile arrivare entro il 2016, che è l’inizio del percorso chiesto dall’Ue. Come fare ad arrivarci? «Basta impegnarsi per avere una spesa che cresce meno del Pil».
«Il problema del debito pubblico non si può risolvere in tempi brevi». Così il capo economista della Cassa Depositi e Prestiti e professore alla Luiss, Edoardo Reviglio, che intravede in un inix di interventi la strada giusta da seguire. Primo: «Rigoroso rispetto del Patto di Stabilità (politicamente difficile nia comune a tutta l’Europa)». Secondo: «Stimolo alla crescita attraverso attrazione di capitali nel lungo periodo per opere in finanza di progetto e grandi progetti tecnologici europei (anche attraverso la creazione di nuovo debito sovrano europeo)». Terzo: «Avviare una forte politica di sostegno all’esportazione non solo di prodotti ma, anche di imprese che lavorano all’estero (per contribuire a soddisfare la straordinaria domanda di capitale fisso che verrà dai paesi emergenti nei prossimi decenni)». Un possibile contributo aggiuntivo, sempre secondo Reviglio, potrebbe arrivare da una dose moderata di inflazione «con l’augurio che sia contenuta e controllata». Unico caveat: «Nella riallocazione della spesa pubblica evitare tagli non mirati a istruzione, scienza e cultura, settori cruciali per il futuro del nostro Paese».
Anche l’associazione di orientamento liberale vicina al presidente della Camera e guidata da Benedetto Della Vedova, Libertiamo, ha una strada da indicare. «Molti evocano la necessità di una stagione di privatizzazioni: effettivamente sono ampi i margini per l’uscita degli enti locali dalle molte società di servizi pubblici – spiega il vicepresidente Piercamillo Falasca – ma è soprattutto cruciale aggredire la spesa corrente, che è andata aumentando surrettiziamente negli ultimi dieci anni, assorbendo completamente i risparmi d’interesse consentiti dall’ingresso nell’euro: la proposta e allora quella di imporre alle PA di riportare i consunsi interni al livello del 2002». Per terza misura, Falasca indica «un provvedimento indiretto»: «Liberalizziamo il mercato del lavoro, investendo così sull’ampliamento della forza lavoro e il maggior gettito che ne deriverebbe».
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