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Blog di Confcontribuenti (Sez.Piemonte) e UpL

LAVORO LIBERO. DI CORSA.

30 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

SEGNALO UNA BELLA INIZIATIVA. DA CONDIVIDERE E SOSTENERE, NELLA SUA LUCIDA "FOLLIA"!

 

 

Tra qualche giorno partirò da Milano alla volta di Roma;

ci andrò a piedi, anzi, DI CORSA.

Ci andrò per riprendermi la mia LIBERTA', o almeno per provarci.

La libertà di essere padrone del mio lavoro,

quella AUTONOMIA PRIVATA o LIBERTA' CONTRATTUALE

che il DIRITTO concede a qualsiasi soggetto economico

ad eccezione dei LAVORATORI DIPENDENTI.

Lì il DIRITTO PRIVATO non conta,

quello è territorio dei SINDACATI.

 

 

Da quasi settant'anni, infatti, i diritti dei lavoratori sono stati espropriati dai sindacati, che li gestiscono come fossero propri , senza aver ricevuto nessun mandato di rappresentanza e senza doverne rispondere in alcun modo.

 

Si dice : "per tutelare i lavoratori, che sono sempre la parte debole"

Ma a conti fatti, quali sono i risultati di questa TUTELA? In confronto a molti paesi europei e non, abbiamo:

 

- minor partecipazione al mercato del lavoro

- minor occupazione

- retribuzioni più basse

- un'economia che stenta a stare al passo dei suoi concorrenti.

 

Qualcosa non va, e IO NON CI STO PIU' !!

 

Ma perchè andare di corsa fino a Roma? cosa spero di ottenere?

Non chiedetemi perchè IO ho deciso di fare questa cosa, chiedetevi perchè VOI non volete fare NIENTE !!

Credete che la cosa non vi riguardi? seguiteci, forse cambierete idea.

Presto avremo un sito online per proporre diverse tematiche e discutere di questi problemi.

 

Le libertà e i diritti O SONO INDIVIDUALI O NON SONO; per questo correrò DA SOLO e PER ME SOLO!

Tuttavia, le MIE motivazioni potrebbero essere anche le VOSTRE.

Quindi spero ovviamente di trovare tanti SUPPORTER; cosa potete fare?

 

- potete correre con me, per pochi metri, o chilometri o per quanto volete

- potete organizzare una corsa di protesta come la mia in una delle città che toccherò, o nella vostra città, anche se non è sulla mia strada.

- potete aiutarmi ad organizzare un incontro pubblico nella vostra città, per parlare di questi problemi.

- oppure trovate voi un modo qualsiasi per sostenere questa iniziativa.

 

L'importante è iniziare a parlarne : Meno Sindacati, più Libertà !! Questo il nostro obiettivo.

 

LAVORO LIBERO

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ITALIANI SEMPRE PIU' POVERI. (Dati Istat!)

30 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

CHE DIRE, ITALAINI SEMPRE PIU? POVERI o POVERA ITALIA?

La domanda sorge spontanea nel leggere gli ultimi dati ISTAT.

Scende ancora il potere d'acquisto delle famiglie italiane, nel secondo trimestre dell'anno si registra una contrazione dello 0,2% rispetto a quello precedente. Lo ha rilevato l'Istat che ha sottolineato che rispetto allo stesso periodo ma del 2010 il calo sia invece dello 0,3%. L'Istituto di ricerca rivela anche come scenda la propensione al risparmio delle famiglie italiane che nel secondo trimestre risulta pari all'11,3%, numeri in flessione dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell'1,2% rispetto allo stesso periodo del 2010. La flessione del tasso di risparmio, secondo l'Istat, va attribuita a una crescita del reddito disponibile, 0,5%, più contenuta rispetto alla spesa espressa in valori correnti.

 

Dati Istat, ROMA (29 settembre 2011) - 

 

certo che con un Governo se-dicente liberale, che prende provvedimenti che vanno nella direzione opposta da quanto servirebbe per ridare fiato alla ripresa economica, con una opposizione buona solo a strillare e insultare gli avversari, per partito preso, una maggioranza apparentemente unita quando c'e' da votare la fiducia al Governo e rimanere abbarbicata alle poltrone, salvo poi litigare su tutto, un giorno sì e l'altro pure, forse la risposta alla domanda iniziale non puo' che essere:

ITALIANI SEMPRE PIU' POVERI, POVERA ITALIA.

E all'orizzonte non si vede nulla di positivo, di risolutivo, nessuna luce, nessuna volontà vera della nostra classe politica di farsi carico dei problemi della gente, delle partite iva, di chi lavora e produce ricchezza.

La sola cosa che conta è la difesa dei privilegi e degli interessi delle caste, che paralizzano il paese, impediscono lo sviluppo econonomico e la ripresa, ci impoveriscono ogni giorno di più costringendo chi se lo puo' permettere ad emigrare, e tutti gli altri a tirar la cinghia. Oltre che ad un pericoloso immobilismo molto prossimo alla staganzione e alla recessione.

Così va il mondo, così va l'europa, così va l'Italia.

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RIFLESSIONI......

29 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

APPENA RICEVUTO, DA UNA CARISSIMA AMICA: ROBERTA BACI.

 

Stavo pensando che ognuno di noi ha almeno un amico che si gratta i coglioni tutto il giorno in un ente pubblico (ce l'ho!) e almeno un amico che non paga le tasse (ce l'ho...e più d'uno!). 
a questi amici vogliamo certamente bene (io si...e molto!), ma siamo consapevoli che loro sono la ragione per cui ognuno di noi ha almeno un amico che ha perso il lavoro, o che non sa come arrivare a fine mese, o - nella migliore delle ipotesi - che deve farsi un culo triplo per sopravvivere a questo periodo di crisi economica allucinante????
io non credo che ne siamo consapevoli, e forse non lo sono loro stessi, ma come il mare è fatto di gocce, così la situazione economica di un paese è fatta dei comportamenti dei singoli abitanti.
perché non iniziamo tutti a comportarci come nei paesi civili....ovviamente aggiungendo al tutto una bella pedata nel culo a tutti quei politici che, ladri-farcazzisti-corrotti, sono la prima piaga di questo paese????
ma prima dobbiamo iniziare da noi....se no è troppo facile parlare e basta.
e buona digestione a tutti :-)

ROBERTA BACI

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ARENAWAYS: LA LOTTA CONTINUA!

29 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Arenaways: la compagnia ferroviaria che non si arrende, intervista a Giuseppe Arena

Se per un imprenditore essere competitivo e fare concorrenza non è mai facile in nessun settore, è quando ci si confronta con lo Stato e i suoi monopoli più o meno protetti, che anche solo stare sul mercato comincia a farsi veramente arduo. Il recente passato del nostro paese pullula di molti esempi in tal senso, ma alla fine i risultati si possono restringere a sole tre categorie: le imprese che sono state costrette ad uscire dal mercato, quelle che sono prosperate grazie a lobby politiche che le hanno aiutate e quelle che hanno sempre cercato di farcela da sole e continuano a lottare nonostante non abbiano appoggi.

La prima categoria comprende casi come Europa 7, l’emittente privata che pur avendo vinto negli anni ’90 la gara per l’assegnazione delle frequenze televisive davanti a Rete4, non è mai riuscita - grazie a veti politici - a trasmettere su scala nazionale. Un altro caso poco conosciuto è quello di Aexis Telecom, società - di cui fui uno dei primi abbonati - altamente concorrenziale, con 18mila lire al mese a fine anni ’90 consentiva di fare tutte le chiamate urbane più internet, ma Telecom Italia non gradì l’iniziativa, e la pressione fu tale che la vicenda trovò pochissimo spazio sui media e si può giustamente rubricare nei misteri economici d’Italia.

Le aziende che ce l’hanno fatta perché scese a patti con le lobby politiche non le citerò perché si conoscono e sono ben attive, invece di fare concorrenza hanno scelto di diventare monopoliste loro stesse, con l’aiuto determinante dello Stato, “drogando” interi settori economici nazionali come TV, stampa, automotive, ecc.

Nella terza categoria si colloca Arenaways, una delle pochissime società se non l’unica a tentare di fare concorrenza alle carrozze, o meglio al carrozzone di Trenitalia; fondata nel 2006 da Giuseppe Arena che ha avuto l’idea di inserirsi nel processo di liberalizzazione delle rete ferroviaria italiana (RFI) dopo una più che ventennale carriera in diversi ambiti del trasporto ferroviario con progetti in diversi paesi europei e una chiara vocazione all’innovazione.

Nel 2009 la società ottiene tutti i certificati necessari e vuole partire con un interessante circuito ad anello che avrebbe toccato Torino, Novara, Milano Novara, Vercelli, Santhià, Alessandria, Asti e Pavia. Dopo le prime difficoltà burocratiche il progetto è stato limitato alla tratta Torino-Milano, ma anche in questo modo gli uffici del ministero dei trasporti hanno dato parere negativo non permettendo di effettuare le fermate intermedie, incidendo così pesantemente sulle possibilità di stare sul mercato dell’azienda che secondo il rapporto avrebbe “compromesso l’equilibrio economico del contratto di servizio di Trenitalia”. Termini tecnici per un ossimoro: si deve liberalizzare, ma non si deve fare concorrenza a Trenitalia dove non vuole!

Arenaways è ora in esercizio provvisorio e ha dovuto portare i libri in tribunale, ma Giuseppe Arena non si arrende, il 6 ottobre aspetta la sentenza del ricorso al TAR: “nel frattempo continuiamo ad andare avanti con i treni turistici Autozug che collegano Alessandria e Trieste con le grandi città tedesche e permettono di portare l’auto al seguito”. L’ottimismo e l’attivismo di Arena si scontrano però con forti resistenze a mantenere lo status quo, l’ultimo attacco alla concorrenza sulle rotaie è arrivato in finanziaria, dove è stata inserita una norma che obbligherà tutti gli operatori privati del settore ferroviario ad applicare ai propri dipendenti il contratto collettivo delle Ferrovie dello Stato. Un altro modo per bloccare il processo di liberalizzazione del servizio, che ha suscitato le proteste di Catricalà e del gruppo di imprese ferroviarie private sia merci che passeggeri.

Cosa chiederebbe Giuseppe Arena per poter davvero aprire il mercato ferroviario? “innanzitutto gare regionali aperte, in modo da poter competere ad armi pari con il settore pubblico che ora sfrutta contratti di servizio con le regioni”; poi la cosa forse più interessante: “non fare niente!” meno interventi e regolamentazioni pubbliche ci sono e meglio si può lavorare, all’estero infatti le compagnie ferroviarie private sono ormai una realtà affermata come in Germania dopo sono oltre 300, in Austria sono una decina e molte esistono anche in Svizzera.
Una normativa da rivedere sarebbe l’art 59 della Legge 23 luglio 2009, che sostanzialmente consente all’URSF (Ufficio di regolazione dei servizi ferroviari) di limitare i vettori privati se osano turbare l’equilibrio economico di contratti di servizio esistenti con Trenitalia.

Le reazioni dei pendolari come sono state? Dovrebbero essere la categoria più interessata a migliorare il servizio. “Devo dire che mi hanno in parte deluso, non ho avuto il sostegno che mi aspettavo ne manifestazioni di solidarietà”, forse molti si sono arresi ad avere un servizio mediocre e si limitano a protestare con le regioni. Regioni, che come il Piemonte sembrano indifferenti o impotenti a cambiare la situazione, come l’assessore ai trasporti Barbara Bonino che nell’ultimo tavolo con Arenaways non si è neppure presentata, ed è stranamente toccato al presidente della provincia di Torino Antonio Saitta prendere le parti della compagnia privata. 

 

Dopo aver analizzato tutte queste traversie, si può capire quanto veramente soli siano gli imprenditori che in Italia vogliano fare il loro mestiere senza chiedere aiuti di stato, o umiliarsi a fare il “giro delle sette chiese” cioè dei partiti e delle lobby politiche.

Rossano R.

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BOICOTTARE IL CENSIMENTO? UNA SCELTA DI LIBERTA'

18 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

TRATTO DAL SITO DEL MOVIMENTO LIBERTARIO, L'ENNESIMA LUCIDA PROVOCAZIONE DI LEONARDO FACCO, CHE, PERO', TANTO PROVOCAZIONE NON E', CHE FA RIFLETTE, E CHE, FORSE, SE AMIAMO VERAMENTE LA LIBERTA', LA NOSTRA LIBERTA', DOVREMMO SEGURIE ALLA LETTERA. E LA RISPOSTA CHE NE SOVVIENE, ALLA DOMANDA SUSSEGUENTE ALLA LETTIURA DEL POST, "BOICOTTARE IL CENSIMENTO"? NON PUO' CHE ESSERE, ALMENO PER ME: PERCHE' NO! 

DIBATTITO APERTO, ATTENDO LE VS.DI RISPOSTE.

 

BOICOTTARE IL CENSIMENTO? PERCHE' NO!

...................................................

DA: www.movimentolibertario.com

IO BOICOTTO IL CENSIMENTO

 

DI: LEONARDO FACCO

Nel 2001 mi sono opposto al censimento. Ho prima avuto uno scambio epistolare con il prefetto di Bergamo, e successivamente un incontro, per spiegargli che non avrei aderito al formulario statale. Qui, il resoconto di quella battaglia, che è stata la prima nel segno della disubbidienza civile che contraddistingue il Movimento Libertario che ho fondato quattro anni dopo.

Oggi, ribadisco quanto ho sostenuto allora e rispedirò al mittente il plico che l’Istat sta inviando, o ha inviato, a milioni di famiglie. Ecco la motivazione: “Ritengo necessario, per la difesa dei miei diritti individuali e della mia libertà personale, non compilare il questionario relativo al 15° censimento nazionale, considerato che tutte le domande poste sono inutili, pletoriche e/o intrusive della mia sfera privata, oppure ancora in merito a ciò che chiedete potrete trovare risposta negli uffici pubblici di competenza, considerato che per qualsiasi atto da me compiuto son sempre stato costretto a compilare modelli vari, pagare bolli vari, registrare contratti vari”.

Sarò anche un po’ pazzo, come spesso ruggisce mia moglie, ma sono convinto che senza passi concreti (e il libertario non è un’utopista) non riusciremo mai a toglierci ci dosso il peso di questo Stato occhiuto.

A suo tempo Gramellini scrisse quanto segue del censimento: “Una montagna di 34 milioni di questionari, raggruppati in 115.000 pacchi, raccolti da 95.000 persone e trasportati da 150 automezzi ha partorito il classico censimento-topolino. Masse di carta, tempo e denaro per scoprire che l’Italia del Duemila è esattamente come ci era stata raccontata in questi anni da giornali, cinema e tv. Più single e meno bebè ma popolazione stabile, dato che in un decennio si sono triplicati gli stranieri (quelli in regola, almeno). Città in calo a beneficio dei sobborghi, più respirabili e meno cari. Insomma, delle ovvietà a tal punto metabolizzate da tutti, che ieri (27 marzo ndr) la notizia del censimento è stata oscurata dai dati sull’aumento dell’occupazione, quelli sì sorprendenti per davvero. In altre epoche il censimento decennale era l’unico strumento per tastare il polso alla nazione. Ma oggi che siamo sempre sotto tiro, «monitorati», ogni movimento del corpaccione sociale viene fotografato all’istante dal primo sondaggio”.

Roberto Bellei, su “Italia Oggi” sostenne allora che il censimento è la dimostrazione che gli uffici pubblici, in cui lavorano troppi mantenuti, sono inefficienti: “Una sconcertante notizia apparsa in questi giorni mi costringe a riprendere il discorso sul censimento 2001. La notizia è questa: La banca dati dell’anagrafe di Roma non viene aggiornata da oltre 30 anni. Inoltre, se i dati dell’anagrafe sono gli stessi alla base dei certificati elettorali come si è potuta protrarre questa situazione per decenni? È lecito domandarsi quale validità abbia tutta l’operazione censimento, vista la scarsa attendibilità dei dati che ne deriveranno e soprattutto se la spesa vale l’impresa”.

Pare che persino i Comuni, taglieggiati dal fede(ragli)smo leghista abbiano in animo di boicottare questa mastodontica e costosissima operazione di controllo.

Chiaro che anziché autodenunciarsi, come è nello stile di chi scrive, c’è anche la possibilità di riempirlo di dati falsi e degenerati, ma il sottoscritto, oltre a non voler pagare per le inefficienze di uno Stato canaglia – in punta di principio – ancor meno desidera essere controllato a vista da un apparato di tipo sovietico, che ha solo pruriti da secondino.

Vade retro censimento, vade retro Stato!

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URLA DAL SILENZIO. SEMPRE PIU' ASSORDANTE!

17 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ESTERI

QUANDO GLI ARABI UCCISI NON FANNO NOTIZIA.
MACELLERIA SIRIANA IN AZIONE, SENZA SOSTA.
Oggi, sabato 17 settembre 2011, le forze di polizia siriane hanno ammazzato 46 dimostranti....arabi.
Ieri, venerdì 16, le stesse forze dell'ordine hanno ammazzato "solo" 44 dimostranti, civili, arabi siriani. (Fonte:www.debka.com).
Abbiamo cercato la notizia sul sito dell'agenzia ANSA, ma invano.
Abbiamo cercato la notizia sul sito di "Repubblica", inutilmente.
Abbiamo cercato la notizia sul sito del "Corriere": ricerca senza esito.
Abbiamo cercato di conoscere le reazioni dei cosiddetti "progressisti" europei, ma sembra che nel caso della Siria siano caduti in un torpore profondo, al limite di un coma di coscienza.
Speravamo che i "pacifisti" avessero organizzato una flottiglia per aiutare i poveri oppositori del regime dittatoriale siriano, ma i "nostri pacifisti"  hanno speso tutte le loro energie e le loro risorse per demonizzare Israele, per cui si sentono troppo esauriti persino per organizzare una minima protesta davanti all'ambasciata siriana.
Ma questi erano solo dei dimostranti civili disarmati, uccisi da un regime "amico".
Immaginatevi se al posto di oltre 3000 civili siriani le vittime fossero 3 "combattenti per la libertà" /suicidi bombers/   della Jihad islamica di Gaza uccisi per mano dell'esercito israeliano.
Pensate che il silenzio sarebbe altrettanto assordante?
  
Purtroppo, per i "progressisti"/"pacifisti", gli unici diritti sacrosanti degli arabi sono quelli di ammazzare gli israeliani, in quanto ebrei, e per assicurare loro  questi diritti non si stancano e non si zittiscono mai.
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CHI TOCCA LE COOP MUORE!

17 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ITALIA

Da il FAZIOSO:

Il libro che attaccava le Coop: censurato e condannato il patron di Esselunga.

 

coop Il libro che attaccava le Coop: censurato e condannato il patron di Esselunga

 Falce e Carrello, pubblicato nel 2007 conteneva la denuncia del fondatore di Esselunga, Bernardo Caprotti, nei confronti delle cooperative che, attraverso la politica, riuscivano a controllare la spesa degli italiani e ad occupare il territorio contrastando la concorrenza in maniera sleale. Fu un autentico successo editoriale.

Ma le toghe amiche sono intervenuti in favore dei kompagni delle coop: il Tribunale di Milano ha sancito come il libro si configuri come “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia”. Stabilito anche un risarcimento di 300mila euro e il ritiro della pubblicazione dalle librerie, e “il divieto di reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti”.

Una vera e propria censura, una vergognosa censura. Le coop non vanno criticate e chi osa farlo va pesantemente colpito, imponendogli il silenzio. Le vergogne italiane figlie del rapporto perverso tra politica, magistratura e affari. Tutti convergenti a sinistra.

............

VERGOGNA, IN ITALIA GIUSITIZA SEMOPRE ORIENTATA E DA UNA SOLA PARTE.

SOLIDARIETA' A CAPROTTI, CERTI CHE LA BATTAGLIA PER LA LIBERA CONCORRENZA E LA LIBERTA', CONTINUERA' COME PRIMA, PIU' DI PRIMA.

NON PREVALEBUNT.

<UpL>

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APPELLO PER LA LIBERTA' IN UCRAINA.

14 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ESTERI

UPL SOSTIENE L'APPERRO DE "IL LEGNO STORTO", INVITANDO ISCRITTI/E, AMICHE, AMICI, LETTORI  A SOTTOSCRIVERLO,

 

Una firma per Julija Tymoshenko e per la libertà in Ucraina
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Scritto da Marco Cavallotti, Matteo Cazzulani   
giovedì 08 settembre 2011
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È raro che Il Legno Storto promuova lettere aperte e petizioni di qualsiasi tipo: il nostro – come quello di tanti altri giornali telematici – è un mondo poco amante delle omologazioni, molto individualista e poco fiducioso nei miracoli. Ma è davvero particolare la vicenda che ha coinvolto Julija Tymoshenko e vari altri esponenti di spicco del movimento arancione ucraino – un movimento che aveva cercato di riportare l'Ucraina vicino all'Europa dopo un lungo periodo di dominio grande-russo, di sottomissione a Mosca, di cancellazione di una grande storia e di una ricca tradizione culturale, fino al dramma dello Holodomor, alla strage dei contadini ucraini perché troppo "moderni" e dunque troppo "individualisti" e amanti della propria libertà. Certo, l'Ucraina non è l'unico Paese liberatosi con il crollo dell'Unione Sovietica che sia ora sottoposto a pressioni, condizionamenti e spesso veri e propri ricatti perché rientri nel sistema neoimperialista di Mosca. Armenia, Georgia, Moldova, Bielorussia, la stessa Lituania e i Paesi Baltici sono costretti a confrontarsi con iniziative e campagne volte a indebolire o a soppiantare i governi e le maggioranze che ne erano nati.

Ma per l'Ucraina si sono messi in atto metodi e logiche particolari, e insieme ai soliti ricatti energetici e agli abituali strumenti di lotta politica eterodiretta si è voluto perseguire penalmente la figura-simbolo di quel quinquennio di speranze e di cambiamento Jiulija Tymoshenko. È un processo già indicato da molti osservatori ucraini e stranieri come gravemente viziato da irregolarità e da condizionamenti politici: un processo che, giorno per giorno, sta diventando il simbolo di una resistenza sempre più difficile, alla quale le persone libere d'Europa e del mondo non possono restare insensibili. È infatti l'idea stessa di Europa che viene evocata e messa in discussione, un'Europa vista da questi Paesi come rifugio di pace, di libertà e di diritto contro i rigurgiti postimperiali di Mosca. È un confronto davvero simbolico e gravido di conseguenze per il futuro.

Per questo Il Legno Storto segue con grande attenzione le vicende ucraine e il processo alla leader del movimento arancione. Per questo ha promosso questa raccolta di firme, come contributo alla lotta che Julija Tymoshenko sta combattendo in un tribunale politico. È necessario che altre voci si aggiungano a quelle che già si sono levate in sua difesa da tutto il mondo. O un altro pezzo di Europa, del suo ruolo e della sua tradizione di libertà verrà cancellato.

Il testo dell'appello, rivolto alle autorità italiane ed europee – e disponibile anche nelle versioni in inglese, ucraino, e tedesco – è consultabile sul blog (inglese ; tedesco ; ucraino) appositamente creato. Per aderire, è sufficiente inviare una mail a questo indirizzo: indicando, oltre al nome ed al cognome, anche la professione: come ai tempi di Solidarnosc e del dissenso non violento contro i regimi sovietici a cui, solo venti anni or sono, l'intera Europa Centro-Orientale era sottomessa.

La sottoscrizione richiede pochi minuti della giornata di ciascuno di noi: e ne vale la pena, poiché, parafrasando il compianto Jerzy Giedroyc, un'Ucraina libera, giusta ed indipendente – e, sopratutto, europea – è condicio sine qua non per un'Europa forte, fiera di sé stessa, e protagonista nel mondo di oggi.

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TAGLIARE LE CORDE.

14 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

 



Scritto da: Davide Giacalone   
mercoledì 14 settembre 2011
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Inseguire gli spread con le manovre è come star dietro allo strozzino con le cambiali. Un modo sicuro per rovinarsi, senza mai potere ripagare un debito che lievita. Più la situazione si fa difficile più crescono gli appelli al rigore e l’invocazione di un governo forte, tecnico, capace di cacciare in gola agli italiani la necessaria medicina. Ma quando guardi in faccia gli astanti t’accorgi che sono gli stessi che menarono scandalo perché si toccavano i contributi figurativi, che convocarono un referendum contro le privatizzazioni o non mossero un dito per evitarne l’esito populista e incosciente, che ancora oggi strillano i titoli sull’incidente nucleare francese (dove è tutto sotto controllo) e cacciano nelle pagine interne una notiziola da nulla: 140 arsi vivi ai bordi di un oleodotto, in quel di Nairobi.  Gli alfieri della serietà sono quelli che hanno sorriso all’ennesimo referendum contro il nucleare e poi frignano se sei persone vanno al creatore con i fuochi d’artificio. Macabro quadro di un Paese che s’è declassato a mercato nero.

Più ci penso più mi sento in un garage, legato come un salame, appeso per aria, circondato da deficienti borchiati. E non godo. Per niente. Una corda ce la portiamo dietro da tempo, quella del troppo alto debito pubblico. Divenuto insopportabile non perché non onorabile, giacché non abbiamo mai mancato di pagare e di rispettare gli impegni, avendo, oltre tutto, una ricchezza e un patrimonio del tutto compatibili con il debito, ma perché, da molti anni, alimenta una spesa pubblica improduttiva. Durante gli anni dei bassi tassi d’interesse non abbiamo allentato la corda, ma ci siamo messi a ballare dentro i legacci. La colpa è dei governi succedutisi, quello in carica compreso. La seconda corda l’abbiamo intrecciata considerando “diritto acquisito” tutto quello che rallentava o bloccava la produttività. Ci sono schiere di pensionati giovani che oggi tirano e strozzano, eserciti d’impiegati senza impiego utile, legioni di assistiti che meriterebbero ben altro trattamento: lazzaro(ne), alzati e va a lavorare. Poi abbiamo serrato i nodi che lacerano le carni di chi produce ricchezza, in modo da tenere fermi i capitalismi municipalizzati e statalizzati, che generano diseconomie e alte tariffe. Per sovrappiù abbiamo lasciato che fiorisse una classe politica d’inetti, le cui stringhe non sono in grado di asfissiarci, ma sono più che sufficienti per far credere che problemi seri si possano risolvere generando vendetta sociale anziché cambi strutturali. A compimento è arrivato il maestro di nodi, il genio dello shibari (abbiamo imparato anche questo), vale a dire un’Europa di miopi che pretende di praticare il salasso a chi sta crepando per mancanza d’ossigeno. Cribbio, si metta mano al coltello, all’ascia, alla sega elettrica, ma togliamoci di dosso questa roba.

Si può. Tutta intera una classe dirigente ha fallito. Non è detto che una nuova generazione sia, da subito, in grado di rimediare, ma è necessario che sia messa, in fretta, nelle condizioni di provarci. Quello che si deve fare lo sappiamo, lo sanno tutti quelli che ragionano: non si tratta di prendere misure parziali e provvisorie, ma di adeguare la governance collettiva al mondo in cui viviamo, in moda da coglierne le opportunità senza limitarci a soffrirne i dolori. L’aumento, secco e rilevante, dell’età pensionabile e la centralizzazione e il controllo della spesa sanitaria non sono misure punitive, ma di liberazione. La cessione delle proprietà pubbliche improduttive non è un cedimento, ma un alleggerimento. La soppressione del capitalismo politicizzato e spartitorio non è una regressione agli spiriti animali del capitalismo di mercato, ma un balzo in avanti che cancelli bestie mantenute a sbafo.

La riforma costituzionale che dia poteri al governo, forte del consenso elettorale e non degli affaristi salottardi, non è un passo verso l’autoritarismo, ma un calcio al disfacimento. Si può. Si deve. Ma fuori dalle scatole i profittatori egoisti che tirano le corde da tutte le parti, al solo scopo di conservare sé stessi. Non hanno comunque futuro, si tratta d’evitare che abbiano abbastanza presente da farci esalare l’ultimo respiro fiscale.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero

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TEA PARTY E DEBITO PUBBLICO. COME USCIRNE?

14 Settembre 2011 , Scritto da Confcontribuenti Piemonte Con tag #ECONOMIA

DI: VITO FOSCHI

 

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Il Tea Party Italia non può nascondere la delusione per una manovra illiberale e che non aggredisce il vero problema dello stato italiano ovvero l’eccesso di spesa, per lo più inutile. Il pareggio si raggiungerà, se gli effetti regressivi della manovra non saranno eccessivi, solo tramite l’aumento delle entrate fiscali. 

Il Tea Party Italia vuole dare il suo contributo alla discussione sul debito pubblico italiano, vera mina vagante. Al di là della speculazione, degli interessi contrapposti dei vari paesi europei, della mai sopita polemica fra un nord virtuoso e un sud sprecone, dei sospetti fra i governi, tra cui anche l’idea non tanto peregrina di un euro nord, sostanzialmente germanocentrico e un euro mediterraneo per i paesi “poveri”, il problema grosso dell’Italia è il suo debito pubblico che come un macigno lega e rallenta. La speculazione non inventa nulla, ma mette in luce prima di altri dei fatti, nel nostro caso l’eccesso di debito pubblico.

Nell’ultimo mese la criticità principale è stata lo spread fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi, un indice relativo della fiducia nelle capacità di ripagare i debiti dello Stato Italiano rispetto a quello tedesco. Ad un aumento della sfiducia corrisponde un aumento del tasso di interesse che lo stato italiano deve promettere per ottenere nuovi fondi con ovvie conseguenze sul bilancio.

Una prima idea che suggeriamo è l’emissione di titoli di stato garantiti o convertibili in beni pubblici. Un provvedimento immediato che non ha i tempi di una privatizzazione. Considerato che alcune aziende tipo Eni, Enel e Finmeccanica difficilmente verranno privatizzate da un qualsiasi governo, potrebbero essere utilizzate per offrire una garanzia all’emissione di nuovi titoli di stato che chiaramente offrirebbero un tasso d’interesse inferiore. In questo modo si abbasserebbe il rischio su un stock di debito di nuova emissione con conseguente risparmio in conto interessi. Precisiamo che le azioni di proprietà dello Stato sono suddivise fra Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti con la logica conseguenza che la quota prontamente utilizzabile si riduce a quella posseduta direttamente dal Tesoro. Altra cosa, che ci è più cara, è l’emissione di titoli convertibili e si immaginano aziende come Poste, RAI e Ferrovie con in particolare l’AltaVelocità che in questo modo potrebbero essere facilmente messe sul mercato senza i tempi lunghi di una privatizzazione. La quota che andrebbe in conversione non sarebbe integrale, perché per cedere la maggioranza, è meglio organizzare un’asta per l’ulteriore guadagno del premio di maggioranza.

Fra le varie idee circolate in questa calda estate c’è stata quella di anticipare qualche scadenza della riforma pensionistica. Di questa idea è rimasta solo qualche scampolo nella finanziaria. Anticipare le scadenze della riforma pensionistica, portandola a regime immediatamente, avrebbe portato a un sicuro risparmio per le casse dello Stato, ripetuto nel tempo e non una sola volta come il famigerato contributo di solidarietà o il condono e avrebbe contribuito a rassicurare i mercati; che “curiosamente” sono tornati nervosi. Proposta, peraltro, di facile attuazione e che non sarebbe andata a colpire i cittadini con nuove tasse e balzelli.

Al di là dei risparmi economici e della riduzione del debito pubblico, sarebbe stata anche, se il lettore vorrà perdonarci il linguaggio un po’ sindacale, anche una misura di equità. Infatti, chi oggi è relativamente giovane, andrà in pensione nelle migliori delle ipotesi a 65 anni con una pensione molto bassa, chi invece è avanti negli anni, può ancora andare in pensione prima dei 65 e con una pensione relativamente alta. Un’accelerazione della riforma ridurrebbe questa discriminazione basata sull’anno di nascita. Attualmente i conti dell’INPS appaiono in positivo grazie all’apporto dei precari, che versano dei contributi senza aver diritto a quasi nessuna prestazione: i soldi della cosiddetta gestione separata, ovvero dei precari, vanno a coprire i buchi delle altre gestioni.

Volendo fare i conti della serva, il sistema pensionistico trasferisce ricchezza dai precari a chi ha un posto fisso. Se vi sembra giusto questo.

Ci permettiamo un’idea provocatoria, la “nazionalizzazione” delle fondazioni bancarie come proposto in un vecchio articolo de “Il sole 24 Ore”. In questo modo, il Tesoro, incasserebbe un patrimonio che allo scorso dicembre era prossimo a 60 miliardi di euro e cosa più importante si cancellerebbe il mostro giuridico-economico e soprattutto clientelare delle fondazioni.

Il centrodestra avrebbe anche la convenienza politica a farlo, perché metterebbe fuori gioco un mondo a lui tendenzialmente ostile. Solo per l’eliminazione della clientela degli enti locali meriterebbe di essere fatta. In realtà questa sarebbe una prima fase che poi proseguirebbe con una vera privatizzazione, in modo tale che finalmente il sistema bancario finisca in mani private.

Il patrimonio delle fondazioni è patrimonio pubblico e se ad utilizzarlo sono gli enti locali o il Tesoro poco cambia, anzi eliminando uno strato si elimina un po’ di clientela, che male non fa’.

Il provvedimento sulle fondazioni probabilmente richiederà più tempo rispetto alle altre proposte, ma questo è il momento giusto per farlo, perché in una situazione normale per i troppi veti non potrebbe mai essere attuato.

Si parla tanto di patrimoniale, ma perché non farla sul patrimonio pubblico? Se guardiamo al bilancio di una città come Torino scopriamo ben 630 milioni di euro di immobili disponibili ovvero non impiegati in compiti istituzionali che fruttano fitti attivi per circa 7 milioni di euro, pari a poco più dell’1% di rendimento. Potete immaginare il tipo di gestione “amichevole” che porta a quel miserevole rendimento. Quando gli enti locali si lamentano per i tagli farebbero bene prima a guardare i propri bilanci.

Un’ultima provocazione, tagliare gli incentivi alle energie rinnovabili, che sono una grande truffa, e con i soldi risparmiati aumentare le detrazioni per le famiglie numerose. Sarebbe meglio un taglio alle tasse con eliminazione di detrazioni, incentivi, sussidi e quant’altro, così da semplificare il tutto, ma nell’immediato ci si accontenterebbe della detrazioni per le famiglie numerose.

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